Secondo la teoria di Ervin Hladnik Milharčič, uno dei più raffinati ed eleganti editorialisti nazionali, la Slovenia più che uno Stato è un’”unità amministrativa”. Le unità amministrative non sono altro che un presidio dell’autorità centrale sul territorio. Si occupano del rilascio dei documenti di identità, dei permessi edilizi, del catasto, dell’immatricolazione dei veicoli, di registrare nascite, morti, matrimoni e divorzi, e anche dei permessi di soggiorno per gli stranieri. Lì tutto o quasi funziona benissimo. In Slovenia fare una carta d’identità, un passaporto o una patente costa poco e il documento arriva molto in fretta.
Gli sloveni amano l’efficienza, soprattutto se riguarda loro. Ovviamente non tutto è rose e fiori: le cose vanno peggio per gli extracomunitari alle prese con le loro pratiche burocratiche e si complicano anche per gli sloveni quando si tratta di ottenere licenze edilizie o di fare cose non esplicitamente e linearmente previste dai regolamenti. La rigidità austroungarica, del resto, non è mai uscita dal modus operandi dei burocrati sloveni, così quando tutto si ingarbuglia i comuni cittadini risolvono il problema ricorrendo alla genialità balcanica. L’ordine resta, le magagne vengono nascoste sotto un bel tappeto.
Il Paese è sempre stato un pendolo oscillante tra Oriente e Occidente, tra l’Europa e i Balcani. Lo Stato e il potere dello Stato, per gli sloveni, sono sempre stati qualcosa di effimero, mai sentiti realmente come propri. Vienna e Belgrado, le capitali degli ultimi due imperi di cui la Slovenia ha fatto parte, erano lontane culturalmente ed etnicamente. L’Austria-Ungheria e la Jugoslavia non erano certo Stati nei quali gli sloveni potessero credere e avere fiducia. Proprio per questo un generalizzato scetticismo nei confronti del potere centrale era il miglior modo per sopravvivere e conservare le proprie peculiarità etniche e culturali.
Trentacinque anni fa le cose cambiarono radicalmente. D’un tratto l’impossibile era diventato possibile e il secolare sogno di diventare indipendenti si trasformò in realtà. Era la prima volta che gli sloveni potevano finalmente fare da soli e decidere del proprio destino, se si esclude il mito della medievale Carantania. Non deve stupire, pertanto, che si siano impegnati a costruire un Paese ordinato, efficiente e anche spietato. Elegantemente spietato, tanto da poter cancellare dal registro dei residenti, nell’assoluto silenzio e nell’indifferenza generale, più di venticinquemila persone provenienti dalle altre parti dell’ex Jugoslavia. Era quello il periodo dell’unità nazionale cercata con ogni mezzo, nel quale le differenze politiche dovevano essere superate in nome della coesione necessaria per inseguire i grandi sogni dell’adesione all’Unione europea e alla NATO.
L’entusiasmo, l’ondata di nazionalismo e d’amor patrio che hanno accompagnato il processo d’indipendenza e il periodo immediatamente successivo sono poi pian piano svaniti, una volta raggiunti i principali risultati. Le bandiere sono rimaste, i riti collettivi che celebrano la Repubblica anche, ma gli sloveni non si sono mai levati di dosso quel generale senso di sfiducia nei confronti dello Stato. Questo spiega molto dell’attuale politica slovena, dove ogni cambio di maggioranza viene vissuto come una rifondazione.
Quello che ne esce sono due Slovenie divise, contrapposte e l’una contro l’altra armata. La cosa è risultata plastica dopo le ultime elezioni. Destra e sinistra, incapaci di collaborare tra loro, hanno preferito corteggiare i populisti di Resni.ca (Verità) piuttosto che trovare una sintesi. Il nuovo governo sloveno, guidato per l’ennesima volta da Janez Janša, il padre padrone del centrodestra, formalmente è di minoranza, ma alla fine pare più saldo che mai. L’intenzione della coalizione è quella di cambiare radicalmente il volto del Paese nei prossimi anni. L’intento è quello di favorire la “Slovenia che lavora”, aiutando artigiani e imprese, tagliando tasse e sovvenzioni. Per i detrattori il risultato sarà soltanto quello di allargare la forbice in un Paese dove storicamente le disuguaglianze sono tra le più contenute d’Europa.
Anche la politica estera cambia radicalmente. Il segno più evidente è il rapporto con Israele. La bandiera palestinese, che sventolava sull’edificio del governo sin dal riconoscimento della Palestina, è stata immediatamente rimossa. Tutti i provvedimenti presi contro lo Stato ebraico sono stati cancellati e adesso s’ipotizza di spostare l’Ambasciata slovena da Tel Aviv a Gerusalemme. Fino a pochi mesi fa la Slovenia era tra i Paesi europei più critici nei confronti del governo Netanyahu; oggi sembra volersi trasformare in uno dei suoi alleati più convinti. Un’inversione di rotta di 180 gradi, un atteggiamento inconsueto in politica estera, dove le posizioni possono cambiare dopo le elezioni ma difficilmente vengono completamente ribaltate.
Una delle artefici dell’apertura alla Palestina e della ferma condanna della politica messa in atto da Israele nei confronti dei palestinesi è stata sicuramente l’ex ministra degli Esteri Tanja Fajon. Apprezzata in Europa e dall’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, per lei si prospettava il prestigioso incarico di rappresentante speciale dell’Unione europea per il Sahel. Un incarico diplomatico di peso, che nessuno sloveno prima di lei aveva avuto. La sua nomina sembrava scontata, l’accordo nell’Unione c’era. In Slovenia, quando è uscita la notizia, non sono mancate le speculazioni su come la ministra avrebbe agito per garantirsi un posto al sole mentre guidava la diplomazia slovena, so come non sarebbe stata capace di svolgere un simile incarico e anche su come ci sarebbero stati pesanti vizi di forma sulla sua candidatura. Non era mai successo che un Paese esprimesse dubbi su un proprio cittadino in procinto d’assumere un importante incarico europeo. Alla fine, la Kallas, su pressione del governo sloveno e del Partito popolare, ha alzato bandiera bianca. Niente incarico prestigioso per la Fajon, nemmeno per la Slovenia.
Al centrodestra, del resto, non piace nemmeno la rappresentante slovena nella Commissione europea. Su Marta Kos continuano a piovere accuse d’essere stata al soldo dei servizi segreti jugoslavi. Addebiti che non fanno bene a lei e, alla fine, non fanno bene nemmeno alla Slovenia. Lubiana non ha ancora imparato che i panni sporchi si lavano in casa e che portare le proprie baruffe chiozzotte nel contesto internazionale non fa mai una bella figura.
Non è questo però quello che pensano gli sloveni. Loro si occupano di altre questioni e non solo in politica. Prima della chiusura dei Mondiali di calcio negli Stati Uniti una delle domande ricorrenti che si ponevano i giornalisti era quanto avrebbe guadagnato Slavko Vinčić, l’arbitro di Maribor al quale è stata affidata la finale tra Argentina e Spagna. Fortunatamente, però, almeno in questo caso, non sono partite campagne direttamente dalla Slovenia per spiegare alla Fifa che non sarebbe stato abbastanza bravo per dirigere la partita. Naturalmente in queste settimane si sono chiesti anche quanto avrebbe guadagnato la Fajon con il suo incarico nella diplomazia europea. Non era questo il problema degli italiani quando Romano Prodi venne nominato presidente della Commissione europea, né quando Pierluigi Collina andò ad arbitrare la finale del Mondiale 2002 tra Brasile e Germania. Per Ervin Hladnik Milharčič la Slovenia più che uno Stato è un’unità amministrativa. Ogni giorno il Paese sembra fare un passo avanti per dimostrare che aveva ragione.
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