In Slovenia l’anno scolastico è iniziato con la consegna di una copia della Costituzione a tutti gli alunni delle prime classi delle elementari e delle scuole secondarie. Negli istituti della minoranza italiana e in quelli bilingui dell’Oltremura, la carta fondamentale della Repubblica è stata distribuita in italiano e in ungherese.
Quella slovena è una bella Costituzione, nata grazie alla capacità di dialogo delle forze politiche uscite dalle prime elezioni democratiche del 1990. Una caratteristica che la riottosa politica slovena ha ormai perso da tempo. Il documento era stato scritto in un clima di estrema incertezza. Venti di guerra spiravano sulla Jugoslavia. In Slovenia i partiti e l’opinione pubblica erano ormai convinti che bisognasse lasciare il prima possibile al suo destino il resto del calderone balcanico, che stava andando sempre più in ebollizione.
Il sogno era l’indipendenza, ma soprattutto le integrazioni euroatlantiche, tanto che persino i comunisti si presentavano all’elettorato con lo slogan “Europa adesso”. Un bel periodo di unità nazionale, la storia di un successo che merita di essere raccontata alle giovani generazioni.
Nelle scuole elementari di tutta la Slovenia, accanto alla Costituzione, è stata regalata una bandierina slovena. In quelle della minoranza italiana, gli alunni si sono trovati sul banco anche la bandiera della Comunità nazionale italiana, ovvero il tricolore, simbolo della Repubblica Italiana. Una scelta necessaria, in linea con la multiculturalità delle nostre scuole, dove le identità sono plurime, complesse e non in contrasto o in competizione tra loro.
UNA COSA NON COMUNE. La bandierina italiana è stata donata alle scuole dal circolo VitaNova, la società di promozione dell’identità italiana dell’Istria, nata agli inizi del 2025 su iniziativa di una serie di connazionali che, in passato, non hanno mancato di esprimere critiche nei confronti di un sistema minoritario che considerano rigido, autoritario e non interessato ad ascoltare altre voci. Lo hanno fatto spendendo i fondi entrati nelle casse dell’associazione grazie alle quote sociali e con proventi ottenuti organizzando alcuni eventi. Tirare fuori i soldi di tasca propria, senza aspettare che qualcun altro paghi il conto, è una cosa non comune nel piccolo mondo minoritario.
Sarebbe stato bello se, accanto alle due bandiere nazionali, ci fosse stata anche quella blu con le dodici stelle che rappresenta la nostra comune casa europea. Nelle scuole della minoranza, però, forse tre bandiere non bastano, perché l’identità degli alunni che le frequentano è variegata, diversa e composita. Ambienti unici, dove è ancora possibile sentirsi tutti diversi e tutti uguali.
MOMENTO DI ROTTURA. Il momento che stiamo vivendo è di rottura. L’identità, quella becera ed escludente, sta tornando a essere un tema sempre più dibattuto in Europa. Sarà una questione che anche le istituzioni della Comunità nazionale dovranno affrontare nei prossimi anni. Sarà un problema di cui dovrà occuparsi anche l’Unione Italiana, che dopo tanti anni dovrà tornare a fare politica e a discutere delle grandi questioni che riguardano la minoranza, il territorio in cui viviamo ed anche l’Europa.
La nuova leadership potrebbe anche avere il coraggio e l’ambizione di farlo, cambiando registro rispetto al passato. Al momento è troppo presto per giudicare. Intanto ha cominciato a muovere i primi passi e subito è andata in pellegrinaggio all’Università Popolare. Potrebbe essersi semplicemente presentata a Trieste per il rito del bacio della pantofola, ma potrebbe anche aver detto che qualcosa deve cambiare. Lo scopriremo nei prossimi mesi e nei prossimi anni.
CAPITANI CORAGGIOSI? L’ambizione di Marin Corva, Paolo Demarin e Marko Gregorič è sicuramente quella di dare una nuova prospettiva all’organizzazione minoritaria. Non sono lì solo per gestire il quotidiano. Devono trovare la rotta e non sarà facile. Quello che sanno è che a loro non verranno fatti sconti. Sin da subito, hanno dovuto fare i conti con una battagliera e chiassosa opposizione.Le voci dissonanti e le opinioni divergenti potrebbero essere maledettamente utili in un ambiente poco avvezzo al dialogo e al confronto. Le nuove idee dovrebbero servire soprattutto a riformare un’Unione burocratizzata, prigioniera della propria forma e di tanti regolamenti farraginosi e inutili. Nulla di simile, per ora, è accaduto. Così, al momento, si discute più di forma che di sostanza.
In Slovenia, intanto, la vera partita per la minoranza sta per cominciare. Le elezioni per il seggio specifico al Parlamento di Lubiana e quelle per i consiglieri dell’Unione Italiana non hanno fatto altro che scaldare i motori per quello che sarà il grande finale. Il 15 novembre si andrà al voto per le elezioni amministrative.
CONSIGLIERI COMUNALI, VICESINDACI, CAN. La posta in gioco è ghiottissima e si misura in termini di potere, soldi da gestire e gettoni da incassare. I seggi specifici nei comuni di Capodistria, Isola, Pirano e Ancarano, gli incarichi da vicesindaco italiano nelle quattro località, le presidenze delle Comunità autogestite comunali e, soprattutto, quella della Comunità autogestita costiera danno prestigio e visibilità e, come se ciò non bastasse, sono anche ben pagati.
Nei corridoi dei palazzi del potere cominciano a circolare i nomi dei papabili per i vari incarichi. I soliti bene informati dicono che alcuni hanno già le liste pronte, altri stanno cercando di capire se e come scendere in campo, altri ancora devono fare i conti con il deserto che hanno creato intorno a loro e con l’impossibilità di trovare qualcuno disposto a candidarsi insieme a loro. Come al solito, le idee e i programmi saranno uguali, sempre gli stessi, quelli che leggiamo da anni e che vengono riproposti, copiati e ricopiati da tempo immemorabile.
Non ci si scontrerà su grandi temi o su proposte autenticamente alternative, ma ci si unirà seguendo il solito principio secondo cui il nemico del mio nemico è mio amico. Ne nasceranno alleanze deboli ed effimere, destinate a sgretolarsi a seconda delle convenienze del momento, come è accaduto ampiamente in questo mandato. Ogni riferimento al caos isolano non è assolutamente casuale.
MANTENERE UN POSTO AL SOLE. La minoranza, da troppo tempo, ha smesso di immaginare sé stessa, di confrontarsi con il territorio e con il mondo. I seggi specifici e le funzioni garantite non servono a questo. Servono solo a regalare titoli roboanti, ad arrotondare il bilancio familiare, a farsi dare pacche sulle spalle e a ricevere lodi.
Lì si fa meno rumore possibile, senza alzare la voce quando le cose non vanno bene, perché con la maggioranza bisogna pur collaborare. Ora è il tempo di serrare le fila: i “caregati” devono continuare a mantenere un posto al sole. Per riuscirci bisogna trovare alleanze, andare a caccia del consenso dei grandi elettori, quelli che possono orientare gli altri e garantire il successo.
Non c’è il tempo per occuparsi di altro e non è nemmeno il tempo di capire che le Comunità autogestite, in qualità di cofondatrici delle scuole, avrebbero fatto una cosa buona e giusta se avessero consegnato ai loro istituti una bandierina della minoranza e una dell’Europa da regalare agli alunni.
Piccoli gesti che contano molto più di mille proclami. Al loro posto ci ha pensato VitaNova e proprio per questo l’iniziativa va apprezzata ancora di più.
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