L’Egitto a Torino

Visita ad uno dei musei più straordinari del Piemonte e d'Italia

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L’Egitto a Torino

Nel cuore di Torino, tra le linee barocche dell’Accademia delle Scienze, esiste un luogo in cui lo scorrere dei millenni diventa quasi tangibile. Il Museo Egizio, da due secoli custode della civiltà del Nilo in questo lembo d’Europa, si estende su oltre 10mila metri quadrati, con un percorso di circa 2,5 chilometri lineari tra sale e corridoi. Qui sono conservati più di 40mila reperti, dai grandi sarcofagi alle piccole testimonianze della vita quotidiana, di cui circa 3300 sono esposti al pubblico, raccontando migliaia di anni di storia. È uno dei più importanti al mondo. Ma come mai un tale onore spetta proprio al capoluogo piemontese, che certo pare difficile associare alle sabbie d’Egitto? Tutto merito dell’archeologo Ernesto Schiaparelli (1856-1928), artefice agli inizi del Novecento di una serie di scavi che portavano a molti ritrovamenti. Schiaparelli convinse i Savoia ad acquistare i locali per ospitare i manufatti di quest’affascinante civiltà.

L’edificio che oggi ospita una delle più straordinarie collezioni egittologiche al mondo non nacque come museo. Sorto nel 1679 come Collegio dei Nobili e divenuto poi sede dell’Accademia delle Scienze, cambiò ruolo solo nel 1824, quando il re di Sardegna, Carlo Felice, acquistò l’imponente collezione di Bernardino Drovetti, console di Francia in Egitto. Le migliaia di reperti raccolti dall’ambasciatore e collezionista, soprannominato “il faraone di Torino”, costituirono il nucleo originario del futuro museo.

A questo primo fondo si aggiunsero, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, i materiali provenienti dalle missioni archeologiche italiane, dirette da Ernesto Schiaparelli, nominato direttore del Museo nel 1894. Le sue campagne in Egitto, condotte tra il 1903 e 1920, portarono a Torino migliaia di oggetti provenienti da Deir el-Medina, Assiut, Gebelein e da molte altre aree di scavo, tra cui la celebre tomba intatta della regina Nefertati. Questo straordinario apporto trasformò in modo definitivo il Museo Egizio, che assunse una fisionomia scientifica moderna e un ruolo di primo piano nel panorama internazionale dell’archeologia.

MATERIA E FORMA. L’ingresso nel museo di oggi è un percorso costruito per essere attraversato come un racconto. Il pianterreno accoglie il visitatore con la sezione “Materia. Forma del tempo”, una sorta di preludio in cui la civiltà egizia si rivela non attraverso le figure dei faraoni, ma attraverso ciò che gli uomini sapevano fare con le mani. Tra legni antichi, pietre modellate, ceramiche decorate da pigmenti che ancora resistono, viene riscoperta l’importanza del gesto artigiano.

 

La xiloteca, una biblioteca di essenze lignee, ricostruisce un paesaggio vegetale e simbolico che gli egizi conoscevano intimamente: alcuni tronchi erano preziosi, altri funzionali, altri invece portatori di significati rituali. Camminando tra le vetrine si può osservare come ogni oggetto derivi da un intreccio tra tecnica e spiritualità, e come la materia fosse per gli egizi strettamente legata al culto e alla vita rituale. Il museo non si limita solo a esporre: grazie a ricostruzioni digitali, videoproiezioni e studi interdisciplinari, permette di comprendere aspetti della produzione e dell’uso dei reperti che spesso sfuggono a un’osservazione superficiale.

TRA RE E TEMPLI. Poco più avanti, sempre al piano terra, la Galleria dei Re si presenta come un ambiente imponente. Statue monumentali, scolpite in pietra e granito, emergono dall’ombra, imponendosi per dimensioni e dettaglio artistico. Il percorso richiama l’architettura di un antico tempio: le statue dei faraoni e delle divinità, collocate secondo un ordine tematico e cronologico, sono esposte in spazi che ne valorizzano la grandezza e il dettaglio artistico, permettendo di apprezzare la maestria degli scultori e la solennità delle figure.

Accanto a questo spazio si apre la Cappella rupestre di Ellesiya, proveniente dalla Nubia: si tratta di un tempio scolpito nella roccia e donato all’Italia nel 1966 come ringraziamento per l’aiuto nel salvataggio dei monumenti minacciati dalla costruzione della diga di Assuan. La struttura fu trasferita e ricostruita all’interno del museo, permettendo al pubblico di osservare direttamente questo esempio di architettura religiosa dell’antico Egitto.

IL CUORE DEL PERCORSO. La visita al Museo prosegue ai piani superiori che fanno entrare i visitatori nel cuore del percorso cronologico. Il secondo piano si apre con la “Mummia di Gebelein”, un uomo vissuto più di cinquemila anni fa e conservato in condizioni straordinariamente intatte. Accanto a lui, la “Tela di Gebelein” mostra una pittura su lino, risalente al 3600-3500 a.C., delicata e sorprendentemente moderna, testimonianza delle tecniche artistiche dell’epoca predinastica. Le sale dedicate all’Epoca Predinastica, all’Antico Regno e ai periodi successivi guidano il visitatore attraverso le trasformazioni della società nilotica.

Le Gallerie della Cultura Materiale permettono di osservare la vita quotidiana degli antichi egizi: tessuti, strumenti di lavoro e oggetti votivi documentano l’organizzazione domestica, i mestieri e le pratiche religiose, offrendo una visione completa della cultura materiale e spirituale dell’antico Egitto. Proseguendo la visita, al primo piano si trovano le celebri sale dedicate al villaggio di Deir el-Medina, la comunità di artigiani che per generazioni costruì le tombe della Valle dei Re. Tra gli oggetti esposti si possono vedere gli ostraka (frammenti di ceramica o pietra utilizzati come supporto per appunti o schizzi), strumenti di lavoro, amuleti, e iscrizioni, che documentano aspetti concreti della vita quotidiana e delle pratiche professionali degli artigiani.

VOLTI DELL’ALDILÀ. Tra le numerose tombe esposte al primo piano, la Tomba di Kha e Merit, ritrovata intatta da Ernesto Schiaparelli nel 1906, merita un’analisi più approfondita per il suo stato di conservazione e per la completezza del corredo funerario, che offre informazioni dettagliate sulla vita e sul ruolo dei funzionari di alto rango nell’antico Egitto. I due coniugi, lui architetto e “Soprintendente Capo dei Lavori della Grande Sede”, lei padrona di casa elegante e rispettata, vengono rappresentati attraverso gli oggetti conservati nella loro tomba: i sarcofagi decorati, gli strumenti di bellezza di Merit, gli utensili del lavoro di Kha, i tessuti finissimi e, soprattutto, il rotolo del “Libro dei Morti” ritrovato nel sarcofago di Kha, un testo che accompagna l’anima nel viaggio verso l’eternità.

Accanto alla tomba, si apre la Galleria dei Sarcofagi, un insieme impressionante di casse lignee riccamente dipinte, risalenti a epoche diverse. Osservandole da vicino si scopre l’evoluzione di uno stile, di un linguaggio simbolico e teologico, di una fede profonda nella vita dopo la morte. Poco oltre, altre sale portano alle profondità della Valle delle Regine, raccontando la figura di Nefertari e altre donne che hanno lasciato un’impronta nella storia egizia. Nefertari era la Grande Sposa Reale del faraone Ramses II e uno dei membri più influenti della corte, nota per il suo ruolo politico e religioso accanto al faraone. La sua tomba, decorata con pitture raffinate e iscrizioni dettagliate, offre preziose informazioni sui riti funerari e sull’arte funeraria del Nuovo Regno.

SCRIVERE, UN ATTO SACRO. L’itinerario prosegue attraverso l’Epoca Tarda, quella tolemaica, romana e tardoantica, mostrando un Egitto che cambia, che accoglie influenze esterne e che evolve senza mai perdere il proprio nucleo identitario. L’ultimo piano del museo è dedicato alla Galleria della Scrittura, una sorta di grande biblioteca silenziosa che accompagna il visitatore attraverso quattro millenni di lettere, simboli e parole. La Galleria illustra il ruolo fondamentale della scrittura nella società egizia: gli egizi la consideravano un atto sacro, strumento di comunicazione e di conservazione della memoria. Nella sala si trovano il “Papiro dei Re” (documento scritto in ieratico che elenca i sovrani egizi con indicazione della durata del loro regno), stele geroglifiche, testi amministrativi, documenti medico-magici e ostraka contenenti appunti degli scribi.

Uscire dal Museo egizio significa tornare alla Torino contemporanea, portando con sé la consapevolezza che ogni reperto – da sarcofagi ai papiri, dagli strumenti di lavoro agli oggetti di vita quotidiana – custodisce un mondo. La storia che raccontano non è solo un elenco di date, ma l’intreccio di vite, pratiche e saperi. Il museo non si limita solo a mostrare l’antico Egitto: lo documenta, lo studia e lo preserva, offrendo la possibilità di comprendere la continuità di una civiltà che, a distanza da millenni, parla ancora attraverso ciò che ha lasciato.

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