In occasione di una conferenza dedicata al tema “La spalla dolorosa”, tenutasi presso il Circolo della Comunità degli Italiani di Fiume, abbiamo incontrato un medico ortopedico di lunga esperienza, noto non solo per il suo percorso professionale internazionale, ma anche per il suo costante legame con la comunità fiumana: Ferruccio Tomissich.
Nel corso di una presentazione chiara e approfondita, ha accompagnato il pubblico attraverso l’anatomia e il funzionamento della spalla, illustrando le principali patologie, i metodi di cura, le terapie possibili e i comportamenti da adottare – o da evitare – nella vita quotidiana. L’interesse dei presenti è stato evidente e il dialogo con la sala si è protratto ben oltre l’esposizione, grazie a numerose domande e interventi.
Formatosi a Fiume e cresciuto professionalmente tra l’Adriatico, la Svizzera e gli Stati Uniti, è stato tra i pionieri dell’artroscopia ortopedica e ha ricoperto ruoli di responsabilità sia in ambito ospedaliero pubblico sia in strutture private d’eccellenza. In questa intervista ripercorre le tappe del suo cammino umano e professionale, intrecciando medicina, cultura e identità, con uno sguardo lucido e personale sul mestiere di curare.

Quando ripensa alla sua infanzia e agli anni della formazione a Fiume quali immagini o ricordi tornano più vivi alla memoria? E in quel percorso, com’è nata la scelta della medicina come vocazione di vita?
“Ho frequentato la scuola elementare ‘Dolac’ e successivamente il Liceo. La ‘Dolac’, come scuola elementare di una volta, era molto diversa da oggi, on esistevano attività strutturate come musica, balletto o ginnastica. Il tempo libero si trascorreva giocando, nel campetto o semplicemente qua e là, in modo spontaneo. Al Liceo, invece, ho iniziato a impegnarmi di più anche nelle attività extrascolastiche. Ho cantato e fatto da presentatore alla Filodrammatica e al Circolo. Nel complesso, il periodo liceale resta per me un ricordo molto positivo: è stato un passaggio importante della mia formazione, un’esperienza che mi ha aiutato a maturare e che ha contribuito in modo decisivo alla scelta della mia futura professione.
L’idea di dedicarmi alla medicina è nata in un momento preciso, durante gli anni del Liceo, quando il primo trapianto di cuore eseguito da Christiaan Barnard ebbe una grande risonanza. Quel fatto mi colpì profondamente. Proprio in quel periodo, durante un compito in classe di italiano, la professoressa Maria Illiassich ci chiese di scrivere quali fossero le nostre idee per l’avvenire. In quell’occasione raccontai quanto quell’intervento mi avesse entusiasmato e come avesse acceso in me il desiderio di immaginare il mio futuro nella professione medica. Fu una sorta di scintilla, il momento in cui le mie aspirazioni iniziarono a prendere una direzione più chiara.
A scuola ottenevo buoni risultati, in particolare nelle materie scientifiche come biologia e chimica, fondamentali per l’accesso alla facoltà di Medicina. Ero molto preparato e, all’epoca, fui anche esonerato dall’esame di maturità grazie agli ottimi risultati finali. A quel punto, la mia scelta era ormai definita: avevo in mente solo la medicina e non presi in considerazione altre strade”.

Dopo la laurea è entrato nella Clinica ortopedica di Laurana come specializzando in ortopedia. Che tipo di ambiente era e che ruolo ha avuto quell’esperienza nella sua crescita professionale?
“Conoscevo già alcuni colleghi più anziani che vi lavoravano e questo mi aveva permesso di intuire che si trattava di un ambiente molto familiare, caldo, capace di accoglierti quasi come una vera e propria famiglia. Laurana è stata per me un’esperienza davvero meravigliosa, soprattutto dal punto di vista umano e professionale. Ho incontrato specialisti che mi hanno stimolato molto nella formazione e che hanno avuto un ruolo importante anche nell’orientare il mio percorso. In quegli anni si muovevano i primi passi nel campo dell’artroscopia e, essendo giovane, ero particolarmente attratto dalle novità e dalle tecniche innovative.
In questo contesto furono fondamentali il dottor Nemec e il dottor Mihelić, che all’epoca erano tra i pochi a praticare l’artroscopia. Io, da giovane ‘piccolo assistente’, cercavo sempre di seguirli e loro mi diedero la possibilità di muovere i primi passi in questo ambito della chirurgia ortopedica, che in seguito si sarebbe rivelato decisivo per il mio futuro professionale. Oltre all’esperienza strettamente lavorativa, Laurana era anche un luogo di grande condivisione. L’ambiente era davvero molto caldo, ogni giovedì si andava a giocare a calcio e, persino in quelle rare occasioni in cui nevicava, ci ritrovavamo a spalare la neve dal campetto della scuola di Laurana per poter sistemare le porte, montare le reti e giocare comunque la nostra partitella”.

Com’è nato il contatto con la Svizzera e e cosa l’ha convinta ad accettare l’offerta di trasferirsi a Lugano? Ricorda le prime difficoltà o, al contrario, le prime soddisfazioni di quel periodo?
“Il contatto con la Svizzera è nato nel 1990, dopo che ero già diventato specialista e avevo lavorato per un periodo come specialista anche a Laurana. In quel momento ebbi modo di entrare in contatto con alcune persone in Svizzera, che mi diedero una sorta di ‘input’ per fare un passo nuovo. Sentivo il bisogno di cambiare, di vedere e scoprire cose nuove, di mettermi alla prova in un contesto diverso. Da buon Vergine, come si dice nell’oroscopo, la Svizzera mi sembrava il Paese ideale, ordinato, preciso, affidabile.
Così decisi di fare questo passo e partii. Nel primo anno trascorso in Svizzera ebbi l’occasione di incontrare un professore di ortopedia che eseguiva interventi di altissimo livello, molto validi dal punto di vista chirurgico, ma che non si occupava di artroscopia. Sapendo che io avevo già esperienza in questo ambito, mi diede la possibilità di occuparmi di questi interventi, di sviluppare ulteriormente questa tecnica e di farla crescere all’interno della struttura”.

C’è un intervento chirurgico o un caso clinico che ricorda in modo particolare, per la sua complessità o per il modo in cui è stato affrontato?
“Nel corso della mia carriera ho eseguito moltissimi interventi, oltre dodicimila. Tra questi, uno che ricordo in modo particolare è un intervento estremamente complesso, avvenuto il 31 dicembre. Ero rientrato da una vacanza e mi trovai ad affrontare un caso drammatico: un paziente molto giovane coinvolto in un incidente gravissimo, con fratture del bacino e dell’anca. L’intervento durò circa sei-sette ore, con diversi accessi chirurgici e continui cambi di posizione del paziente sul tavolo operatorio. Si lavorava sotto i raggi e in una postura molto faticosa; al termine ero talmente piegato che non riuscivo più a raddrizzare la schiena e fu un assistente ad aiutarmi. Dovetti poi ricorrere anche alla fisioterapia. Nonostante tutto, ero profondamente soddisfatto: ho seguito quel paziente negli anni e i risultati sono stati ottimi. È stato un dolore ‘positivo’, ripagato dal successo clinico.
Posso dire, con un certo orgoglio, di non aver mai avuto un decesso sul tavolo operatorio, nemmeno in situazioni di traumi gravi. Ricordo anche un episodio quasi paradossale: una paziente anziana, molto ostinata, che in un solo mese si ruppe l’anca tre volte cadendo sempre negli stessi gradini del giardino di casa. L’ultimo intervento terminò alle tre di notte, ed è stato uno dei momenti più faticosi della mia carriera. Infine, il paziente più anziano che abbia mai operato aveva 99 anni e nove mesi, con una frattura complessa del femore. Tornò a controllo dopo tre mesi, leggeva il giornale e mi disse sorridendo che aveva appena compiuto cent’anni. È un’immagine che non dimenticherò mai. Potrei davvero scriverci un libro”.
In una carriera così lunga e intensa, c’è un paziente o una storia che l’ha segnata e che ha influenzato il suo modo di vedere la professione o la vita stessa?
“Non c’è stato un episodio tragico o una singola storia che abbia cambiato radicalmente il mio modo di vedere la professione o la vita. Se tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto. Piuttosto, nel tempo ho maturato un mio modo di intendere la professione medica. Il mio principio è sempre stato quello di non voler essere il primo a tutti i costi, ma di saper osservare, imparare dalle esperienze altrui e, soprattutto, evitare gli errori che altri avevano già commesso nel mio campo chirurgico. Nella vita gli errori sono parte del percorso, ma in chirurgia possono avere conseguenze molto serie. Per questo, di fronte a nuovi interventi, a nuovi modelli di protesi o a nuovi strumenti, mi è sempre piaciuto avere alle spalle un follow-up di almeno cinque anni, basato sull’esperienza maturata in grandi cliniche universitarie.
La mia crescita professionale è stata possibile anche grazie al fatto di esser stato membro della Società americana di ortopedia. Ogni anno partecipavo al congresso annuale, dove venivano presentate molte novità, accompagnate però da grandi studi statistici e analisi su lunghi periodi. L’America è un contesto straordinario, ma tutto lì è ‘grande’, i numeri, le idee, le ambizioni. Per me era importante andare, vedere, ascoltare e poi, durante il viaggio di ritorno attraverso l’Atlantico, iniziare già a filtrare ciò che avevo appreso. Una volta rientrato in Europa, portavo a Lugano solo ciò che ritenevo davvero applicabile e sicuro, ciò che poteva funzionare, ciò che era opportuno fare e ciò che invece era meglio evitare. È con questo approccio che, ad esempio, nel 1995 ho iniziato a occuparmi di artroscopia della spalla, grazie alla formazione ricevuta negli Stati Uniti”.
Com’è stata la vita a Lugano, fuori dall’ospedale? Ha trovato differenze o similitudini curiose rispetto al luogo in cui è cresciuto?
“A Lugano mi sono adattato molto facilmente. Il lago mi ricordava moltissimo Abbazia e Slatina: passeggiare lungo le sue rive era quasi come camminare lungo il mare, e questa somiglianza mi ha fatto sentire subito a casa. Un altro aspetto fondamentale è stata la lingua. Conoscevo già l’italiano e per me è stato subito naturale parlare e lavorare in questa lingua. Anzi, scherzando, penso di averlo parlato persino meglio di molti ticinesi, che spesso usano il dialetto. Con il tempo ho imparato anche quello, perché per avvicinarsi davvero alle persone è importante parlare come parlano loro. Per questo non ho mai avuto particolari difficoltà di inserimento.
Quando è arrivata anche la mia famiglia, la sensazione è stata ancora più forte: era quasi come stare a Fiume. Allo stesso tempo, però, c’erano stimoli nuovi e maggiori, che ti spingevano a darti da fare di più. Mi dicevano spesso che ero ‘più svizzero degli svizzeri’, soprattutto per la puntualità: arrivavo sempre agli appuntamenti con dieci minuti di anticipo ed ero molto preciso in tutto ciò che facevo. Mi sono trovato benissimo anche perché lì non contavano tanto le conoscenze o le relazioni che possono favorirti, ma il lavoro, l’impegno e l’esperienza. Ed è proprio grazie a questo che ho costruito il mio percorso. Sono molto soddisfatto della mia vita a Lugano e, infatti, non sono mai tornato definitivamente a Fiume, c’è sempre ancora un piede nella città svizzera”.

Ha vissuto tra Croazia, Italia e Svizzera. Che importanza ha avuto – e ha oggi – la lingua nella costruzione della sua identità? Secondo lei, quale valore attribuisce a questo intreccio di territori e culture, soprattutto nel contesto della Comunità nazionale italiana?
“La lingua ha avuto un ruolo fondamentale nella costruzione della mia identità, fin dalla nascita. In famiglia parlavo il dialetto fiumano con mio padre e mia madre; a scuola, invece, l’italiano era la lingua di riferimento. Solo all’università ho iniziato a parlare meglio, e poi bene, anche il croato, che per me era più difficile, soprattutto per via dei casi grammaticali. In questo percorso ho avuto anche una grande fortuna: ho incontrato quella che sarebbe poi diventata mia moglie, che mi ha aiutato moltissimo a imparare il croato. È una relazione che dura da 53 anni.
Proprio per questo, credo che la lingua sia un elemento essenziale dell’identità. Quello che oggi mi dispiace molto è constatare che nei licei si parli prevalentemente croato. Lo dico per esperienza personale: tempo fa ho accompagnato alcuni amici italiani che volevano iscrivere la figlia al liceo e, percorrendo i corridoi fino alla direzione, si sentiva parlare solo croato. Ai miei tempi, invece, nei corridoi si parlava il dialetto fiumano, ma in classe l’italiano era usato in modo rigoroso e naturale. Questo, a mio avviso, è qualcosa che si sta perdendo.
Nel contesto della Comunità nazionale italiana, questo intreccio di territori e culture rappresenta una grande ricchezza, ma anche una responsabilità. Siamo diventati una minoranza sempre più piccola, un tempo si parlava di gruppo etnico italiano, oggi si parla di minoranza. È proprio per questo che la lingua, più che mai, va tutelata e vissuta ogni giorno, non solo come strumento di comunicazione, ma come parte viva della nostra storia e della nostra identità”.
Lei è noto non soltanto come medico, ma anche per i suoi interessi culturali, in particolare per la musica. Oggi, quali passioni accompagnano le sue giornate?
“Una delle mie prime passioni, da giovane, è stata la chitarra classica. Ho iniziato a suonarla intorno ai dieci anni e l’ho praticata per diversi anni. Crescendo, la chitarra classica mi è sembrata un po’ troppo impegnativa e mi sono avvicinato al jazz, prima di fermarmi del tutto. Ho coltivato anche la passione per la pittura, facevo parte del gruppo fondato dal professor Romolo Venucci, al Circolo.
Quando ho smesso di lavorare in Svizzera e ho iniziato a trascorrere più tempo a Fiume, nel 2018, ho sentito il desiderio di riprendere alcune di queste passioni. Sono rientrato nel coro, anche come solista, partecipando a vari spettacoli di musica leggera. Allo stesso tempo, ho avviato un consultorio medico, attivo il primo mercoledì di ogni mese, dedicato in particolare agli anziani fiumani. Ho iniziato anche a tenere delle conferenze divulgative, che purtroppo si sono interrotte con la pandemia.
Dopo il Covid, però, le attività sono riprese. Recentemente ho organizzato una conferenza dedicata alla spalla, mentre la precedente, nel 2019, era stata incentrata sull’artrosi del ginocchio. Per la prossima primavera ho già in progetto un nuovo incontro sul mal di schiena. In fondo, che si tratti di musica, cultura o medicina, il filo conduttore resta lo stesso: il desiderio di condividere esperienze, conoscenze e passioni, continuando a restare attivo e presente nella vita della Comunità”.
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.








































