Le celebrità oggi funzionano come superfici di proiezione: corpi e volti su cui si depositano desideri, tensioni e contraddizioni del presente. Ma ogni apparizione pubblica – soprattutto sul red carpet – è il risultato di un processo molto meno spontaneo di quanto sembri. Dietro quell’immagine costruita si muove una figura spesso invisibile, lo stylist, capace di tradurre identità e intenzioni in un linguaggio visivo preciso. È un lavoro di equilibrio, di negoziazione, tra chi si espone e chi costruisce quell’esposizione.

È da questa dinamica che prende forma “Exposure – Quando il mondo ti guarda, da Harry Styles a Lady Gaga” (Exposure – The Power of Being Seen, from Harry Styles to Lady Gaga), la mostra ospitata all’ITS Arcademy di Trieste, aperta dal 26 marzo 2026 al 3 gennaio 2027. Il progetto porta la firma di Tom Eerebout, stylist belga tra i più richiesti della scena internazionale, noto per aver costruito alcune delle immagini più riconoscibili della cultura pop recente. Tra queste, l’apparizione di Lady Gaga alle Olimpiadi di Parigi, ma anche collaborazioni con Kylie Minogue, Rita Ora e Austin Butler.
La mostra si sviluppa come un racconto per immagini e oggetti: abiti, accessori e momenti iconici che tracciano il percorso visivo costruito da Eerebout insieme ai suoi collaboratori. Non si tratta semplicemente di una raccolta di look celebri, ma di una riflessione sul modo in cui l’immagine prende forma e diventa narrazione.
Un aspetto particolarmente interessante è la presenza di creazioni firmate da designer che hanno mosso i primi passi proprio a Trieste, all’interno del circuito ITS, a sottolineare il legame tra “talent scouting” emergente e sistema globale. Ad accompagnare l’esposizione, un catalogo curato dallo stesso Eerebout insieme con il filosofo Emanuele Coccia, che raccoglie una serie di conversazioni con lo storico della moda Olivier Saillard. Il risultato è un dialogo a più voci che attraversa moda, filosofia e pratica curatoriale.

CORPO, ABITO, OSSERVATORE
Il progetto si estende anche fuori dal museo con un’installazione urbana che trasforma via Cassa di Risparmio in una sorta di galleria a cielo aperto. Dieci immagini di grande formato mettono in scena il rapporto tra corpo, abito e osservatore, portando nello spazio pubblico la stessa tensione visiva che attraversa la mostra. Sostenuta dalle istituzioni locali e nazionali – dal Ministero della Cultura alla RAI Friuli Venezia Giulia, insieme alla Regione e al Comune di Trieste – l’esposizione si inserisce in un momento significativo per la città e per il sistema ITS.
Quanto a Eerebout, la sua traiettoria professionale si costruisce a Londra, dove affina un’estetica personale riconoscibile e una pratica profondamente legata alla costruzione dell’immagine. In oltre dieci anni di attività ha lavorato tra tour internazionali, videoclip, campagne ed editoriali, consolidando una rete di collaborazioni che attraversa musica, cinema e moda.

Per capire davvero “Exposure” però, è necessario soffermarsi sul luogo che la ospita. L’ITS Arcademy non è semplicemente uno spazio espositivo: è un caso isolato nel panorama italiano. Inaugurato nel 2023 all’interno dello storico palazzo della Cassa di Risparmio, si definisce come il primo museo interamente dedicato alla moda contemporanea del Paese, con una specificità ancora più rara: l’attenzione esclusiva ai talenti emergenti. Il cuore dell’istituzione è la sua collezione, costruita nel tempo attraverso il ITS Contest.
Più che un archivio, è una mappa delle origini: oltre quindicimila materiali tra portfolio, abiti, accessori e progetti fotografici che documentano le fasi iniziali di carriere oggi consolidate. È qui che si rintracciano le prime intuizioni di designer che avrebbero poi ridefinito il linguaggio della moda contemporanea, sia all’interno delle grandi maison sia attraverso percorsi indipendenti.
È in questo contesto che si inserisce “Exposure – Quando il mondo ti guarda”, quarta mostra del museo e primo progetto espositivo interamente dedicato alla figura dello stylist. Una scelta significativa: portare al centro della narrazione una professionalità solitamente invisibile significa spostare lo sguardo, interrogare i meccanismi attraverso cui l’immagine prende forma e si diffonde.

FIN DOVE ARRIVANO I NOSTRI SOGNI?
L’ingresso alla mostra introduce subito questa prospettiva. Lo spazio non si presenta come una semplice sequenza di abiti, ma come un ambiente costruito attorno all’idea di visibilità: chi guarda e chi è guardato, chi costruisce e chi interpreta. I look esposti – indossati da figure centrali della cultura pop contemporanea – vengono trattati come dispositivi narrativi in cui ogni pezzo rimanda a un momento preciso, a una strategia visiva, a un’intenzione comunicativa. È da qui che il percorso si fa più immersivo, accompagnando il visitatore dentro il processo stesso della costruzione dell’immagine.
Il percorso espositivo prende forma a partire da un dispositivo tanto semplice quanto efficace: il red carpet. La sezione d’apertura, significativamente intitolata “Red Carpet: fino a dove arrivano i nostri sogni?”. Per accedere al resto della mostra, il visitatore è chiamato ad attraversare un tappeto rosso, accompagnato da flash, suoni e frammenti visivi che evocano l’atmosfera dei grandi eventi. Qui il red carpet smette di essere sfondo e diventa oggetto di analisi. Non più semplice passerella, ma spazio rituale in cui moda, celebrità e industria dell’immagine si sovrappongono.

È il momento in cui un abito smette di appartenere al designer per trasformarsi in immagine globale, costruita collettivamente da stylist, make-up artist, hair stylist e uffici stampa. Tutto converge in pochi secondi: uno scatto, una domanda ricorrente – “chi indossi?” – e una narrazione che si fissa. A segnare questo ingresso sono alcuni look emblematici, indossati da figure centrali della cultura pop: da Katy Perry a Beyoncé, fino a Rebecca Ferguson, Charli XCX, Nicole Kidman e Damiano David. I capi – firmati, tra gli altri, da Jean Paul Gaultier e Ann Demeulemeester – funzionano come soglie narrative: non solo oggetti iconici, ma esempi di come un’immagine possa diventare simbolo nella cultura contemporanea.
Superata questa prima sezione, la mostra si articola in una serie di ambienti tematici che spostano progressivamente lo sguardo dal momento pubblico al processo nascosto. Titoli come La camera d’albergo, Il bozzolo della moda, Il diavolo è negli accessori, L’ultima firma, Scolpire il corpo e La luce delle muse suggeriscono un attraversamento più intimo: dai fitting privati alla costruzione del look, fino alla sua esposizione definitiva.

UN PROCESSO DI DECOSTRUZIONE
Dopo l’impatto iniziale del red carpet, il percorso si sposta dietro le quinte. La sezione Hotel Room segna questo passaggio: dalla scena pubblica allo spazio della costruzione. La stanza d’albergo diventa un luogo di transizione, di un laboratorio temporaneo dove l’identità viene ritrattata prima di essere esposta. Tra abiti disposti con precisione, accessori pronti e team al lavoro, emerge la dimensione collettiva dello styling. Eppure, nonostante la frenesia operativa, resta una tensione intima: è qui che la celebrità prova, si osserva, si prepara psicologicamente a diventare immagine. I look esposti riflettono proprio questa fase sospesa, tra cui interventi per Madonna, Kylie Jenner e Jenna Ortega, insieme a progetti legati al cinema e all’editoria visiva contemporanea.
Da qui il percorso si concentra su un elemento spesso sottovalutato ma decisivo: gli accessori. Il diavolo è negli accessori è una sezione che presenta il processo di transizione, in cui gli accessori smettono di essere dettagli e si rivelano dispositivi narrativi. Gioielli, scarpe, cappelli e guanti non completano semplicemente un look, ma ne determinano direzione e significato. Possono spostare l’equilibrio di un’immagine, renderla iconica, trasformare un insieme in un personaggio.

Il discorso si fa ancora più tecnico con Scolpire il corpo, una delle sezioni più interessanti della mostra. Qui lo styling viene presentato per ciò che realmente è: un lavoro di costruzione della forma. Attraverso strumenti invisibili – nastri, imbottiture, interventi sulla silhouette – il corpo viene modificato, guidato, reinterpretato. Non si tratta solo di vestire, ma di progettare una presenza. La moda, in questo senso, continua una lunga tradizione di artificio: dai corsetti storici alle strutture contemporanee, ogni epoca ha ridefinito il corpo ideale.
A chiudere il processo creativo è L’ultima firma, il momento più silenzioso e forse più rivelatore. Qui lo stylist interviene per l’ultima volta prima dell’esposizione pubblica: aggiusta, corregge, rifinisce. È un gesto rapido ma decisivo, in cui strumenti minimi – forbici, nastro, vapore – diventano estensioni di un sapere costruito nel tempo. Più che un atto tecnico, è un momento di concentrazione e fiducia, in cui l’immagine viene definitivamente consegnata al mondo. Tra i capi presentati, anche look indossati da Björk e Austin Butler.

Infine, La luce delle muse riporta il discorso all’origine: l’ispirazione. La mostra suggerisce come lo styling non nasca mai nel vuoto, ma da un sistema di riferimenti visivi, culturali e personali. Le muse non sono entità astratte, ma presenze concrete che attraversano immagini, volti e memorie. In questa sezione compaiono figure come Noomi Rapace, Kylie Minogue, Linda Evangelista e Harry Styles, a testimoniare la relazione continua tra chi ispira e chi costruisce l’immagine. Nel suo insieme, il percorso funziona come una progressiva decostruzione del glamour: da ciò che appare a ciò che lo rende possibile. E proprio in questo scarto – tra visibile e invisibile – la mostra trova la sua forza.
EMERGERE E AFFERMARSI
A chiudere il percorso – anche se fisicamente collocata in uno spazio distinto ma strettamente connesso alla mostra – è la sezione dedicata ai finalisti dell’ITS Contest 2026. Un passaggio fondamentale, perché riporta il discorso dal sistema dell’immagine già affermata a quello della sua origine: il momento in cui tutto è ancora in costruzione. Qui il tono cambia. Dopo aver attraversato il glamour, i meccanismi e le strategie dello styling, si entra in una dimensione più grezza e progettuale. “Rise and Shine”, tema di questa edizione, non suona come uno slogan, ma come una dichiarazione d’intenti: emergere, affermare una visione, trovare una voce in un sistema che tende spesso all’omologazione.
Tra i nomi selezionati – da William Palmer e Steven Chevallier a Yi Ding, Jamie O’Grady, Darius Betschart, Stan Peeters, Tidjane Tall, Anna Maria Vescovi e Wenji Wu – emerge il lavoro della designer belga Chloë Reners, premiata con la menzione speciale della giuria. Formata ad Anversa e oggi parte dell’universo Schiaparelli, Reners propone con Dot Dot Dot una riflessione sul corpo femminile filtrata attraverso il Surrealismo: figure frammentate, identità che sfuggono alla rappresentazione convenzionale, immagini che mettono in crisi l’idea stessa di femminilità codificata. Più dei singoli riconoscimenti, è l’insieme a restituire il senso di questa sezione. Ogni finalista porta con sé un linguaggio in formazione, una ricerca ancora aperta, ma già capace di raccontare. È qui che la moda torna a essere processo prima che risultato.

Il dialogo con “Exposure” diventa allora evidente: da un lato gli abiti che hanno già attraversato il sistema mediatico globale, indossati da figure come Lady Gaga o Harry Styles; dall’altro, le prime manifestazioni di un pensiero creativo che potrebbe definire il futuro. Non una contrapposizione, ma una continuità. In questo passaggio finale, l’ITS Arcademy chiarisce la propria funzione più profonda: non solo conservare o esporre, ma mettere in relazione tempi diversi della moda.
A chiudere il racconto della mostra è il cuore concettuale di “Exposure”: l’importanza dello styling. Lo styling è l’architettura invisibile che dà forma all’immagine, costruisce significato e trasforma la moda in linguaggio. È il ponte tra l’oggetto e l’emozione, tra il capo e l’identità di chi lo indossa. Ogni scelta di colore, tessuto, proporzione o gesto è una dichiarazione: un atto creativo e personale che racconta chi siamo, cosa desideriamo e come vogliamo apparire agli altri.

Al suo massimo, lo styling è collaborazione. Riunisce designer, fotografi, hair e make-up artist e il soggetto stesso in un dialogo di fiducia e condivisione: lo stylist diventa direttore d’orchestra e interprete, armonizzando voci diverse in un’unica visione potente. E fuori dalle passerelle o dai set, lo styling appartiene a tutti. Ogni giorno, decidere cosa indossare significa partecipare a questa pratica, esprimere sicurezza, appartenenza o differenza. È un’arte in movimento, quotidiana, che ci permette di abitare le nostre identità con intenzione e consapevolezza.


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