«L’anoressia è un disagio da cui si può guarire»

A colloquio con il medico e vicesindaco Goran Palčevski, a capo del Reparto di riferimento in seno alla Clinica pediatrica di Costabella

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«L’anoressia è un disagio da cui si può guarire»
Goran Palčevski. Foto: ŽELJKO JERNEIĆ

Il periodo della pandemia, in particolar modo quello segnato dal lockdown, ha portato parecchi disagi alla popolazione a livello mondiale. Gli esperti hanno dichiarato che a soffrire di più è stata sicuramente la salute mentale, per la quale le conseguenze saranno visibili ancora per tantissimi anni. I mesi all’insegna del lockdown hanno modificato, però, anche il modo di assumere cibo. Sono in tanti coloro che hanno mangiato di più, per noia o per il semplice motivo che, essendo chiusi in casa, avevano più tempo a disposizione per cucinare. I social media sono stati presi d’assalto da potenziali cuochi, che esibivano di tanto in tanto leccornie di vario tipo. Al punto che una delle pagine Facebook create nell’era Covid, si chiamava addirittura “Una quarantena di chili”. Se da una parte c’è stato, però, chi i chili li ha accumulati come se non esistesse un domani, dall’altra c’è stato anche qualcuno – per lo più giovani – che ha dovuto combattere con l’anoressia. Ne abbiamo parlato con il dott. Goran Palčevski, responsabile del reparto di gastroenterologia, epatologia, nefrologia e endocrinologia della Clinica pediatrica di Costabella, nonché vicesindaco di Fiume.

A che cosa è dovuto quest’aumento del numero di giovani con problemi anoressici?
“L’anoressia, come la bulimia o l’obesità, è un disordine alimentare. Ultimamente assistiamo a un aumento di ortoressia, dove le persone sono ossessionate dal cibo sano, che stanno attente all’assunzione di calorie e alle caratteristiche di un dato prodotto. L’anoressia, a differenza dell’obesità, è un problema psichiatrico. È un sintomo fisico che riflette un disagio mentale di una singola persona. Visto che durante la pandemia tutte le nostre insoddisfazioni sono venute prepotentemente a galla, è aumentato anche il numero dei ragazzi colpiti da anoressia. Se negli anni precedenti avevamo circa 7 casi all’anno, nel 2020 il numero è salito a 15 per poi raggiungere i 18 nel 2021. Un aumento di circa il 100 p.c. La maggior parte di questi sono adolescenti, mentre circa il 20 p.c. ha meno di 12 anni”.

Oltre alla perdita di peso, come i genitori possono rendersi conto che c’è qualcosa che non va?
“Consiglierei loro di portare i propri figli in ospedale al minimo sospetto. Preferisco rimandarli a casa e dire che si tratta di un falso allarme, che dovere riferire loro che c’è una diagnosi. Se esiste qualche piccolo sospetto, sarà il caso di trascorrere quanto più tempo con i ragazzi, mangiare assieme a loro quanti più pasti al giorno e tenere sotto controllo gli alimenti. Non basta una sola visita per appurare se si tratta di anoressia. Ci vuole più tempo per tutto un team di esperti che si occupa del caso: pediatra, psicologo, psichiatra e nutrizionista. Non si può risolvere il problema senza questi profili. È bene ribadire che non si tratta di un problema somatico, bensì psichiatrico. Spesso dobbiamo ricoverare sia i ragazzi che le madri, per aiutarli a superare il problema. Si tratta di processi lunghissimi, che durano anni. Raramente la cosa si risolve in qualche mese. Anche perché c’è chi spesso nega di avere un problema, ed è magari supportato in ciò dal genitore. In questi casi è difficile lavorare”.

Quando e come si svolgono le terapie?
“Ogni martedì abbiamo la terapia in ospedale assieme al terapeuta alimentare. Alle 8.30 i ragazzi arrivano e vengono pesati. Al momento ne abbiamo una quindicina. Alle 9 inizia il lavoro di gruppo con i ragazzi e un altro gruppo con i genitori. Di solito non vengono ricoverati, a meno che non si tratti di casi gravi con bradicardia, temperatura e pressione bassissime. Si tratta nella maggior parte dei casi di ragazze. Gli altri, invece, vengono solo al martedì. Il loro comportamento varia. C’è chi accetta le cure sin da subito e chi invece le rifiuta. Ciò che ripeto loro è di non aspettarsi una soluzione a breve termine. Purtroppo noi smettiamo di curarli a 18 anni e quindi il loro problema se lo porteranno avanti se non decideranno di curarsi da soli. Un terzo di questi ragazzi viene curato, un altro terzo combatterà tutta la vita e il rimanente purtroppo avrà esito negativo, che spesso può portare anche al suicidio”.

Com’è l’alimentazione dei ragazzi in ospedale?
“S’inizia con piccolissime dosi, che spesso sorprendono i genitori, in quanto un corpo che non mangia e non beve subirebbe dei grossi danni assumendo grandi quantità di cibo. Si comincia con 400 calorie al giorno. Purtroppo questi ragazzi hanno una strana percezione del loro corpo e si vedono obesi anche avendo 35 chili. Bisogna sapere anche comunicare con loro, perché se a una ragazza anoressica che ingrassa di un chilo con tantissimo sforzo diciamo ‘finalmente hai messo su peso’, mandiamo all’aria tutto il lavoro. Per loro assumere chili è un castigo e qui lo psicologo è essenziale. Anche perché sono molto furbi quando devono pesarsi: c’è chi mette dei sassolini nelle tasche, o nascondono il cibo, chi toglie la sonda con la quale vengono alimentati…”.

Quanto influisce la società odierna sulla percezione del nostro corpo? Vediamo che nei negozi difficilmente troveremo qualcosa di bello da indossare se la taglia è un po’ più grande.
“Purtroppo sono stati creati degli ideali dove tutti devono essere alti, magri, abbronzati e perfetti. Il profitto a scapito della salute. È logico che una ragazza labile, che non ha avuto un supporto familiare, ha maggiori possibilità di ammalarsi di anoressia in quanto convinta di essere grassa. Specialmente adesso, in vista dell’estate, quando tutti noi vorremmo esibire in spiaggia un corpo perfetto come nelle riviste di moda”.

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