La tragedia di Vergarolla sullo schermo dell’Arena

Sarà il film “Mare” di Andrea Štaka a inaugurare la 67ª edizione del festival cinematografico di Pola, in programma dal 29 agosto al 4 settembre (salvo un ulteriore slittamento dell’ultima ora, dettato pure questo dalla ripresa dell’epidemia da coronavirus, come capitato a fine luglio, quando la kermesse è tradizionalmente in calendario). Sedici le opere in lizza per l’Arena d’oro (il programma completo si trova sul sito www.pulafilmfestival.hr, anche se a oggi non è disponibile la versione italiana), con 21 film studenteschi, una ventina di documentari nella sezione Pola corta, che vanta tre première assolute, tra cui il lavoro di Arsen Oremović, che parla della strage che diede il via all’esodo in massa da Pola. Il documentario, dal titolo “Mine na plaži – Vergarola” (Mine in spiaggia – Vergarolla), della durata complessiva di 52 minuti, nasce all’interno del secondo ciclo di “Sciagure”, serial prodotto per la Radiotelevisione croata (Hrt) e dopo la prima “mondiale” polese, sarà trasmesso anche sui piccoli schermi.
Ricordiamo, erano passate da poco le ore 14 del 18 agosto 1946 quando una fortissima deflagrazione scosse Pola, sulla spiaggia di Vergarolla, dove una manifestazione sportiva aveva attirato sul luogo qualche centinaio di “polesani”, in buona parte giovani e famiglie. Saltarono in aria 28 mine di profondità, ammassate sull’arenile per un totale di 9 tonnellate di tritolo, materiale bellico apparentemente disinnescato. Due giorni dopo, 64 salme identificate saranno composte nelle bare. Ogni anno a Pola, in concomitanza con il 18 agosto, la città rende omaggio alle vittime. Finora l’argomento è stato trattato soprattutto da una parte della storiografia italiana, oltre che dalla comunità degli esuli. Il pubblico, oltre i confini dell’Istria e della Venezia-Giulia, continua a ignorare Vergarolla. Ora, una platea molto vasta e variegata in Croazia (e non solo) prenderà coscienza, per la prima volta, dell’eccidio che spinse la maggior parte della popolazione della città all’esodo.
doveroso ricordare
Oremović ci offre un racconto a più voci, mettendo insieme le ricostruzioni degli storici, il vissuto e le impressioni dei sopravvissuti o di chi era presente a Pola in quei fatidici giorni, riprese dei luoghi, immagini d’epoca (tra filmati e fotografie) e inserti di fiction che ricostruiscono brevi scene con personaggi realmente coinvolti in quei fatti. Dal trailer si capisce che i protagonisti del filmato sono gli storici Darko Dukovski, Tea Čonč, Raul Marsetič e Federico Tenca Montini, l’architetto e appassionato di storia locale Anton Percan, e come testimoni Claudio Bronzin, Livio Dorigo, Giulio Ladavaz, Vera Plastić, Aldo Skira e Lino Vivoda.
Il documentario inizia illustrando il contesto storico del secondo conflitto mondiale in Istria – come anticipa l’autore –, il ritiro delle truppe jugoslave dietro la cosiddetta di Morgan, la situazione in una Pola chiaramente e nettamente divisa, “e mi riferisco qui non solo alla città ma anche alle famiglie, all’interno delle quali c’erano membri che sostenevano l’annessione all’Italia, mentre altri volevano che passasse alla Jugoslavia. Si prosegue con le celebrazioni dell’anniversario della Società Nautica ‘filo-italiana’, la ‘Pietas Julia’, durante le quali accadde la terribile tragedia. I nostri interlocutori descrivono la situazione in città e il grande esodo, mentre nell’ultima parte ci occupiamo delle varie versioni e delle circostanze che avrebbero potuto determinare questa tragedia”.
Ma cosa spinge un cineasta, apparentemente con pochi legami con il territorio, a occuparsi di quest’argomento delicato? “Lo scorso anno la Radiotelevisione croata ha mandato in onda la prima stagione della serie ‘Sciagura’ sui più grandi disastri avvenuti dopo la Seconda guerra mondiale. La serie ha avuto una buona audience – risponde Oremović –, per cui era logico continuare su questa strada, e non soltanto per il successo iniziale, ma anche per l’alto numero di eventi tragici che meritano di essere ricordati allo stesso modo. Per cui abbiamo deciso di andare avanti con una seconda stagione di documentari. E questa volta, scorrendo le sciagure che avrei voluto affrontare, mi sono posto come obiettivo quello di provare a trovare anche alcuni fatti che hanno causato un elevato numero di vittime e che sono stati dimenticati dal più vasto pubblico. La tragedia di Vergarolla appartiene appunto a questa categoria, con oltre sessanta morti, molti più feriti, una storia praticamente sconosciuta ai più. E così ci siamo messi al lavoro”.
Lei personalmente come ne è venuto a conoscenza?
“Mi sono imbattuto casualmente in un testo che parlava di una grande esplosione, praticamente nel cuore di una città che frequento da quasi trent’anni, e non soltanto perché seguo il festival del cinema, ma anche perché la mia famiglia possiede un appartamento nei dintorni di Pola. Ho scoperto, con grande sorpresa, un avvenimento doloroso di cui si continua a sapere poco. Dopo aver appreso di questa sciagura causata dall’esplosione di mine che si trovavano ammassate nelle vicinanze della spiaggia, ho cominciato a esplorare il contesto storico e sociale dell’epoca. Era il periodo successivo alla fine ufficiale della Seconda guerra mondiale, che si era conclusa ovunque in Istria, ma poiché Pola rimaneva parte della Zona A, posta sotto l’amministrazione militare angloamericana in attesa di conoscere il proprio destino, erano ancora in atto rapporti di guerra e incertezze. Dunque, parliamo di un contesto sociale in cui si stava consumando lo scontro tra due mondi, quello precedente al 1945 e quello successivo a questa data, che offriva ulteriori potenzialità sotto l’aspetto della ricerca documentaria e della drammatizzazione”.
Come si è accostato al tema?
“L’impostazione di base di tutta la serie è far parlare il più possibile le persone, raccogliendo testimonianze dirette, storici compresi. Il mio timore più grande era di non riuscire a trovare degli interlocutori pertinenti e ancora in vita, considerato che la stragrande maggioranza di questi ha abbandonato Pola alla fine degli anni ’40 e si è stabilita in varie parti d’Italia. Ben presto si è dimostrato che avevo a disposizione degli interlocutori interessanti da intervistare. E poi, sono state d’aiuto anche persone come Lino Vivoda, Claudio Bronzin e Livio Dorigo, che ancor’oggi si battono vigorosamente perché su questa sciagura non cada l’oblio e sono depositari di testimonianze proprie, molto importanti, che a mio avviso dovevano essere registrate da una telecamera, per l’eternità. Il loro contributo al film è incommensurabile”.
ingiustificati silenzi
Ma c’è ancora chi non vuole parlare..
“Ci sono persone con le quali avevo stabilito dei primi contatti e ci eravamo messi d’accordo per le riprese, ma che poi, strada facendo, hanno rinunciato. Altri avrebbero voluto fornirmi delle informazioni, precisando fin dall’inizio che non avrebbero detto nulla in pubblico. Altri ancora mi hanno fatto sapere, tramite terzi, che erano al corrente di cos’era ‘realmente successo’, ma hanno voluto restare nell’anonimato o trincerarsi dietro la mia persona. Tutto ciò ci fa capire che attorno a quest’evento c’è ancora un intreccio fatto di paura e immotivato silenzio. Allo stesso tempo, molti di coloro che tacciono poi criticano il fatto che dell’incidente non si parli in pubblico e lo ritengono un tabù. Ma se durante il precedente regime il tema era stato deliberatamente messo da parte, oggi non lo è di certo. E altresì interessante notare che tutte queste persone che non erano pronte a parlare alle telecamere provengono da Pola, il che potrebbe essere anche comprensibile perché hanno vissuto per decenni, dopo la guerra, in un sistema che, per usare un eufemismo, non voleva che se ne parlasse molto, mentre gli italiani erano più aperti e direi anche più impegnati. Penso che proprio per questi motivi nel nostro Paese la sciagura sia caduta in una sorta di dimenticatoio, incastrata nella memoria dei cittadini più anziani che continuano a considerarla un argomento proibito, e il disinteresse delle nuove generazioni, che semplicemente non si curano di sapere perché a Pola esiste una piazza Vergarolla e chi sia il dottor Micheletti, la cui targa affianca il monumento accanto alla Cattedrale di Pola. Tuttavia, premetto che non considero come interlocutori autentici o interessanti tutti i testimoni. Vale a dire, molte persone cercano informazioni a livello di ‘sentito dire’ e trasmettono come fossero verità definitive cose che hanno appreso da una qualche parte e che si adattano ad alcune delle loro visioni ideologiche o alle convinzioni personali su ciò che sarebbe potuto accadere a Vergarolla. Quindi, mentre lavoravo al documentario, proprio per il rispetto che nutro nei confronti delle vittime e di tutte le sofferenze, ho dovuto stare più attento a non cadere nella trappola del sensazionalismo, del gossip, della speculazione e della manipolazione, che circolano ampiamente a proposito di questo caso e attorno a esso”.
Secondo alcuni, lo scoppio fu provocato intenzionalmente, per altri si trattò di una sfortunata coincidenza. Il tema è stato spesso strumentalizzato a fini politici. Sarà mai fatta chiarezza? Qual è la sua opinione?
“Molti sanno quale sia la ‘vera verità’ e le loro rispettive ‘vera verità’ differiscono l’una dall’altra. È passato molto tempo, c’è molta nostalgia, cementata dalle ‘verità’, ma senza che nessuno sia mai stato ufficialmente condannato per aver provocato lo scoppio, sia che l’abbia fatto intenzionalmente o accidentalmente, o per esserne in qualche modo responsabile, per cui c’è molto spazio per le interpretazioni personali. L’argomento è stato molto politicizzato, soprattutto negli ultimi decenni, e mi pare che l’atmosfera sociale non sia favorevole, né in Italia né in Croazia, a fare luce sul caso, sul quale peraltro non disponiamo di sufficienti dati validi. E, teoricamente, se anche saltassero fuori delle prove inconfutabili – ma non so come ciò possa avvenire –, credo che ci sarebbero sempre delle persone che le respingerebbe perché non confacenti alle loro ‘verità’. Come ho già detto, in tutti gli adattamenti cinematografici, evito in tutti i modi il sensazionalismo, le ‘nuove scoperte’ non provabili e le trivialità mediatiche, per cui presento sempre le cause degli eventi di cui mi sto occupando attraverso il prisma dei risultati delle indagini ufficiali definitive e delle sentenze. Alle volte capita anche di polemizzare o segnalare le incongruenze o altre circostanze insostenibili. Tuttavia, in questo caso, semplicemente non esistono documenti attendibili. Ora, qualcuno potrebbe dire che i giornalisti de ‘Il Piccolo’ di Trieste nel 2008 hanno pubblicato documenti provenienti dagli archivi inglesi, affermando che le mine erano state attivate da un certo Josip Kovačić, mentre alcuni optanti hanno fatto indagini per conto proprio e sono giunti alla conclusione che si trattava di un altro agente dell’Udba, che presumibilmente avrebbe lasciato una lettera d’addio sostenendo di essere stato lui a farlo. Ma il punto è che nessuno è stato ufficialmente dichiarato colpevole con tanto di prove, o indicato ufficialmente come responsabile, anche se in assenza di argomenti. In una situazione del genere, sono tutte speculazioni, per cui non me la sento nemmeno di escludere che una di queste sia effettivamente la vera causa di ciò che è avvenuto. Però, dal punto di vista formale, quel che è certo è che una parte delle responsabilità ricade sull’amministrazione militare angloamericana, che permise alle persone di continuare a fare il bagno vicino alle mine, di cavalcarle e saltarci sopra… che fossero disattivate o meno, di cui non si hanno nemmeno dati rilevanti. Oggi una situazione del genere sarebbe semplicemente impensabile”.
sulle cause, riportate tutte le tesi
Alla fine, che cosa emerge dal documentario?
“Il filmato riporta oggettivamente tutte le possibili varianti, cioè le teorie. Da quella che vuole le mine collocate da agenti dell’Udba, con l’obiettivo preciso di cacciare gli italiani da Pola, all’ipotesi che sia stato a farlo qualcuno per contro proprio, ignaro delle conseguenze. Si cita però anche la versione inversa, ossia che potrebbe essere stata opera di un italiano, che all’epoca in cui si sapeva che Pola sarebbe appartenuta alla Jugoslavia voleva sottolineare l’insostenibilità di quell’idea. Come pure la possibilità che tutto sia avvenuto per la disattenzione di qualcuno o per una serie di circostanze infauste. Attraverso il dialogo con testimoni e storici di entrambe le parti, il documentario offre su un vassoio tutte le possibili tesi, senza pertanto puntare il dito contro nessuno. Non si tratta di indeterminatezza autoriale, ma semplicemente di serietà. E pietà per quelle vittime che ancora oggi considero soprattutto vittime di Pola e non di questo o quell’altro Stato, cioè non le guardo esclusivamente attraverso il segno dell’appartenenza nazionale”.
Uno lato luminoso della vicenda è la figura del dottor Geppino Micheletti.
“Il dottor Micheletti è sicuramente uno degli eroi di quella storia, probabilmente il più grande tra le persone che oggi conosciamo, un uomo che nonostante la perdita dei suoi unici due figli in quella tragedia, si prodigò per salvare quanti più feriti, operando letteralmente fino allo sfinimento. Certo, nel documentario su Vergarolla non poteva mancare la sua figura: mostriamo cosa gli è successo, come si è comportato in quei momenti terribili, mostriamo la casa in cui ha vissuto e dalla quale è partito da Pola nell’ondata dell’esodo”.
Tempo fa, una giornalista del quotidiano “Glas Istre” propose di dedicare a Micheletti almeno una sala del nuovo ospedale di Pola. Cosa ne pensa?
“Per come si è comportato in quei momenti posso soltanto dire che sono sorpreso che ciò non sia già stato fatto. Torno a sottolineare, i suoi pazienti erano cittadini di Pola, e un gesto simile dimostrerebbe grande maturità politica e, principalmente, umana”.
Quanto è stato impegnativo e difficile trattare quest’argomento, quali problemi ha dovuto affrontare come autore?
“A parte il fatto che questo documentario ha richiesto più impegno per la ricerca, proprio per evitare le trappole cui accennavo prima, è stato un po’ più difficile perché, purtroppo, non parlo l’italiano, ma anche perché ci sono voluti più risorse finanziarie per viaggiare in Italia… Anche se questi non li definirei dei problemi veri e propri, ma situazioni cui solitamente vado incontro come regista di documentari. Dopo aver scoperto che c’erano più testimoni viventi disposti a parlare e dopo essermi posto dei criteri trasparenti con cui affrontare questo argomento, tutto è andato per il meglio. E sono stato molto fortunato, perché iniziando a lavorare alla seconda stagione della serie proprio con quest’episodio, ho evitato un problema che poteva effettivamente essere fatale e mettere in discussione l’intero progetto, ossia il coronavirus. Infatti, subito dopo il nostro rientro dall’Italia, dove abbiamo filmato anche le interviste sul tema dei grandi incidenti minerari di Arsia e Albona e poi abbiamo continuato a girare in Istria per le necessità di entrambi gli episodi, causa l’epidemia è stato chiuso il confine con l’Italia e, in seguito, vietata anche la circolazione da regione a regione in Croazia. Abbiamo completato le riprese più tardi, ma a quel punto il coronavirus non poteva più fermare il nostro progetto, come aveva fatto con altri”.
Nel suo documentario Oremović cerca di trasmettere l’impatto di quella tragedia sulla gente comune, sul numero dei morti – “già 60 sono tanti, non c’è bisogno di ampliarli”, precisa – si affida alle ricerche di Raul Marsetič. Oremović ha aperto però anche un’altra sanguinosa pagina di storia istriana: i disastri minerari di Arsia, che il 28 febbraio di ottant’anni fa causò 185 vittime e circa 150 intossicati, e la sciagura avvenuta pozzo di Sottopedena, il 14 marzo 1948 in cui si ritiene che persero la vita 92 persone. “Era inevitabile che me ne occupassi. Nell’insieme, nel giro di 8 anni, morirono 300 minatori e in pratica ad Albona e dintorni non c’è famiglia originaria della zona che non abbia perso un proprio caro in uno dei due pozzi”, osserva il regista. Nel documentario sulla catastrofi minerarie, ha inserito anche la vicenda della campana “Alma Mater Dolorosa”, ideata per l’80° della sciagura, ferma a Trieste causa epidemia.
Le sciagure minerarie
“Gli incidenti in questa regione si sono portati via 700 vite. Parlo dei loro destini attraverso due eventi simili, ma avvenuti in due sistemi politici affatto diversi, il primo capitato nel 1940 ai tempi dell’Italia mussoliniana, il secondo nel 1948 quando il territorio si trovava sotto il potere jugoslavo. Anche in questo caso, i contesti sociali e politici in cui si sono svolti gli eventi, con tutte le loro somiglianze e le differenze, sono stati un prisma estremamente importante e interessante”.
Quando avremo la possibilità di vedere questo documentario?
“Presenteremo la serie sull’Hrt il 15 settembre, quindi presumo che la serie andrà in onda durante la programmazione dell’autunno-inverno”.
C’è la possibilità di presentarlo anche in Italia?
“Ne stiamo discutendo, ed è probabile che vengano organizzate diverse proiezioni, spero anche nell’ambito di festival, perché c’è grande interesse per il film in Italia. Spero solamente che questa volta il coronavirus non si metta di mezzo ai nostri piani. E, ovviamente, alle nostre vite”.

Arsen Oremović

Arsen Oremović, classe 1966, laurea in regia cinematografica e televisiva all’Accademia d’Arte drammatica di Zagabria, e in gestione della comunicazione. Ha fondato e fatto parte del gruppo punk Blitzkrieg. Già direttore del Film Festival di Pola dal 1999 al 2003, si dedica sempre di più ai documentari, dopo il successo del lavoro d’esordio del 2003, «U braku sa švicarcem» (Sposato con lo svizzero), sulle conseguenze dei mutui in franchi svizzeri, premiato al Film Festival di Sarajevo e vincitore del Grand Prix al Vukovar Film Festival. Con la casa di produzione zagabrese Izazov 365 sta indagando – nell’ambito della serie «Nesreća» (Sciagura) – disastri naturali o provocati dall’azione umana, avvenuti nei territori dell’odierna Croazia dalla Seconda guerra mondiale a oggi. Nel secondo ciclo di documentari, ciascuno della durata di 52 minuti, oltre a Vergarolla e ad Arsia, Oremović (sceneggiatore e regista) ha ricordato i 25 neonati deceduti durante l’incendio divampato a Sušak, nell’allora Reparto di ostetricia e ginecologia del Centro clinico ospedaliero di Fiume, nella notte del 28 marzo 1975, e l’aereo caduto in fase di atterraggio all’Aeroporto di Veglia, il 23 maggio 1971, con a bordo anche il poeta e scrittore Josip Pupačić, deceduto assieme alla moglie e alla figlia

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