La Svezia un sogno? Quasi

Cosa porta i nostri giovani ad abbandonare tutto e partire per l’ignoto? E come si vive all’estero, la qualità della vita è davvero migliore? L’esperienza di un connazionale che ha lasciato Fiume per Stoccolma: Luka Kik

Luka Kik a Stoccolma

Mentre la Croazia fatica a trovare forza lavoro per mantenere il passo con la crescita economica, l’Unione europea si popola sempre di più di giovani croati alla ricerca di un posto sotto il sole. Le ragioni per andarsene sono spesso personali e a volte più o meno razionali, ma in media rendono l’idea dei motivi per i quali qualcuno decide di lasciare amici e famiglia e partire per l’ignoto. È il caso di un nostro ex collega e connazionale, Luka Kik. Terminata l’elementare e la scuola media superiore, ha studiato in Italia, ha fatto diversi corsi di perfezionamento e alla fine ha trovato impiego presso la nostra casa editrice Edit. Alcuni anni fa è partito per la Svezia. Ne è valsa la pena, oppure non è oro tutto quel che luccica?

Perché te ne sei andato?

“Le ragioni del mio trasferimento sono state molteplici. Innanzitutto, ero stufo del clima di pessimismo e apatia diffusi in Croazia. Non ne potevo più di ascoltare i telegiornali o leggere sui siti Internet dell’ennesimo scandalo politico o economico, nel quale le persone comuni subivano sempre i maggiori danni. Volevo vedere come funziona una società nota nel mondo per i bassi livelli di corruzione, per uno standard elevato e per un intelligente utilizzo del denaro pubblico. La mia curiosità personale su come funziona la società, assieme a un desiderio concreto di racimolare qualche soldo in più rispetto alla media croata, mi hanno portato a prendere questa decisione”.

Come mai proprio la Svezia?

“Non avevo una destinazione precisa. Il mio desiderio di trasferirmi all’estero era mosso principalmente dalla volontà di provare a vivere in un Paese nel quale, secondo i criteri occidentali sulla qualità della vita, in teoria si vive meglio che in Croazia o Italia. Per poter capire al meglio come si vive in un Paese a me completamente estraneo mi ero impuntato di imparare la lingua locale e, considerate le mie difficoltà con il tedesco, ho escluso fin dall’inizio le realtà di quest’area linguistica. Lo svedese, invece, che avevo sentito nei film, mi affascinava molto”.
“Gli altri aspetti che mi hanno colpito della Svezia sono stati la lunga tradizione socialdemocratica entro un sistema di storica matrice capitalista e la politica di neutralità che gli svedesi hanno perseguito da secoli. Mi affascina inoltre il clima rigido del nord Europa e le forti variazioni stagionali nella lunghezza delle giornate, dato che a Fiume le condizioni ambientali sono molto diverse. Infine, era importante trasferirmi in un paese membro dell’Unione europea per evitare le difficoltà legate alla burocrazia tipo permessi di lavoro, di soggiorno e via di seguito, e non troppo lontano, in modo da poter raggiungere la mia città natale senza difficoltà in poche ore di aereo”.

Cosa fai per mantenerti?

“Attualmente sto lavorando come magazziniere in uno stabile poco fuori la capitale Stoccolma. Frequento, inoltre, il corso statale di lingua svedese, corrispondente alla scuola elementare, in tutto sei ore settimanali. Ogni giorno trascorro sul posto di lavoro complessivamente nove ore, ma sono retribuito per otto perché in Svezia la pausa pranzo non è necessariamente considerata come ora lavorativa. In media, lavoro tre giorni la settimana (in un’occasione, ci ha detto che per coprire le sue esigenze fondamentali, deve lavorare dieci giorni, nda), ma nei mesi di punta si arriva a sei. Una volta raggiunto un livello di conoscenza dello svedese che considero adeguato, cercherò un altro impiego”.

Più verde e austerità

La qualità della vita in Svezia rispetto a quella di Fiume?

“Dopo due anni di permanenza qui a Stoccolma è piuttosto difficile dare un giudizio univoco. Molte cose funzionano meglio che a Fiume, alcune peggio. Tra ciò che mi ha impressionato maggiormente è il rispetto per la natura e la tutela per l’ambiente. L’inquinamento è praticamente inesistente, anche nel centro città. L’aria è incredibilmente pulita, come se mi trovassi in alta montagna o nel profondo di un qualche parco nazionale. In nessuna parte della città o nella periferia non ci si trova a più di 15 minuti a piedi da boschi o parchi. È normale vedere conigli o caprioli a pochi metri dalle abitazioni, perfino nelle zone industriali. L’intera area urbana è progettata prima che qualsiasi abitazione venga costruita. In questo modo ogni rione è ben collegato da un servizio ferroviario, le zone verdi sono ampie e vicine, negozi e terziario sono concentrati in una zona centrale e le strade sono larghe e distribuite uniformemente. Sembra quasi una città del videogioco Sim City. Questo rigore permette un facile orientamento nei sobborghi, che contano quasi 2,5 milioni di abitanti”.
“Per noi abituati agli sfarzosi negozi italiani, è una vera delusione andare a fare la spesa. I supermercati hanno un’offerta piuttosto limitata di prodotti, con file interminabili sugli scaffali della stessa marca di caffè o dello stesso tipo di salame. Molto presente è il ‘Made in Italy’, ma è di un livello molto più basso rispetto allo stesso alimento che puoi acquistare a Trieste o a Fiume. Ad esempio, la mortadella è nettamente di qualità inferiore. Gli alcolici si possono acquistare soltanto in negozi specifici, detti Systembolaget, di proprietà dello Stato”.
“La rete dei trasporti pubblici è capillare, ma i ritardi di treni e autobus sono frequenti. Ogni pratica burocratica si può eseguire online, caricando il documento necessario con una fotografia scattata con il cellulare. La firma è digitale, eseguita tramite una app particolare, collegata alla base dati dell’Ufficio imposte, il Skatteverket. In generale, negli uffici pubblici, nelle banche o per qualsiasi servizio legale o finanziario nessuno, ti chiede nome e cognome, ma bisogna fornire ovunque il codice fiscale, il personnummer, che gli immigrati chiamano ‘le cifre d’oro’. Per lo Stato, è questo numero che rappresenta la vera prova dell’identità di una persona. Va detto che a Stoccolma gli immigrati sono tantissimi, circa il 30% della popolazione, secondo alcune stime, ma non ho mai assistito a situazioni di tensione etnica, di violenza o di crimine fuori controllo. Nonostante l’alto livello di digitalizzazione, bisogna fornire un sacco di documenti per ogni pratica e i tempi di attesa sono enormi, basti pensare che sto aspettando ormai da otto mesi la carta sanitaria europea. Ancora più deludenti sono il mercato del lavoro e il sistema sanitario”.

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Il welfare, un mito

Si sente parlare tanto del modello di previdenza sociale svedese. È un mito, o è tutto vero?

“Secondo me, il welfare svedese è stato in buona parte smantellato e rimane solo un ricordo di quello che c’era negli anni ’80 e ’90. I contratti di lavoro sono altamente flessibilizzati, ovviamente a vantaggio dei datori di lavoro e non esiste uno stipendio minimo legale. Vista l’enorme quantità di immigrati e di domanda, i lavori meno qualificati vengono svolti per paghe molto inferiori alla media. Gli orari sono arbitrari e i ritmi pesantissimi, non mancano lavoro in nero, favoreggiamento e corruzione. I sindacati spesso chiudono un occhio alle lamentele dei lavoratori sprovveduti che non parlano lo svedese o l’inglese e che non conoscono i propri diritti. I partiti politici al potere non si occupano del problema e si concentrano in prevalenza su temi quali integrazione, cambiamenti climatici e parità delle opportunità. La popolazione di recente immigrazione, ghettizzata in numerosi quartieri cittadini delle periferie, è rimasta invisibile per il resto della società e rappresenta un mondo parallelo e distinto rispetto allo splendore tecnologico e liberale del centro città”.

Ci sono tanti bambini

“In un’occasione, dato che mi ero ammalato, ho cercato di prendere appuntamento per una visita presso l’ambulatorio del quartiere dove abito. Il primo termine disponibile era fra due mesi. L’unica soluzione era andare al pronto soccorso. Le visite e gli esami medici si pagano, come pure i medicinali. Curarsi i denti in Svezia costa un patrimonio. In compenso, le scuole non si pagano, e neppure università, istituti tecnici, corsi di formazione, scuole per immigrati. Gli asili si pagano in base a una quota proporzionata allo stato patrimoniale della famiglia. Il sistema scolastico è di buona qualità, anche se c’è una forte carenza di personale. Le politiche pro-natalità sono piuttosto generose ed è molto conveniente mettere su famiglia. È stato uno shock per me vedere ovunque così tanti bambini, come se mi trovassi in un Paese del terzo mondo. Sia gli svedesi che le persone di origini straniere hanno di solito almeno due figli. Ora che mi sono abituato, tornando a Fiume trovo strana e triste la mancanza di pianti e schiamazzi per le strade e negli autobus. Sulle autostrade non si paga il pedaggio, le automobili usate costano meno che in Croazia e quasi sempre sono in ottimo stato di manutenzione. Ma i servizi meccanici sono carissimi, come pure il bollo dell’assicurazione”.


I popoli nordici ce li immaginiamo freddi, riservati e distaccati. È così? Sei riuscito a integrarti?

“Ci sto ancora lavorando. Nell’ambiente in cui lavoro e in cui mi muovo il 90 per cento non sono svedesi. In effetti, finora ho avuto pochi contatti con la popolazione ‘indigena’, che è ancora un ‘mistero’ per me. Per quanto riguarda l’integrazione, mi sto sforzando molto di imparare bene la lingua. Il resto è più o meno molto simile come da noi. Finora ho incontrato molte persone estremamente cordiali e gentili, ma non ho stabilito rapporti più profondi. Ho notato che gli svedesi sono molto cauti nell’esprimersi e preferiscono tenersi in disparte. Nella metropolitana tutti i passeggeri fissano lo schermo dello smartphone, noncuranti di quello che succede intorno. Senza alcuna connotazione negativa, percepisco un qualcosa di leggermente autistico, che non riesco ancora a interpretare”.

Pensi di ritornare in Croazia?

“Non l’ho deciso ancora, non ho la sensazione di trovarmi lontano da casa. Vengo a casa, a trovare parenti e amici, in media ogni quattro mesi. A Fiume non ho molte cose che mi trattengono. Dopo due settimane, comincio nuovamente a provare quella tristezza che mi ha portato inizialmente a trasferirmi. Probabilmente resterò ancora qualche anno all’estero, cercando però di ritornare periodicamente, per non sentire troppo la nostalgia del luogo natio”.

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