La Shoah tra letteratura e cinema

In occasione del Giorno della Memoria non si contano le iniziative rivolte al mondo della scuola, o invitando a portare la propria testimonianza i pochi sopravvissuti alla tragica esperienza della Shoah ancora in vita, oppure proponendo conferenze di storici per illustrare quella tragica vicenda, che ha segnato in profondità l’Europa. Ci sono, però, anche altri modi, didatticamente più efficaci, perché più coinvolgenti e culturalmente stimolanti, per far comprendere ai giovani che cos’è stata la persecuzione razziale, vale a dire cinema e letteratura nelle loro interrelazioni, che ormai nell’insegnamento della storia, e non soltanto di quella contemporanea, stanno assumendo un rilievo sempre maggiore, come rilevato in precedenti interventi. A conferma di ciò, d’altronde, è appena uscito Cinema: il destino di raccontare, che raccoglie gli scritti in materia di Giacomo Debenedetti (La Nave di Teseo), che già negli anni Venti, agli esordi della propria attività saggistica, sottolineava lo stretto rapporto tra la letteratura e quella nuova arte che era il cinema, allora ancora ai primi passi.
Pure quest’anno tale ricorrenza ha fornito l’occasione di nuove pubblicazioni scientifiche e di divulgazione, utili per i docenti, come, freschi di stampa, a cura de “Il Sole 24 Ore”, La pietra nera del ricordo: Giornata della Memoria. I primi vent’anni, che raccoglie settanta articoli in materia di G. Busi; La sinistra italiana e gli ebrei. Socialismo, sionismo e antisemitismo dal 1882 al 1992 (dalla fondazione del PSI alla crisi della I Repubblica), di A. Tarquini (Il Mulino), che ha il merito di trattare un tema sinora poco considerato, e, per i tipi della Claudiana, il saggio di A. Gerdmar Bibbia e antisemitismo teologico. L’esegesi biblica tedesca e gli ebrei da Herder e Semler a Kittel e Bultmann, in cui sono messe in luce le premesse d’una plurisecolare tradizione cristiana antigiudaica nell’affermazione in Germania, tra fine Ottocento e primi decenni del Novecento, d’un antisemitismo giunto al culmine con l’ideologia nazionalsocialista. Nella medesima ottica si pone la riflessione a più voci promossa dall’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Scienza e ideologia nei processi di esclusione e persecuzione al tempo delle leggi razziali, svoltosi a Venezia proprio il 27 gennaio. A questi testi devono naturalmente aggiungersi quelli di R. Finzi, Breve storia della questione antisemita (Bompiani), da poco ristampato, di A. Ventura, Il fascismo e gli ebrei. Il razzismo antisemita nell’ideologia e nella politica del regime (Donzelli), e di E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia (Laterza, nel 2018 riedito dal “Corriere della Sera”), necessari per inquadrare la persecuzione razziale nel suo contesto storico-politico nazionale e internazionale, oltre, ovviamente, alle testimonianze autobiografiche di Primo Levi, Se questo è un uomo, La tregua, I sommersi e i salvati (Einaudi).
Vicende personali e affari di stato
Per quanto, invece, riguarda gli studenti, non si può certo prescindere da classici letterari come Il giardino dei Finzi Contini (appena riedito da Feltrinelli), di G. Bassani, di cui è protagonista una ricca famiglia ebraica di Ferrara – sede di una delle più antiche comunità giudaiche italiane –, perfettamente inserita nel locale tessuto sociale, poi colpita dalle leggi razziali del 1938 e sterminata dopo l’8 settembre 1943 in seguito alla persecuzione dei fascisti della RSI e dei tedeschi. Quest’opera, che alla sua uscita (Einaudi, 1962) ottenne il premio Viareggio, ebbe poi, nel 1970, una versione cinematografica per la regia di De Sica, nel 1971 e nel 1972 premiata rispettivamente con l’Orso d’Oro del Festival di Berlino e con un Oscar, che fece conoscere a un più ampio pubblico internazionale il grande romanzo di Bassani.
La medesima dialettica romanzo – film riguarda L’amico ritrovato, di Fred Uhlman, in italiano uscito nel 1979 per i tipi di Longanesi (ora Feltrinelli), da cui nel 1989 fu tratto l’omonimo film, che narra la storia, nella Germania d’inizio anni Trenta, d’una coppia di liceali amici, Hans ebreo e Konradin d’agiata famiglia “ariana”, che ne osteggiava l’amicizia con un giudeo, spingendolo a romperla. Nel 1933 salito al potere Hitler e varate le leggi razziali, il padre di Hans, medico, che nella prima guerra mondiale s’era battuto eroicamente nell’esercito germanico, meritandosi una Croce di Ferro, e rivendicando quella sua esperienza militare come testimonianza del suo essere e sentirsi pienamente tedesco, non sopportando la discriminazione, si suicida, con la sua vicenda Uhlman rappresentando il dramma di tanti ebrei tedeschi e italiani, che tali si sentivano in tutto e per tutto, nel vedersi ritenuti di razza inferiore e messi al bando dal consorzio sociale. Hans, deluso dall’atteggiamento dell’amico e riparato negli Stati Uniti, a guerra finita avendo scoperto che Konradin era stato giustiziato nel 1944 perché coinvolto nella congiura del 20 luglio contro Hitler, ritroverà i sentimenti perduti verso l’amico scomparso, e ora ritrovato.
È, inoltre, fresco di stampa, il romanzo storico di Lionel Duroy Eugenia (Fazi), una ragazza cresciuta a Iasi, nella Romania degli anni Trenta – dove risiedeva una cospicua comunità ebraica –, assistendo al diffondersi dell’antisemitismo, condiviso dalla sua famiglia e che colpì pure lei, innamoratasi d’un giovane scrittore ebreo, conosciuto in occasione d’una sua conferenza all’università, e che cercò di battersi contro la marea montante dell’odio razziale. Quest’opera, accolta da recensioni più che positive, va tenuta presente anche perché mostra come l’antisemitismo sia stato una malattia contagiosa, che non ha risparmiato alcuna parte d’Europa, in particolare durante il secondo conflitto mondiale, il che, se noto agli studiosi, lo è molto meno tra il pubblico medio, e tanto più tra i giovani. Nella medesima prospettiva si colloca il film di Spielberg, del 1993, vincitore di ben sette Oscar, Schindler’s List, che ricostruisce la vicenda dell’industriale tedesco Schindler, che durante la guerra nella Polonia occupata riuscì a salvare più d’un migliaio di ebrei, assunti nella propria fabbrica di armi, i quali, al momento della liberazione in seguito all’imminente arrivo dell’Armata Rossa in segno di gratitudine gli donarono un anello in oro, forgiato di nascosto, su cui era incisa una citazione del Talmud, “Chiunque salva una vita salva il mondo intero”.
Ben diversa, invece, la vicenda di Mr. Klein, di J. Losey, interpretato da Alain Delon, ambientato nella Francia occupata dai tedeschi dopo il 1940, in cui il protagonista, spregiudicato affarista, approfitta della persecuzione degli ebrei per impadronirsi dei loro beni e arricchirsi, finché, anche in seguito a un caso d’omonimia con un ebreo, sospettato lui pure d’esserlo finisce arrestato dalla polizia collaborazionista francese e nella grande retata del luglio del 1942 deportato al Vélodrome d’Hiver di Parigi, per poi essere trasferito ad Auschwitz. Il film ha il merito di richiamare l’attenzione su una pagina rimossa della storia francese, quella del collaborazionismo del regime di Vichy e della sua politica antisemita, momento terminale d’un fenomeno che aveva segnato in profondità la storia francese tra Otto e Novecento, come documentato nel recente film di Polanski L’ufficiale e la spia, incentrato sull’affare Dreyfus, che sconvolse la vita politica della III Repubblica, vedendo il coinvolgimento in difesa dell’ufficiale ebreo, ingiustamente accusato di spionaggio a favore della Germania, anche di E. Zola, autore del celebre articolo giornalistico J’accuse, tra l’altro titolo originale del film.
tra follie e (poche) luci
Sempre di Polanski va ricordato pure Il pianista, del 2002, tratto dal romanzo autobiografico di Wl. Szpilman Il pianista: Varsavia 1939-1945. La straordinaria storia di un sopravvissuto (Baldini§Castoldi), che narra le vicende d’un giovane ebreo polacco, appassionato pianista, durante l’occupazione tedesca, che, riuscito a sopravvivere alle stragi dei correligionari perpetrate con la collaborazione della popolazione locale, verrà protetto e incoraggiato nella sua passione artistica da un ufficiale tedesco, colpito dalle sue doti, dopo la guerra affermandosi come un grande virtuoso, documentando come l’arte possa far incontrare, e intendersi, dei formalmente nemici, gettando ponti di comprensione e solidarietà.

Una scena del film Jojo Rabbit, una favola nera che misura l’impatto della guerra e dei fascismi sugli spiriti innocenti

Questa pur sommaria panoramica non sarebbe completa se non si ricordasse Il diario di Anna Frank, in italiano uscito nel 1954 per i tipi einaudiani con la prefazione di Natalia Ginzburg, da cui poi nel 1959 fu tratto un film di successo, favorendo la conoscenza dell’opera da cui era tratto. È significativo che pure qui, come ne L’amico ritrovato, il padre di Anna ricordi d’aver combattuto nell’esercito tedesco nella Grande Guerra, il che è un’ulteriore prova per un verso della perfetta integrazione ebraica nella società germanica dopo l’emancipazione e per un altro della follia nazionalsocialista nel discriminare e perseguitare coloro che si sentivano altrettanto tedeschi.
È, infine, di questi giorni l’uscita del film Jojo Rabbit, tratto da una romanzo di Christine Leunens, che ha per protagonista un ragazzino, entusiasta membro della HitlerJugend, che, avendo scoperto che la madre nasconde in casa una ragazza ebrea – ulteriore prova dell’impossibilità di criminalizzare tutta la popolazione tedesca, nella quale vi furono molti “giusti” –, entra in crisi, mettendo in discussione le proprie convinzioni politiche.

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