La rete segreta di Palatucci

Probabilmente non fu un santo (pochi lo sono), ma nessuno mette in dubbio la profonda umanità e il valore di un uomo che in un momento in cui si affermava il male assoluto, venne incontro a diverse persone, dei “fratelli”, anche se di religione diversa. Luci e ombre non mancano sulla figura di Giovanni Palatucci, l’ultimo questore di Fiume italiana. Nel centenario della nascita, avvenuta a Montella (provincia di Avellino), e a 74 dalla morte, nel lager di Dachau, è ancora vivo il dibattito storiografico sul suo operato nella Questura di Fiume. Prima e durante il secondo conflitto mondiale aiutò gli ebrei che fuggivano dalla Croazia e dai Paesi dell’Est occupati dai nazisti. Con l’aiuto di fidati collaboratori avrebbe creato una rete di salvataggio, sostenuta anche dallo zio, monsignor Giuseppe Maria Palatucci, e in stretto contatto con la Segreteria di Stato vaticana. La scoperta della storia del questore di Fiume si deve a Georges de Canino che trovò un profilo biografico ad opera dello studioso Goffredo Raimo e approfondì le poche notizie recuperate attraverso testimonianze e documenti. Il 12 settembre 1990 lo Yad Vashem di Gerusalemme lo proclamò Giusto tra le Nazioni e nel 1995 lo Stato italiano gli attribuì la Medaglia d’Oro al Merito Civile. Il 21 marzo 2000 il Vicariato di Roma emanò un Editto per l’apertura del processo di beatificazione del “Servo di Dio Giovanni Palatucci”, avvenuta il 9 ottobre 2002. Nel corso della cerimonia ecumenica giubilare del 7 maggio 2000 papa Giovanni Paolo II lo inserì tra i martiri del XX secolo. In seguito a una polemica sorta sulla stampa nel 2013, dopo la pubblicazione sul “New York Times” di alcune dichiarazioni critiche del Centro Primo Levi, Yad Vashem avviò un esame concludendo, nelle parole del prof. David Cassuto, che “non c’è nessuna novità, o presunta tale, che giustifichi un processo di revisione del riconoscimento di Giusto fra le nazioni”.
Sull’evoluzione del “caso Palatucci” ci offre un’interessante panoramica “ragionata” la storica contemporaneista Silva Bon. Sul numero 38 di “Fiume”, rivista di studi adriatici della Società di studi fiumani (nuova serie, luglio-dicembre 2018, Roma, pp. 125-136), l’esperta di storia ebraica dell’area giuliana propone un aggiornamento sullo stato delle ricerche, con risultati che smontano le tesi agiografiche e quella che Bon definisce un’“operazione culturale e politica di sovradimensionamento delle possibilità effettive e oggettivamente appurate di autonomia decisionale di Giovanni Palatucci” e dunque di una sua azione ad ampio raggio in quel preciso periodo, con quei rapporti di forze che erano venuti a crearsi soprattutto dopo il 1943. A oggi gli studiosi non sono riusciti ad arrivare a una sintesi condivisa, basata su fonti certe e incontrovertibili, le opinioni degli storici continuano a rimanere divise e a suscitare valutazioni di ogni genere. La mitizzazione di alcuni aspetti non ha di certo giovato a fare chiarezza sull’immagine di Palatucci e non ha fatto altro che facilitare l’opera di chi vorrebbe rimetterla in discussione. Il problema più importante è quello dei numeri. Secondo la vulgata sarebbero stati addirittura cinquemila, grosso modo quanti tutti gli ebrei salvati a Roma nelle chiese e nei conventi durante l’occupazione. Saranno state alcune decine, qualche centinaia? Comunque, a essere riconosciuti “Giusti” ne basta anche uno solo. Le altre questioni riguardano la sua adesione alla Repubblica di Salò e le scarse probabilità che un canale preferenziale tra Fiume e Campagna potesse effettivamente funzionare in quelle circostanze.
A confutare di molti degli argomenti dei suoi detrattori, un contributo uscito di recente, Tra Fiume e Campagna di Giovanni Preziosi, che recupera testimonianze e documenti della rete segreta allestita da Giovanni Palatucci in collaborazione con lo zio vescovo di Campagna per il salvataggio degli ebrei, edito a maggio dal Comitato Giovanni Palatucci (Campagna), presieduto da Michele Aiello, nell’ambito di un progetto che guarda a Fiume – Capitale europea della cultura 2020. La pubblicazione è la ristampa aggiornata del saggio La rete segreta di Palatucci. I fatti, i retroscena, le testimonianze e i documenti inediti che smentiscono l’accusa di collaborazionismo con i nazisti, uscito nel 2015, un lavoro tra storia e cronaca, frutto di una ricerca che ha preso spunto dalla querelle sollevata dal Primo Levi Center di New York. La domanda di fondo è: chi era Giovanni Palatucci? Un eroe, un Giusto, un collaboratore, un fedele e pedissequo esecutore degli ordini superiori, o forse più semplicemente un uomo che non riuscì a restare indifferente alla violenza che si consumava quotidianamente sotto i suoi occhi ai danni di tante persone innocenti, che avevano la sola “colpa” di appartenere a una razza diversa, e cercò, per quanto gli era possibile, di impedire questo scempio? Il lavoro di Preziosi, condirettore di “Christianitas” (rivista telematica di Storia, Pensiero e Cultura del Cristianesimo), intende rivedere alcune parti e contribuire a una migliore comprensione della vicenda.
Considerando il personaggio con metodo pragmatico, come un uomo inserito in un preciso contesto storico, l’autore valorizza quel patrimonio orale che finora è stato solo scarsamente considerato dagli studiosi, accostando i racconti alla documentazione inedita raccolta in vari archivi, come quella riguardante la “fidanzata” ebrea Maria “Mika” Eisler, Carl Selane e la moglie Lotte Eisner, di Clotilde (detta Lilly) sorella di un caro amico di Palatucci, l’avv. Niels Sachs de Grič (persona molto nota nella città quarnerina, nonché legale della curia fiumana) o la contessa polacca della Croce Rossa, Maria Tarnowska Potocka. Trovano spazio le parole dell’ebrea fiumana Goti Bauer; di Elena Scarpa, figlia di un collaboratore di Palatucci, il commissario Carmelo Mario Scarpa, che coadiuvato dal francescano Enrico Zucca fu impegnato a prestare aiuto agli ebrei fiumani Americo Ermolli ed Ernesto Laufer; di Feliciano Ricciardelli, che soccorse le signore Baruch, desiderose di tornare a Trieste; di Franco Avallone, figlio della Guardia Scelta di P. S. della Questura di Fiume, Raffaele Avallone, collaboratore di Palatucci che usciva “nel cuore della notte per cercare di aiutare gli ebrei”, come confermato anche da Magda Lipschitz Heimler, figlia di Eugenio Lipschitz, internato nel Campo di Campagna e poi in quello di Trieste, e dalla profuga istriana Miriana Tramontina, nipote di Feliciana Tremani, amica di Palatucci e direttrice dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia; quindi di Raffaele Ricciardelli, figlio del capo dell’Ufficio Politico della questura di Trieste, Feliciano Ricciardelli, amico e collega del giovane questore di Fiume; di Antonia Galandauer, all’epoca dei fatti rifugiata con i familiari a Bagnacavallo….

Reportage completo ed esauriente

“Il reportage sul ‘caso Palatucci’ di Giovanni Preziosi, nella sua essenzialità, è completo ed esauriente. Dimostra compiutamente come Giovanni Palatucci non abbia bisogno di alcuna difesa ulteriore – osserva nella prefazione Giuseppe Acone, professore emerito dell’Università degli studi di Salerno –, e come farne ‘un caso’, dopo decenni di ricostruzioni che mostrano abbondantemente l’eroismo del giovane funzionario, rappresenti una prova decisiva della deriva distruttiva e nichilista sulla quale si sono messi ambienti minoritari ed estremisti facenti capo al Centro Studi Primo Levi di New York. Giovanni Preziosi mette insieme la documentazione atta a dimostrare l’eroico sacrificio del giovane funzionario di polizia in una stagione tragica per la coscienza culturale e la civiltà occidentale”, rileva Acone, secondo il quale la stessa Campagna ”è una testimonianza vivente, di per sé stessa, dell’azione condotta in difesa degli Ebrei (e di altri ‘internati’) nel campo di raccolta che fu costituito nella cittadina campana, in obbedienza alle sciagurate Leggi razziali del 1938”. E aggiunge che l’allora vescovo Giuseppe Maria Palatucci, “condusse un’opera discreta e costante di aiuto agli internati e alle loro famiglie, e lo fece, anche e soprattutto, su segnalazione del suo eroico nipote (a cui era particolarmente legato). Campagna rispose con slancio di accoglienza e di solidarietà alla presenza dei cittadini internati nel campo di raccolta lì istituito. Le stesse forze di Polizia, di stanza a Campagna, si mobilitarono per rendere più umana possibile la vita a persone colpite da una iniquità palese e barbara”. Acone ricorda quanto egli stesso, figlio dell’ultimo comandante delle Guardie di P. S., sentì dire dai suoi genitori a proposito delle triangolazioni rivolte a salvare più persone possibile, tra Giuseppe Maria Palatucci, Giovanni Palatucci e le autorità locali, comprese le forze pubbliche, inviate a presidiare il campo istituito dal regime. Narrazioni che hanno trovato riscontro in ciò che dicevano molti cittadini ancora in vita fino a qualche anno fa.
“Dall’insieme di tali fonti documentarie, scritti e orali, dirette e indirette, scaturisce l’incessante opera di aiuto e la costante attenzione a costruire reti protettive nei confronti di un considerevole numero di persone, comprese quelle internate a Campagna, fino al punto da riuscire a salvare tutti gli internati nel campo di raccolta, anche con il decisivo contributo della popolazione, la quale collaborò con il vescovo e con il comandante pro tempore del nucleo di Polizia. Da una notevole fitta rete informativa si è poi venuti a capo del fatto che, dietro l’intera ispirazione/organizzazione dell’operazione messa in atto nella cittadina campana, vi fosse la mano decisiva di Giovanni Palatucci – fa notare Acone –. Dire che i funzionari di Polizia erano costretti a fare il doppio gioco, e dedurne che fossero d’accordo con il regime, è semplicemente ridicolo (oltre che osceno). Che potevano fare di più, Giovanni Palatucci, e gli uomini della Polizia che tentarono di aiutarlo in ogni modo, se non dissimulare e tentare di non farsi scoprire, innanzitutto per salvare le vite a loro affidate, ma anche per l’elementare ragione di non perdere la loro stessa vita, giacché rischiavano ad ogni passo di essere fucilati sul posto? Insomma, dire che Giovanni Palatucci fosse un funzionario zelante non significa in alcun modo contraddire la sua scelta eroica in favore della civiltà e dell’umanità. La sua fine a Dachau è il sigillo di una vita eroica e una prova estrema della sua donazione alla causa di una concezione alta della vita umana”, conclude Acone, che ricollega l’attacco del Centro Primo Levi a Palatucci “all’annosa e triste polemica di alcuni ambienti nei confronti della Chiesa cattolica del tempo, e, segnatamente, nei confronti di Papa Pio XII. Ma, ormai, ci sono tante ricostruzioni storiche, dovute a storici e studiosi di caratura internazionale, a dire che Pio XII fece quanto era umanamente possibile per salvare dalla barbarie nazista quante più persone possibile. Lo fece con discrezione per salvare anche, dinanzi all’orrore incombente sull’Europa e sulla civiltà, l’esistenza stessa della Chiesa cattolica. Lo fece dando disposizione a tutti gli ambienti della Chiesa e a tutte le configurazioni istituzionali di essa di aiutare, con qualsiasi mezzo, tutti i perseguitati, non solo dalle Leggi razziali, ma anche qualsiasi condizione umana a rischio”.

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