La protesta dei ristoratori. Jakominić: «Incoerenza peggio del virus»

A colloquio con Vedran Jakominić, ristoratore fiumano, nonché presidente dell’associazione dei ristoratori del Quarnero e dell’Istria e vicepresidente dell’associazione nazionale di categoria,

Vedran Jakominić Foto: Patrik Macek/PIXSELL

In questo periodo di allarmismo generale, dovuto alla pandemia di coronavirus, sembra che tutta l’economia stia perdendo energia e le proiezioni future non sono delle più rosee. Il dilagare dell’infezione da coronavirus è stato gestito nella maggior parte dei casi in modo serio e opportuno da un punto di vista medico, ma esasperato e strumentalizzato da politici e media, creando un allarmismo incontrollato, trasformatosi in fobia. Sono state varate misure preventive, sanitarie e non, poco coerenti, tra cui anche limitazioni selettive degli orari di esercizi pubblici, creando grande disappunto e confusione.
Potrebbe sembrare (ma forse lo è) una politica superficiale, gridata in modo sguaiato, che di conseguenza non può fornire soluzioni adeguate a un determinato problema. Nel Nord Europa, nonostante l’emergenza, regna la compostezza e in questo si evitano schegge impazzite, sia nel mondo economico che in quello dei media. In Croazia abbiamo, sì, un coordinamento generale al massimo livello, ma col passare dei mesi ha perso lo smalto iniziale e oggi sembra subire piuttosto che dirigere le operazioni, creando grande sfiducia tra i destinatari dei provvedimenti.
Con l’inizio dell’estate si è cercato quasi di ignorare la presenza del virus per salvare il salvabile, per dare ossigeno al comparto turistico, senza dubbio uno dei più importanti del Paese. Mettendo in ginocchio turismo e ristorazione, si mette in ginocchio l’intero Paese. I numeri turistici, però, sono stati seguiti anche dai numeri dei contagi, tanto da convincere alcuni Paesi a sconsigliare ai propri cittadini di farsi le vacanze in Croazia e altri a metterla sulla cosiddetta “lista rossa”, con tutto ciò che ne consegue.

A mezzanotte tutti a casa…

Sfiducia strutturale
A parte la scarsa coerenza dimostrata dalla task force nazionale, che chiude i locali notturni, ma non vieta gli assembramenti in occasione delle festività religiose e di altri eventi pubblici, come se i responsabili della diffusione del virus fossero soltanto i giovani, ci sono tanti altri problemi emersi durante questa crisi ai quali il governo (nel frattempo ci sono state le elezioni) non ha saputo o voluto trovare una soluzione.
Ad alzare la voce sono anche i ristoratori, che invocano misure immediate ed eccezionali che portino a una defiscalizzazione degli oneri statali per poter far fronte alle esigenze del momento senza portare al collasso tutto il comparto, già provato dalla chiusura forzata a inizio pandemia. Abbiamo affrontato il problema con Vedran Jakominić, ristoratore fiumano, nonché presidente dell’associazione dei ristoratori del Quarnero e dell’Istria e vicepresidente dell’associazione nazionale di categoria, il quale ci ha esposto il suo modo di vedere la situazione. “Uno dei problemi principali del settore è una sfiducia strutturale nei confronti dei ristoratori, ereditata forse da altre epoche – ha esordito –. Se consideriamo che lo Stato è presente con più del 50 per cento, la nostra non è un’economia di mercato e lo è ancor di meno nelle menti della persone, secondo le quali i ristoratori sono imprenditori privati e il settore privato è visto come il cancro della nostra società. I veri imprenditori, secondo loro, dovrebbero essere quelle persone che con le auto blu vanno alle feste e agli eventi mondani accompagnati da modelle da urlo, senza che nessuno sia in grado di capire da dove attingano tanti soldi. Questa sfiducia strutturale, sia ben inteso, viaggia in entrambi i sensi; per i ‘controllori’ gli imprenditori sono la feccia della società e questi ultimi sono terrorizzati e cercano di nascondersi. Così non può andar bene”.
«Non sono tutti ladri»
“Ci sono, sì, anche ristoratori disonesti. Chi ruba e chi evade il fisco deve pagare, ma non è giusto punire tutto il settore per le colpe di alcuni di essi – ha precisato –. Sia ben inteso, casi del genere non sono certamente più frequenti che in altri settori, ma quello della ristorazione è il più visibile. Se vogliamo essere onesti, ditemi quanti professionisti che vengono da voi a casa, falegnami, elettricisti, piastrellisti e via dicendo emettono regolare fattura? Il quadro reale è questo e sono dell’avviso che bisognerebbe legalizzare anche questi piccoli lavoretti che uno fa per guadagnare. Lasciamo il falegname fare il falegname, senza oberarlo con un migliaio di carte e documenti. Lasciamoli lavorare e paghiamo loro il giusto. Una volta potevamo, a fine anno, esibendo le fatture per i lavori che abbiamo fatto in casa, fruire di agevolazioni fiscali. È un modo elegante per controllare tutto. Ripeto, non tutti i ristoratori sono ladri. La maggior parte di essi lavora onestamente e deve sudare parecchio per guadagnarsi da vivere, per sé e per la famiglia, trascorrendo gran parte della giornata nel proprio locale, a prescindere da tutto. Chi lavora in ufficio può anche assentarsi, recuperando magari più tardi il lavoro non svolto. I ristoratori non lo possono fare. Devono aprire il locale e tenerlo aperto fino all’ora stabilita, perché altrimenti si incappa in sanzioni. Io sono assolutamente a favore di un rigido rispetto della legalità e un sostenitore della fiscalizzazione”.

Terrazze piene durante l’estate

Fiume, reazione giusta e tempestiva
“La Città di Fiume – ha proseguito Jakominić – è stata la prima in Croazia a reagire nel modo giusto. Eravamo costantemente in contatto con l’amministrazione municipale e alla fine la Città ha concluso che non si possono far pagare agli imprenditori servizi che non vengono erogati. Potrebbe sembrare molto prosaico e infatti molti non comprendono bene la questione. Sarebbe disonesto far pagare a qualcuno il canone di locazione se il locale non può venir utilizzato. D’altra parte, però, gran parte dei locatori privati non ha avuto molta comprensione nei confronti dei locatari costretti a chiudere il proprio esercizio, per cui tutti quelli che utilizzavano locali di proprietà dell’amministrazione cittadina sono venuti a trovarsi in una posizione privilegiata e io sono uno di questi. Come associazione, però, abbiamo cercato di ridurre questo gap chiedendo che i locatari siano esentati dal pagamento delle tasse comunali e delle tasse sulle terrazze, magari anche da altri oneri. Qualcosa siamo riusciti a fare, ma non tutto, nella piena consapevolezza della grave situazione finanziaria della Città di Fiume, che ha perso circa 100 milioni di kune di entrate. A partire dal 1º giugno queste agevolazioni, che non favorivano soltanto i ristoratori, ma tutti gli imprenditori costretti a chiudere o ridurre la propria attività, sono state soppresse. Noi come associazione abbiamo sempre insistito che le agevolazioni vengano applicate a tutti gli imprenditori che hanno subito le conseguenze di questa crisi, non soltanto ai ristoratori”
“Dopo Fiume hanno reagito anche Abbazia e Laurana, ma tutta la nostra Regione è stata in questo senso molto corretta. In altre Regioni della Croazia non è andato bene come da noi. A Dubrovnik, dove le tasse comunali e sulle terrazze sono enormi, non è stato fatto altrettanto. Prendere un caffè sullo Stradun ti costa almeno 20 kune, delle quali 11 vanno all’amministrazione locale, che però non ha voluto condonare gli affitti, limitandosi a dimezzarli e creando grossi problemi ai titolari degli esercizi commerciali e di ristorazione. Dobbiamo considerare magari il fatto che a Dubrovnik la stagione dura tutto l’anno e non due mesi come ad esempio a Selce, per cui qualche riserva i ristoratori ce l’avevano, ma si fa presto a consumarla. Loro hanno subito più di tutti questa ‘coronacrisi’, scendendo al 16 per cento del movimento abituale. A Fiume superiamo il 60 per cento, l’Istria e il Quarnero sono circa sul 65 per cento del movimento dello scorso anno, per cui dobbiamo essere soddisfatti della situazione, che è decisamente migliore rispetto al sud del Paese”.
Divisioni deleterie e resistenza organizzata
“Adesso, però, sta arrivando l’autunno e tutte le magagne che erano state nascoste sotto il tappeto, facendoci vivere una falsa realtà, verranno a galla – è il timore di Vedran Jakominić –. A partire dal 1º novembre partiranno i pignoramenti, i conti verranno bloccati e il risveglio sarà brusco per tutti. Ci sono state le elezioni, si è insediato il nuovo Governo e trascorsi i canonici cento giorni non avremo ancora le condizioni necessarie per dare respiro all’economia. Tutti, ma tutti i Paesi dell’Unione europea hanno abbassato subito l’Iva su turismo e ristorazione, anche fino all’un per cento, e c’è anche chi sovvenziona con il 50 per cento il conto al ristorante, pur di alimentare i consumi… in casa. È chiaro che se tutti rispettiamo le misure epidemiologiche – e questo vale anche per i trasporti pubblici, le palestre, l’industria degli eventi, gli eventi culturali e i concerti… – non c’è alcun rischio. Non ci sono soluzioni semplici e indolori. Da una parte abbiamo il settore pubblico che sta discutendo a quanto ammonteranno le gratifiche natalizie, dall’altra quello privato che sta affondando e non notiamo atteggiamenti solidali, pur sapendo che non possiamo sopravvivere gli uni senza gli altri. Continuiamo pertanto a dividerci in nostri e vostri, ustascia e partigiani, Hdz e Sdp, pubblico e privato… Questo è un male per la nostra società. Dobbiamo farla finita, smettere di essere egoisti. Secondo me il problema più grosso in questo momento è una totale sfiducia nei confronti della task force nazionale anti-Covid, che si comporta in maniera poco coerente. Il peggio deve ancora venire, ma già ora ci sono forme di resistenza organizzata contro le decisioni della task force, cosa che potrebbe avere conseguenze anche gravi per la salute e per l’economia”.

Cosa ci porterà l’autunno?

Decisione assurda
La chiusura forzata dei bar alla mezzanotte ha scatenato poi un vespaio di polemiche. “È una decisione assurda – sostiene Vedran Jakominić –. Io posso anche capire che l’intenzione era quella di chiudere il locali notturni con podio da ballo, però applicando questa misura soltanto ai bar, hanno lasciato via libera ai ristoranti, chiudendo però i beach bar che rispettano tutte le misure epidemiologiche imposte. In questa maniera viene penalizzato l’intero settore, a prescindere dal rispetto delle norme anti-Covid. Vengono così a crearsi situazioni paradossali, come ad esempio quella sul piazzale del Teatro fiumano. Il locale da me gestito è praticamente uguale in tutto e per tutto a quello contiguo, abbiamo la stessa superficie, lo stesso numero di tavoli, facciamo lo stesso lavoro, ma loro devono chiudere a mezzanotte mentre io posso proseguire perché ho registrato il locale come ristorante, anche se dopo mezzanotte non mangia praticamente nessuno. Io non propongo mica che vengano chiusi tutti, ma sono dell’avviso che ci debbano essere delle regole, che queste vengano rispettate e che i trasgressori vengano puniti”.
Situazione di assoluta imprevedibilità
“Non dimentichiamo poi che la nostra è una delle regioni più sicure al mondo e più di un mese fa avevamo chiesto al Governo di ‘regionalizzare’ il Paese – ha puntualizzato Vedran Jakominić –. Non possiamo fare di tutta l’erba un fascio. La nostra regione e quella istriana, che realizzano un’altissima percentuale del movimento turistico nazionale, sono decisamente più sicure che altre regioni, ma la task force ha voluto castigare tutti e per via di una situazione decisamente critica in una zona del Paese devono pagare tutti. Non mi sembra giusto. Si dovrebbe, invece, compiere uno sforzo ulteriore e fare di tutto per prolungare la stagione turistica nelle regioni sicure. Adesso sta arrivando l’autunno e sappiamo tutti come sanno essere gli autunni fiumani. Le terrazze non potranno più lavorare e ci dovremo rifugiare nei locali chiusi. A oggi, però, nessuno è in grado di dire come ci si dovrà comportare, nel senso che se ci si comporterà in un certo modo le cose andranno così e così, se invece ci si comporterà diversamente le conseguenze saranno queste e queste. No, niente di tutto questo. È una situazione di assoluta imprevedibilità. La prossima stagione turistica dovrebbe essere assolutamente normale, ma ditemi, chi lavorerà se il settore affonderà ulteriormente? Chi aprirà le porte dei locali i cui gestori non riusciranno a farcela? Chi incasserà tutti quei soldi che incidono con il 25 per cento sul pil?”.
IVA, ci vorrebbe un trattamento preferenziale
Uno dei problemi indicati dai ristoratori è rappresentato dall’IVA. Si tratta di un’imposta che viene applicata sul valore aggiunto di ogni fase di produzione e di scambio di beni e servizi. Con valore aggiunto si intende l’incremento di valore delle materie prime iniziali per l’intervento del lavoro, delle macchine e delle attrezzature di produzione. Il valore aggiunto è quindi la differenza tra il valore finale di ciò che viene prodotto meno il valore iniziale dei beni e servizi acquistati per essere impiegati nel processo produttivo. Viene applicata al consumatore finale, ma anche nella vendita di un semilavorato da un’impresa a un’altra. Non tutte le operazioni di questo genere sono però imponibili. Alcune non lo sono, altre sono esenti o escluse. Il fornitore acquista un bene o un servizio su cui paga l’Iva. Quando lo rivende, addebita l’imposta al cliente. Alla fine del percorso, solo il consumatore finale paga davvero l’Iva. In tutte le altre fasi di trasformazione e vendita, infatti, chi acquista addebita poi a chi vende.
“Il costo finale ricade sui consumatori e a me come ristoratore l’Iva non dovrebbe interessare perché a pagare è l’ultimo nella catena, il cliente – afferma Vedran Jakominić –. Però, se abbiamo l’Iva al 25% più il 3% di altri oneri fiscali, ma il peggio è che dobbiamo aggiungerci un altro 30% che va a carico del lavoro e l’IVA non è sensibile al lavoro. Se sappiamo che l’IVA è un’imposta sul valore aggiunto, da noi l’anticipo sull’Iva viene calcolato soltanto sui beni acquistati e non sul lavoro, che non viene considerato come spesa. Sia ben inteso, il lavoro non viene considerato da nessuna parte in Europa, ma altrove viene attuato un trattamento preferenziale in termini di aliquota Iva, tranne che in Scandinavia. Io sono favorevole a un’aliquota unica, uguale per tutti, ma più bassa. Sarebbe corretto portarla al 18 per cento, ma manca il coraggio politico per farlo. Se rimane del 25%, allora bisognerebbe abbassarla per il terziario. Ma non è tutto nell’Iva, bensì l’economia andrebbe sgravata”.
Imprenditori disonesti…
“Bisognerebbe, infine, smettere di tollerare gli imprenditori che lavorano in maniera disonesta, e qui mi riferisco agli acquisti pubblici e agli appalti, che vengono affidati nella maggior parte dei casi a imprenditori ‘tutelati’, mentre dall’altra parte abbiamo tantissimi imprenditori che non hanno conoscenze altolocate o che si rifiutano di utilizzarle. Purtroppo – sostiene Vedran Jakominić –, siamo ancora una società profondamente corrotta e la strada verso un futuro migliore e diverso è ancora lunga, ma dobbiamo comunque fare un primo passo, semplificando e rendendo più economica la gestione, evitando atteggiamenti… polizieschi verso gli imprenditori e consentire loro di dare stipendi più alti, anche se molti ritengono che siano gli imprenditori privati a trattenere il denaro e a pagare poco la manodopera. In poche parole, ci vuole una deregulation della nostra economia. Con le nostre menti dobbiamo uscire dal socialismo, oppure ritornare al socialismo. La cosa peggiore è questa via di mezzo, quando pensiamo come se fossimo nel socialismo e ci atteggiamo da capitalisti. Siamo ancora in piena transizione e sembra che siano soltanto le banche a operare in un sistema capitalista…. Negli anni ’90 del secolo scorso si sono costituite numerose aziende che col passare degli anni si sono rafforzate, ma dal 2000 a questa parte sono pochissime quelle aziende che sono cresciute da piccole a medie imprese e dove poi a grandi. Tante hanno dovuto chiudere e mi chiedo quante di queste possono permettersi investimenti che vadano oltre al minimo indispensabile”.
Insegnare ai figli a essere cittadini migliori
“I cittadini devono sviluppare il culto del prodotto nazionale, i produttori quello del consumatore nazionale, mentre l’economia deve sviluppare il culto dell’economia nazionale. Qui da noi, dopo il 1990, i beni d’importazione sono diventati come dei feticci, forse perché fino ad allora era difficile, se non impossibile reperirli. In questa maniera screditiamo i prodotti nazionali, anche se ce ne sono tanti che meritano di essere considerati. Questo tipo di mentalità, come pure la responsabilità fiscale, va costruito fin dalla più tenera età a scuola. Io credo che Fiume abbia un problema perché non è andata mai d’accordo con lo Stato, non ha accettato mai nessun tipo di sottomissione e non accetta di far parte di una Croazia così com’è, pur amando questo Paese. Non mandiamo gente nostra a Zagabria, non abbiamo chi ci rappresenti nella capitale, non consentiamo al potere centrale di penetrare in tutte le cellule del tessuto urbano e così via. Dobbiamo impegnarci per rendere la vita in città più facile, cominciando dalle scuole e insegnando ai nostri figli a essere cittadini migliori di quanto non lo siamo noi, per poi aspettarci un miglioramento del quadro generale tra una quindicina d’anni”.
Fiume… compressa
“Se da una parte Fiume e la sua regione, come pure l’Istria, possono essere d’esempio a tante altre regioni del Paese – ha concluso Vedran Jakominić –, noi siamo quelli che ci rimettono di più. Secondo molti indicatori siamo più progrediti rispetto ad altre zone, ma anche perché siamo vicini al confine occidentale, siamo molto legati a Slovenia e Italia, abbiamo un potenziale turistico enorme… L’Istria e il Quarnero registrano sempre più della metà del movimento turistico dell’intera Croazia, abbiamo tanti marittimi, le nostre madri vanno a fare le badanti in Italia… Sono tutti soldi che ritornano qui e che vengono spesi qui ed è grazie a tutti questi fattori che riusciamo ancora a rimanere a galla. L’economia locale, però, non funziona. I comuni dell’area hanno un’imprenditoria più sviluppata, come Čavle e Viškovo, poi abbiamo Kostrena, che è stata staccata con la forza da Fiume, c’è la zona industriale di Kukuljanovo, dove operano tantissime aziende regionali… Questa nostra area è stata suddivisa in tante città e comuni e Fiume si è ritrovata compressa in 44 chilometri quadrati, mentre la città di Gospić, tanto per fare un esempio, dispone di un’area di quasi mille chilometri quadrati con un terzo della popolazione di Fiume…”.
Il nazionalismo divide
“Io amo molto questa città. Mi son de qua e mi fa male che molti della mia generazione abbiano fatto le valigie e se ne siano andati all’estero. Fiume ha perso 40.000 abitanti in circa dieci anni. Sembra ci sia del vero in quella barzelletta sulle tre vie d’uscita dalla crisi: Rupa, Pasjak e aeroporto di Veglia… Se il Governo non provvederà a mettere le cose a posto, la gente continuerà ad andarsene. Sono generazioni ormai che stanno aspettando i proverbiali tempi migliori, mentre nel frattempo le crisi si accavallano una sull’altra e le risposte alla crisi sono sempre peggiori. Dall’ingresso nell’Unione europea abbiamo perso oltre 300mila abitanti e continueremo a perderne. Ma che patriottismo è questo? Anche noi imprenditori dobbiamo essere consapevoli che tutto quello che facciamo incide sull’ambiente, sulle persone che ci circondano, sui cittadini in genere. È quello che chiamiamo responsabilità sociale d’impresa, ossia la volontà delle imprese di gestire efficacemente le problematiche d’impatto sociale ed etico al loro interno e nelle zone di attività. Quando parliamo della necessità di acquistare prodotti nazionali per sostenere l’economia, viene a crearsi un concetto completamente sbagliato di patriottismo e di orgoglio nazionale, un concetto che deraglia verso lo sciovinismo. L’orgoglio nazionale è qualcosa di creativo, qualcosa che unisce le persone, mentre il nazionalismo le divide. L’orgoglio nazionale e locale dovrebbe essere legato maggiormente all’ambiente e non alla genealogia. Per quanto riguarda i prodotti nazionali, è comprensibile che il loro prezzo non possa essere concorrenziale, vuoi per i maggiori costi delle materie prime e dell’imballaggio, a causa della quantità, vuoi per il fatto che gli oneri fiscali nei Paesi che esportano in Croazia sono inferiori, senza poi trascurare il fatto che è molto più semplice importare che produrre, perché i nostri produttori devono anzitutto affrontare un impegno burocratico immenso, con perdite di tempo e di denaro non indifferenti. Dobbiamo cominciare a pensare e a comportarci diversamente. Gli effetti economici sono differenti, perché i soldi spesi nell’acquisto di un prodotto nazionale si riproduce quattro volte, quello importato no”.
Il papà ucciso dai serbi in guerra
Vedran Jakominić, 40 anni, è presidente dell’associazione dei ristoratori del Quarnero e dell’Istria, vicepresidente dell’associazione nazionale di categoria, membro del direttivo dell’associazione Glas poduzetnika (La voce dell’imprenditore). “Sono in primo luogo birraio e ristoratore – si è presentato – e svolgo tutte le altre attività fondamentalmente per rendere più agevole il mio lavoro primario. La cosa più facile è rubare, ma io non lo voglio fare. Voglio fare il mio lavoro in maniera onesta per poter pagare onestamente le tasse, perché è pagando le tasse che si dimostra il proprio patriottismo. Le condizioni generali in Croazia non ci consentono di lavorare in maniera normale e il mio attivismo è motivato proprio da questi fattori e dal desiderio di contribuire alla creazione di condizioni di lavoro più normali.
Birraio, dicevamo. Vedran Jakominić, infatti, assieme al suo socio Igor Matetić, è titolare della birreria King’s Brew, “frutto del mio desiderio di dedicarmi alla produzione della birra. Quando io e il mio socio Igor abbiamo deciso di avventurarci in questa iniziativa, si trattava di un progetto piuttosto costoso, per cui abbiamo prima provveduto ad aprire i pub per poter avere mercato, dopo di che abbiamo avviato la produzione di birra per poter soddisfare la domanda. Entrambi proveniamo da famiglie operaie (Vedran è figlio di Marino Jakominić, il comandante dell’unità speciale di polizia “Ajkule”, caduto durante la Guerra patriottica il 29 agosto del 1992 in un’imboscata serba sul Velebit, nda) e non avevamo grandi risorse da investire. Ci siamo un po’ indebitati e da cinque anni a questa parte cerchiamo di far crescere la nostra azienda. Abbiamo due esercizi a Fiume, uno a Malinska, sull’isola di Veglia e il birrificio a Fiume. Posso dire che lavoriamo bene, ma lavoriamo costantemente in condizioni di crisis management perché il quadro gestionale è decisamente irreale, nel senso che le imposte da noi sono tra le più alte in Europa, specialmente nel settore della ristorazione. In tutta l’Unione europea questo settore beneficia di un trattamento preferenziale in termini di aliquota IVA. Potrebbe sembrare ingiusto nei confronti degli altri, ma si fa presto a spiegare il motivo per il quale il settore della ristorazione dovrebbe beneficiare di un’aliquota più bassa, per non parlare del fatto che dobbiamo più occuparci di questioni amministrative e burocratiche che del nostro lavoro”.;

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