Per le saline di Sicciole l’estate è sinonimo di raccolta del sale, occasione anche per ripercorrere le sue peculiarità. Suddivise in due parti, Lera e Fontanigge, rappresentano l’unico complesso salifero ancora attivo in Slovenia, nonché tra i rari nel mondo, ma è anche luogo identitario per la Comunità italiana di Pirano – un legame che risale alla Serenissima con il commercio dell’oro bianco – così, infatti, il sale viene ancora oggi denominato per le sue proprietà, in passato anche importantissima fonte economica. Un luogo suggestivo, meta di tanti visitatori per le eccezionali caratteristiche ambientali, ma sottoposto a non pochi rischi: ai cambiamenti climatici che spesso causano danni ingenti e al progresso economico che privilegia attività più redditizie. La produzione procede solo a Lera, non più invece a Fontanigge che però conserva le tracce originali con grandi campi saliferi, le casette dei salinai purtroppo quasi tutte ridotte a ruderi tranne alcune adibite a disposizioni museali sul passato che fu. Un piccolo, ma significativo apporto affinché questa identità e ricchezza non si perdano per sempre, lo sta dando la Comunità degli Italiani di Pirano “Giuseppe Tartini”. Numerose sono le attività che organizza a tale scopo, ma la più rappresentative è la Famea dei Salineri che vediamo regolarmente negli appuntamenti con “La cucina alle saline” e alla festa di San Giorgio – il patrono di Pirano, ma anche in altre occasioni non organizzate direttamente dalla CI “Giuseppe Tartini.” A spiegarci i dettagli è Giorgina Rebol, figura centrale del gruppo etnografico, connazionale legata alle saline non solo per la bellezza e importanza del posto, ma anche per esperienze personali e di vita.
Iniziamo con una breve presentazione della Famea.
Il nostro gruppo è nato nel 2002 con l’idea di incentivare la promozione – attraverso varie iniziative – il piranese. A proporla sono state la connazionale Fulvia Zudič, l’allora sindaco di Pirano Vojka Štular e l’animatrice turistica di Portorose Irena Dolinšek.
Vi vediamo in tantissime occasioni e sedi, indossando sempre i tipici costumi. Quali sono le vostre attività di base?
La Famea è formata anche da persone che già conoscono il lavoro nelle saline, partiamo -dunque- da esperienze dirette. Questo ci consente di presentare il patrimonio salifero nelle sue tante caratteristiche a partire dai costumi e gli “ordegni”, cioè gli attrezzi. Alle saline, nella parte di Lera, ci ho lavorato anch’io per quasi tre decenni, ma non sul campo, bensì in ufficio, come contabile. Ho iniziato ad ottobre del 1968 – la stagione era già grigia che gettava un’immagine quasi di abbandono, solo qua è là si vedeva all’opera qualche salinaio. In estate l’immagine cambiava completamente, tutto sembrava rinascere con i tanti salinai impegnati a sistemare le vasche di cristallizzazione, i cavedini. Sono in pensione oramai da tanti anni e serbo un ricordo bellissimo, come il privilegio di aver sempre parlato con i colleghi nella mia lingua madre – in dialetto. Mi sentivo come a casa e in una grande famiglia, perciò, non mi era mai neanche sfiorata l’idea di cambiare questo posto per un altro. Un ambiente, tra l’altro unico, immerso nella quiete.
Come fa la Famea a trasmettere queste emozioni e patrimonio soprattutto a chi alle saline non ci è mai stato?
Noi siamo persone semplici e con semplicità trasmettiamo le tradizioni e la storia del sale. La gente non conosce i dettagli, ma ci ascolta con molto interesse perché non è informata su come il sale si produce – in passato, ricordiamo, ha dato lavoro a tantissime persone. Purtroppo questa conoscenza si sta perdendo, perciò invitiamo la gente a visitare questo luogo che non ha pari al mondo per le tecniche di produzione e raccolta in quanto si fa ancora seguendo metodi tradizionali – mi riferisco, ad esempio, al fondo dei cavedini che viene spalmato con la petola, quel sottile strato biologico che preserva la qualità del sale. I visitatori conoscono il classico sale marino, ma quando spieghiamo le specificità di come si coltiva e raccoglie a Sicciole, lo apprezzano di più e con questo il nostro impegno profuso per la tutela.
Ma basta tutto ciò per tenere vive le tradizioni, ma anche per incentivare il lavoro?
Sì, noi sempre diciamo che le saline devono rimanere attive. Si tratta di un lavoro pesante ed è difficile trovare manodopera perché -se la stagione è buona- bisogna raccogliere a mano notevole quantità – ci sono state punte di 5000 tonnellate. Chi le ama, le ama davvero perciò nostro compito è anche avvicinare i giovani a questa professione.
Cruciale, infatti, è avere una visione per il futuro. La Famea ha “una strategia”?
Siamo alquanto preoccupati perché tutti noi abbiamo già una certa età e siamo rimasti oramai in pochissimi, ma non solo: fanno parte del nostro gruppo anche persone che non conoscono il lavoro delle saline e per loro può essere difficile calarsi nella storia e specificità. Non basta, infatti, allestire solo delle bancarelle.
Gli eventi a cui avete partecipato sono stati tanti – quale vi è rimasto particolarmente impresso e che forse meglio vi ha rappresentato?
Assieme al Comune di Pirano siamo stati diversi anni fa a Petanjci, nella regione dell’Oltremura (Prekmurje) della Slovenia per un evento che aveva visto la presenta anche di varie autorità del Paese. Nei discorsi siamo intervenuti pure noi: io ho parlato in sloveno perché nella mia lingua nessuno mi avrebbe capito. Ho parlato delle nostre radici ed emozioni che ci legano alle saline – ebbene, tra gli ospiti c’era la ministra della Cultura che, alla fine dei discorsi, si è avvicinata alla Famea dicendoci che noi, con la nostra genuinità e schiettezza siamo stati molto più interessanti rispetto agli interventi istituzionali. Ecco, questo ha dato pieno senso alla nostra attività rendendoci particolarmente orgogliosi. E come non ricordare l’esposizione universale dell’Expo a Milano, nel 2015: una vetrina mondiale che ci ha dato un’enorme visibilità. Pochi mesi fa siamo stati in Francia per il Festival del mare di Sète – una delle kermesse marittime più importanti nel Mediterraneo. Alla fine della manifestazione, l’organizzatore ci ha citati nella relazione come eccellente esempio nella promozione e tutela del patrimonio che siamo venuti a presentare in Francia. Un esempio da seguire – ha ribadito, e questa è stata un’altra occasione che ci ha dato fiducia e ulteriore slancio nelle nostre iniziative.
Nel corso dei secoli le saline di Sicciole sono cambiate, ma sono ancora vive, a differenza di tante altre sostituite dal progresso industriale. Così e successo, ad esempio, a Capodistria. Cosa augura la Famea nell’ottica di quanto è rimasto?
Chi vuole bene alle saline non può che augurare lunga vita, che non vadano nel dimenticatoio. E poi che resista pure il lavoro benché siamo consapevoli delle difficoltà a sfidare un mondo sempre più esigente e complesso. Le saline hanno fatto tanto bene a Pirano, per cui concludo con un invito ad unirsi al nostro gruppo, a chi vuole dare – nel suo piccolo- un tassello in più nel percorso della conoscenza.
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