C’è stato un tempo in cui l’oro dei cittadini croati prendeva la via dell’estero per finanziare la pura sopravvivenza quotidiana. Oggi, quello stesso metallo prezioso compie il percorso inverso, trasformandosi nel pilastro della pianificazione finanziaria privata. Se quindici anni fa i cittadini liquefacevano i propri ricordi di famiglia a causa della necessità, oggi investono cifre record per accumulare lingotti e monete d’oro da investimento.
Per capire la portata del fenomeno attuale, è necessario fare un salto all’indietro fino al 2008. All’indomani del crollo di Lehman Brothers e dello scoppio della crisi finanziaria globale, la Croazia fu travolta da un’ondata di recessione che spinse migliaia di famiglie a corto di liquidità a fare cassa anche vendendo i gioielli di famiglia. In pochi mesi, le città si riempirono di centinaia di agenzie di “compro oro”. Fu un fenomeno di proporzioni colossali, tanto che i dati storici stimano che tra il 2008 e il 2015 la Croazia abbia esportato circa 15 tonnellate di “oro vecchio”. Per assurdo, un Paese privo di miniere d’oro attive divenne in quel periodo uno dei maggiori esportatori di materia grezza, alimentando le fonderie di mezza Europa, quelle italiane in particolare.

La cifra reale del valore totale del metallo esportato si aggirava attorno ai 500-600 milioni di dollari a valore di borsa dell’oro puro. Ai cittadini, tuttavia, considerando i margini di guadagno che trattenevano gli orafi, le agenzie di pegno e i compro oro, arrivò in tasca solo una frazione di questo patrimonio, stimabile attorno ai 250-300 milioni di euro. Questi contanti liquidi vennero immediatamente utilizzati per pagare bollette e mutui, a dimostrazione del fatto che i veri affari d’oro li fecero i titolari delle agenzie d’intermediazione e non i privati, costretti a vendere unicamente per stringente necessità.
Oggi la tendenza si è completamente capovolta. I croati non vendano più, ma preferiscano comprare in modo massiccio. Secondo i dati forniti da Auro Domus (una delle società leader di mercato) allo Jutarnji list, il mercato dell’oro monetario (lingotti e monete) sta registrando una crescita verticale incredibile. Se nel 2021 i risparmiatori investivano appena 130 milioni di euro, la cifra è balzata a una forchetta compresa tra i 350 e i 400 milioni di euro nel 2024. Il vero record storico è stato toccato l’anno scorso, quando la spesa ha raggiunto gli 850 milioni di euro, portando gli analisti a stimare che la spesa complessiva per l’anno in corso sfiorerà l’incredibile quota di un miliardo di euro.

Photo: Marko Lukunic/PIXSELL
I pro e i contro
Questa corsa all’oro da investimento non è un semplice impulso emotivo, ma risponde a precise e razionali logiche di mercato, pur portando con sé alcune controindicazioni che i risparmiatori farebbero bene a calcolare. Da un lato, il “biondo metallo” rappresenta il bene rifugio per antonomasia, ovvero lo scudo perfetto contro l’inflazione, capace di mantenere il proprio potere d’acquisto reale sul lungo periodo e di proteggere il capitale dalle svalutazioni monetarie, incluse le scosse geopolitiche internazionali. A questo si aggiunge un vantaggio fiscale molto appetibile. L’oro monetario è esente da IVA e le plusvalenze generate dalla sua rivendita spesso non sono soggette a tassazione sulle rendite finanziarie, garantendo al contempo una liquidità immediata in qualsiasi parte del mondo. Dall’altro lato l’investitore deve accettare il fatto che l’oro non offre alcun rendimento passivo, poiché non stacca dividendi o cedole come le azioni e non genera affitti come il mattone, limitando il guadagno unicamente alla differenza di prezzo al momento della futura rivendita. Inoltre, conservare l’oro fisico espone al rischio di furto o impone di pagare canoni per cassette di sicurezza, senza contare che la forte volatilità dei prezzi nel breve termine può penalizzare pesantemente chi si trova costretto a disinvestire rapidamente.

Un po’ di storia
Se in Croazia i privati cittadini corrono oggi a proteggersi acquistando lingotti e monete d’oro, lo fanno attingendo a una cultura della diffidenza monetaria che, in questa faglia geopolitica dell’Europa, affonda le proprie radici in una storia statale tormentata e complessa. Per decenni, l’ex Jugoslavia socialista ha rappresentato uno dei più importanti produttori di oro del “Vecchio continente”. Il motore industriale di questa epopea era la geologia stessa dei Balcani, dove il metallo prezioso non si trovava in filoni puri, ma era intrappolato in enormi depositi di rame, piombo e zinco. Il cuore pulsante del sistema era il complesso minerario di Bor e Majdanpek, nella Serbia orientale, dove il processo di raffinamento ed elettrolisi del rame consentiva di separare l’oro grezzo in quantità massicce, garantendo alla Banca Nazionale di Jugoslavia un afflusso costante superiore alla tonnellata d’oro all’anno. Una ricchezza mineraria analoga alimentava la produzione a Trepča, in Kosovo, e si estendeva fino alle miniere della Bosnia, in particolare nelle aree montuose attorno a Vareš e Srebrenica, celebrate fin dall’epoca romana per i loro ricchi giacimenti.
Tuttavia le primissime fondamenta delle riserve auree jugoslave erano nate molto tempo prima. Le radici del tesoro statale risalivano alla fine del XIX secolo, generate dal capitale in monete d’oro custodito nei caveau della Banca Privilegiata del Regno di Serbia, istituita nel 1883. Con il successivo sconvolgimento della mappa europea e la nascita del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, trasformato poi nel Regno di Jugoslavia nel 1920, la neonata Banca Nazionale assorbì interamente quei fondi storici e vi aggiunse i lingotti spettanti dalla complessa liquidazione della vecchia Banca Austro-Ungarica di Vienna. Grazie a questo accumulo progressivo, alla vigilia della II Guerra mondiale, nel 1939, il Regno di Jugoslavia si trovava a proteggere una riserva che ammontava a ottantaquattro tonnellate e mezzo di oro puro. Intuendo il pericolo imminente dell’invasione nazista, il governo centrale decise di mettere questo immenso tesoro al sicuro all’estero. In un’operazione segreta, oltre quarantaquattro tonnellate di oro furono caricate a bordo del cacciatorpediniere Beograd furono spedite via mare in Inghilterra, da dove vennero successivamente trasferite nei caveau blindati della Federal Reserve di New York.

Un’eredità difficile
Al termine del conflitto globale, con l’ascesa al potere di Josip Broz Tito e la fondazione della Repubblica Socialista, il nuovo regime si convinse di poter disporre liberamente di quel patrimonio custodito oltreoceano. Si aprì invece una dura disputa diplomatica con Washington. Gli USA decisero di congelare e trattenere una quota significativa dell’oro jugoslavo, utilizzandola come risarcimento per i propri cittadini e per le aziende americane le cui proprietà e stabilimenti in terra jugoslava erano stati nazionalizzati ed espropriati dal neonato governo comunista. Solo dopo lunghi anni di trattative e l’intervento della Commissione tripartita per l’oro, creata dagli Alleati per rintracciare e restituire i beni depredati dai nazisti, Belgrado riuscì a recuperare una parte dei propri fondi e a ricostruire, decennio dopo decennio e miniera dopo miniera, un forziere ufficiale che al momento del definitivo collasso della Federazione nel 1991 ammontava a quarantasei tonnellate d’oro. Questo prezioso patrimonio è rimasto congelato per oltre dieci anni a causa delle guerre nell’ex Jugoslavia ed è stato infine suddiviso tra le Repubbliche eredi attraverso complessi accordi di successione firmati in due tranche separate, la prima nel 2001 e la seconda nel 2004.
Un tempismo disastroso
Proprio in quegli anni si consumò la scelta finanziaria più discussa e paradossale della storia croata recente, quando la Banca nazionale croata (HNB) decise di vendere interamente sul mercato tutta la propria quota di riserve auree, liquidandola ai bassissimi prezzi dell’epoca per investire il ricavato in titoli di Stato stranieri ritenuti meno volatili. Una decisione che ha trasformato la Croazia in una delle pochissime nazioni europee a possedere zero grammi di oro pubblico. La scelta della Croazia di sbarazzarsi delle proprie riserve auree è passata alla storia come uno dei più clamorosi autogol finanziari. Tra il 2001 e il 2005, l’HNB decise di liquidare tutte le 15 tonnellate d’oro ereditate dal crollo della Jugoslavia. I vertici dell’istituto erano convinti che i lingotti fossero un “capitale morto” che generava solo costi di custodia e nessuna rendita. Decisero così di vendere tutto per reinvestire il ricavato in titoli di Stato esteri, convinti di fare la scelta più moderna e redditizia. Il tempismo, però, si rivelò disastroso. L’HNB vendette l’oro in due tranches proprio quando i prezzi viaggiavano ai minimi storici. Il blocco principale fu ceduto a una media di appena 272 dollari l’oncia, mentre l’ultima parte rimasta venne liquidata a poco meno di 500 dollari, permettendo alla Croazia di mettere in cassaforte un incasso complessivo di appena 155 milioni di dollari. Se oggi quella stessa montagna di lingotti si trovasse ancora nei forzieri dello Stato, il suo valore supererebbe abbondantemente la cifra di 1,2 miliardi di dollari, grazie alla straordinaria corsa all’oro degli ultimi vent’anni. L’idea di guadagnare con i titoli di Stato si è scontrata con una dura realtà economica. Sebbene nei primi anni i bond americani ed europei abbiano garantito qualche interesse, la crisi del 2008 ha azzerato ogni profitto. Calcolando con generosità la rivalutazione dei 155 milioni originari investiti in obbligazioni (spartendo dal rendimento storico del 3-4%), oggi quel tesoretto ammonterebbe a circa 300-400 milioni di dollari. Sottraendo il rendimento dei bond dal valore che l’oro avrebbe mantenuto da solo, emerge una perdita patrimoniale – o costo opportunità – che sfiora i 900 milioni di dollari. Il paradosso si è compiuto definitivamente alle porte del 2023, quando Zagabria per poter aderire all’Eurozona è stata obbligata a depositare alla Banca centrale europea una quota di riserve auree. Per rimediare ai forzieri vuoti, il Paese ha dovuto comprare sul mercato 1,75 tonnellate d’oro spendendo 96 milioni di euro. In pratica, per riavere indietro appena l’11% del suo vecchio patrimonio, lo Stato ha dovuto sborsare quasi l’intero ammontare di quanto aveva incassato vendendolo tutto vent’anni prima.
IL CAVEAU SUL PETTO

C’è un segreto finanziario che i grandi banchieri internazionali non amano sbandierare, ma che trova conferma nei dati macroeconomici più rigorosi: se volete scovare il vero tesoro del pianeta, non dovete guardare i caveau di Fort Knox, ma i portagioie delle donne indiane. Le stime ufficiali indicano che le famiglie dell’India possiedono complessivamente una quota monumentale di oro, e che circa l’80% di questo patrimonio sia detenuto dalle donne sotto forma di gioielli personali e doti tradizionali. Il risultato è un forziere privato tutto al femminile che oscilla tra le 20-28.000 tonnellate di oro fisico. Una cifra strabiliante che rappresenta oltre il 10% delle riserve mondiali totali. Per comprendere la portata di questo impero dorato, basta pensare che le sole cittadine indiane surclassano di quasi tre o quattro volte le riserve auree degli USA, che pure guidano la classifica dei banchi centrali con le loro oltre 8.000tonnellate, lasciando a distanza siderale giganti economici come la Germania, l’Italia o la Francia messi insieme.
Eppure, proprio quando il primato mondiale di Nuova Delhi sembra indiscutibile, c’è chi contesta apertamente questa egemonia planetaria, sollevando un dubbio audace. Secondo una teoria popolarissima nei Balcani, se si facesse una proporzione matematica basata sulla ricchezza pro capite, le donne dell’ex Jugoslavia possederebbero nei loro cassetti molto più oro delle “rivali” indiane. Questa competizione non si gioca sui mercati azionari, ma affonda le sue radici in un parallelismo antropologico straordinario. Esiste infatti un legame invisibile e potente che unisce i villaggi dell’Asia meridionale alle pianure della Slavonia e all’entroterra della Dalmazia: l’utilizzo del metallo giallo come scudo di autonomia giuridica ed economica della donna. In India questa istituzione millenaria prende il nome di Streedhan, la “proprietà della donna” ricevuta al momento delle nozze, che per legge e tradizione rimane un patrimonio intoccabile da parte del marito o dei suoceri. In modo del tutto speculare, nella Croazia dei secoli scorsi, la dote in oro, nota localmente come dota o miraz, rispondeva alla stessa identica logica di protezione finanziaria. In un angolo d’Europa storicamente sconvolto da guerre e confini fluidi, la dote in ducati non era un regalo per il nucleo familiare, ma un asset liquido che restava di esclusiva proprietà della sposa per sempre.
Il fulcro di questa esibizione di forza finanziaria al femminile sono sempre stata la Baranja, la Slavonia e la Sirmia (Srijem), una fertile pianura dove la ricchezza di una ragazza da marito non si misurava affatto in ettari di terreno, ma in chili e in decibel. Il suono che annunciava l’ingresso di una sposa nella navata della chiesa era il tintinnio metallico dei đerdani, delle špice o dei dukatli, le collane di monete d’oro (o d’argento nel caso delle famiglie meno benestanti) che pendevano sul loro petto. Esattamente come i pesanti bracciali e i gioielli nuziali che compongono lo Streedhan, portare al collo file e file di corone o marenghi austriaci con l’effigie di Francesco Giuseppe non serviva solo a fare colpo ai balli di paese, ma a esibire un caveau ambulante che rendeva la donna finanziariamente inattaccabile. Una tradizione analoga, fatta di fieri patrimoni esibiti sul petto e grandi orecchini in filigrana d’oro così sottile da imitare il pizzo, fioriva contemporaneamente anche nell’entroterra della Dalmazia (al posto delle monete con l’effige di Francesco Giuseppe si usarono a lungo gli zecchini/ducati veneziani), dove ogni ducato cucito sul costume tradizionale rappresentava una riserva di valore immediatamente convertibile in caso di necessità.
Ma se portiamo questa accesa rivalità balcanico-indiana davanti al tribunale della matematica, l’affascinante mito delle nonne croate purtroppo crolla sotto il peso dei numeri, svelando l’illusione creata da quelle spettacolari cascate di ducati esibite durante le feste popolari. Facendo un rapido calcolo, le donne in India sono circa 700 milioni e ciascuna di loro possiede una media stimata di circa 34 grammi d’oro. Al momento della dissoluzione della RFSJ, la popolazione femminile dell’ex Jugoslavia era di circa 11,5 milioni. Per riuscire a pareggiare e battere in proporzione le rivali indiane sulla media pro capite, le donne dell’ex Jugoslavia avrebbero dovuto custodire nei cassetti dei loro comò la bellezza di circa 400 tonnellate d’oro totali. Si tratta di una cifra colossale, che equivale quasi all’intera riserva ufficiale di uno Stato come il Regno Unito o la Spagna, e che polverizza di ben otto volte le riserve che la vecchia Banca nazionale di Jugoslavia deteneva nei suoi anni d’oro. A meno che le nonne dell’ex Jugoslavia non abbiano nascosto lingotti d’oro massiccio dentro i cuscini del divano all’insaputa di tutti i censimenti, la coppa del mondo del metallo prezioso privato resta saldamente nelle mani delle signore indiane. Alle donne dell’ex Jugoslavia rimane però una spettacolare vittoria morale e antropologica: quella d’aver condiviso con le colleghe indiane la stessa geniale intuizione d’indipendenza finanziaria, molti secoli prima che le donne occidentali potessero anche solo pensare di aprire un conto in banca a proprio nome.
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