Italiano slavato?

«Siamo spacciati», dichiarava il prof. Borme nel 1988. I fatti poi lo smentirono, ma i dati di un sondaggio in Istria fanno riflettere

La sede della Regione istriana

Italiano slavato, come le bandiere sbiadite dal sole e dalla pioggia. E dall’inesorabile trascorrere del tempo. Che lascia i suoi segni, indelebili. Di intemperie e di anni (da quando è diventata minoranza), la Comunità nazionale italiana “rimasta” ne ha visti passare parecchi. Le sue rughe sono solchi profondi, sono ferite mai del tutto cicatrizzate. Possono riaprirsi in ogni momento e dare inizio a un’emorragia dalla quale questo corpo un po’ stanco, dopo tante ripartenze, potrebbe non riprendersi più. Per questo l’orecchio è sempre teso a cogliere, fin dal primo apparire, ogni campanello d’allarme.
“Noi italiani? Siamo spacciati”, titolava il “Corriere della sera” del 26 gennaio 1988, sintetizzando il pensiero di Antonio Borme, che dopo quindici anni di silenzio forzato tornava finalmente a parlare e di lì a poco sarebbe stato riabilitato. A Capodistria, all’epoca, nasceva il Gruppo 88, nuove impostazioni e spinte ideali davano ossigeno ai primi movimenti politici regionalistici in Istria, alimentando al contempo le forze che avrebbero determinato il radicale rinnovamento della Comunità italiana, che con una botta d’orgoglio si riconquistò rispetto e ruolo. Borme, al giornalista Gian Antonio Stella e all’opinione pubblica italiana, spiegava com’era stato vivere dall’altra parte della cortina e, alla domanda “Che fine farà il popolo italiano in Istria”, rispose: “Non lo so, c’è una certa volontà di riscatto, e io stesso, anche se ormai ho 67 anni, sono pronto a tornare a battermi se le autorità riconosceranno il loro errore. Ma per quarant’anni il ‘buon cittadino’ è stato chi rinunciava alla sua identità. E ormai siamo rimasti troppo pochi. Forse resteranno le biblioteche italiane, ma l’etnia (viva, non un museo della minoranza) italiana, no: ormai non credo possa sopravvivere”.
A distanza di una manciata di anni i fatti lo smentiranno (per fortuna). Ed egli stesso tornerà a cavalcare la rinascita. Con la sua guida, la nuova associazione (l’Unione italiana), vivrà una resurrezione incredibile, tanto in termini numerici quanto di iniziative e produzione culturale. Tre decenni dopo, i fatti sembrerebbero dargli per certi versi ragione (purtroppo): l’italiano, inteso come lingua parlata negli uffici amministrativi, nei luoghi della vita sociale, è sempre meno presente. Almeno stando all’esito del sondaggio commissionato dal Consiglio per la minoranza nazionale italiana autoctona della Regione Istriana, guidato da Gianclaudio Pellizzer (rovignese come del resto lo era Borme). L’indagine, seppure abbia riguardato un settore specifico – il bilinguismo “praticato” da chi lo deve osservare, per legge –, consente comunque di rilevare alcune tendenze. Il messaggio che traspare è che se non ci saranno iniezioni ricostituenti per il mantenimento dell’utilizzo della lingua italiana, il futuro potrebbe farsi incerto.
Se escludiamo Pola, solo nell’odonomastica e nella toponomastica, ovvero la denominazione delle vie, strade, piazze ed entità geografiche, “il bilinguismo viene rispettato al cento per cento e poi va man mano attenuandosi con l’80% nella segnaletica stradale, con il 50% nei manifesti e avvisi per diminuire ancora nella pubblicazione degli atti e modulistica”, ha spiegato il dr. sc. Andrea Debeljuh, che ha condotto la ricerca insieme con la doc. dr. sc. Loredana Bogliun e il doc. dr. sc. Aleksandro Burra. Prendendo in esame la situazione a Buie, Rovigno, Sissano, Torre, Cittanova, Dignano, Gallesano, Grisignana, Momiano, Pola, Portole, Salvore, Umago e Valle – con l’obiettivo di valutare l’applicazione delle norme statutarie, nelle Città e nei Comuni a Statuto bilingue della Regione Istriana, relative all’attuazione del bilinguismo croato-italiano, nonché il grado di vitalità della lingua italiana in Istria –, i ricercatori hanno riscontrato una situazione che fa riflettere. Complessivamente, sono stati monitorati 171 (54,6%) enti locali e 142 (45,4%) aziende d’interesse pubblico, raccogliendo le risposte di 246 dirigenti, di cui il 22,8% italofono, mentre tra gli slavofoni la stragrande maggioranza ha dichiarato di conoscere l’idioma di Dante. Nonostante ciò “’italiano è in regressione – osserva Debeljuh – nel senso che non viene utilizzato pariteticamente a livello pubblico e sociale, anche se sondando le persone che lavorano a diretto contatto con l’utente e dunque sportellisti, cassieri e così via nel 91% dei casi rispondono di capire l’italiano mentre l’80% lo parla”.
Manca, in questo quadro, forse il dato che più ci interessa come Comunità: un’analisi socio-psicologica della popolazione italofona. “Si andrebbe ad analizzare noi stessi e capire quanto ci sentiamo liberi di parlare l’italiano in pubblico, dove lo usiamo, con chi lo usiamo, perché lo facciamo”, o, viceversa, perché non lo facciamo. In poche parole, come conclude il ricercatore, serve “uno studio che ci farebbe capire e indicare gli strumenti per agire sulla minoranza stessa, affinché si faccia rispettare”. Prendere atto del fatto che un problema esiste, ed è serio e dovuto in buona parte all’atteggiamento di noi stessi, italiani o se si vuole italofoni, potrebbe già essere un passo verso il riscatto.

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