Il Vittoriale «in trasferta» all’ex Pescheria

«Disobbedisco». L’esposizione triestina sarà un evento bello da vedere e culturalmente importante. Il curatore Giordano Bruno Guerri vuole ristabilire la verità sul Comandante

In occasione del centenario dall’impresa di Fiume, a sedici anni dall’ultima esposizione sul Poeta Soldato, Trieste dedica una nuova mostra a Gabriele d’Annunzio, visitabile al Salone degli Incanti a partire dal 12 luglio e fino a novembre. Con il titolo Disobbedisco. La rivoluzione di d’Annunzio a Fiume. 1919-1920, focalizza principalmente l’esperienza nel capoluogo del Quarnero, analizzandola sotto tutti i punti di vista, con tantissima documentazione fotografica e reperti. Molte delle immagini sono inedite, recuperate danneggiate, successivamente restaurate. La gran parte del materiale proviene dalla dimora-mausoleo di Gardone Riviera e altro arriva da prestigiose collezioni pubbliche e private. Nel corso dei mesi in cui sarà aperta l’esposizione, verranno organizzati dibattiti, tavole rotonde, momenti di approfondimento per far conoscere meglio a tutti, dai piccoli ai più grandi, la figura di d’Annunzio, personaggio incredibile che nel corso della sua vita ha fatto di tutto e di più. La mostra infatti sarà alla portata di tutti, come spiega il curatore Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, anche degli studenti che in tal modo potranno approcciarsi in modo semplice ma efficace a d’Annunzio, con un racconto corretto, chiaro e libero da fantasmi propagandistici.
Guerri anticipa che sarà bella da vedere, ma soprattutto culturalmente rilevante, importante per ristabilire la verità sul poeta-soldato, per conoscere un d’Annunzio diverso – peraltro già riabilitato da più di vent’anni da lavori di Nino Valeri, Renzo De Felice, Francesco Perfetti e Claudia Salaris –, che consente di guardare ben al di là della vulgata, spesso fuorviante e superficiale, che lo avvolge. È assurdo pensare a d’Annunzio come a un uomo ideologizzato, puntualizza Guerri, era un modernizzatore, un innovatore, un rivoluzionario ante litteram; e quest’iniziativa sarà la più grande e chiara manifestazione visiva di un passaggio centrale della nostra storia, finora frainteso: quella di Fiume non fu un’impresa fascista, il preludio del fascismo, ma esperimento rivoluzionario, libertario, anticipatore di molti fenomeni del ‘900, di ben altre correnti ideali e politiche del nostro tempo, libertaria, democratica, in certi punti addirittura sessantottina.


Tanti cimeli e inediti

D’Annunzio andò contro gli accordi di Versailles, ma andò fondamentalmente contro le regole, contro le convenzioni, contro un modo di vivere obsoleto che era quello della Belle Époque. Lo scopo originario dell’impresa fiumana era rivendicare la città al Regno d’Italia, in nome dei valori del risorgimento mazziniano, garibaldino, repubblicano. Il modo in cui fu condotta l’azione e i protagonisti che coinvolse, tuttavia, resero quell’occupazione spettacolare, in grado di catturare l’attenzione del mondo appena uscito dalla Prima guerra mondiale e, in particolare, coinvolgere la generazione di giovani che aspiravano a un mondo diverso e migliore, che sognavano di iniziare una rivoluzione che da Fiume si trasferisse a tutta l’Italia, travolgendo l’ordine costituito.
La mostra, promossa dal Comune di Trieste con il contributo della Fondazione CRTrieste e il sostegno di Trieste Trasporti spa, è un progetto di Contemplazioni con la direzione artistica di Giovanni C. Lettini, Sara Pallavicini e Stefano Morelli. Il percorso espositivo si sviluppa attraverso cinque principali tematiche, che sintetizzano ciò che avvenne in quei sedici mesi, dal settembre 1919 al dicembre 1921: Identità di confine, Rivoluzione artistica, Rivoluzione sociale ed Emancipazione giovanile e femminile. Tra gli oggetti in mostra, per la maggior parte provenienti dal Vittoriale degli Italiani, e da prestigiose collezioni pubbliche e private, sono presenti l’autovettura con la quale d’Annunzio fece il suo ingresso a Fiume, la bacchetta che il famoso direttore d’orchestra Arturo Toscanini donò a Luisa Baccara, corredata del programma del concerto di Fiume del novembre del 1920, e la maestosa bandiera tricolore (6 metri x 4 metri) utilizzata dal Vate nell’atto riconciliatore del ricoprire le bare – di rivoluzionari e soldati insieme – caduti nel Natale di sangue.


Bufera sulla statua veti ed endorsement

L’apertura della mostra è stata preceduta, nelle scorse settimane, dalla bufera sul monumento a d’Annunzio che l’amministrazione cittadina intende far collocare in piazza della Borsa. Seduto su una panchina, che legge melanconico un libro, opera dello scultore bergamasco Alessandro Verdi, terza in Italia, è intitolata “Il solitario studioso” e andrà a unirsi alla “galleria” delle sculture di altri poeti presenti nel capoluogo giuliano, Svevo, Saba e Joyce. E mentre il sindaco Roberto Dipiazza tira dritto – ha dichiarato: “Bisogna finirla con queste divisioni, è una grande opportunità anche dal punto di vista turistico” –, si sono formati due schieramenti.
I detrattori hanno espresso la loro contrarietà anche attraverso petizioni online, contestando i legami con Trieste, ma anche segnalando il fatto che la sua figura irriterebbe la sensibilità delle popolazioni croate e slovene (il consigliere regionale della Slovenska skupnost Igor Gabrovec, ha presentato un’interrogazione urgente in cui definisce l’impresa di Fiume “un atto ostile, finalizzato ad occupare la città di Rijeka/Fiume e la sua annessione al Regno d’Italia” e afferma che “i metodi introdotti durante l’occupazione sono gli stessi che hanno tragicamente contraddistinto il regime fascista nei due decenni di dittatura nei confronti di “non italiani” ed oppositori politici”, ostacolando il processo di pacificazione); dall’altra parte non mancano petizioni a favore dell’iniziativa e importanti (quasi) endorsement, uno su tutti quello dello scrittore e germanista Claudio Magris, che sulle pagine del “Corriere della Sera”, ripercorrendo la vita di d’Annunzio, lo definisce un “grande poeta” e invita a non guardare alla sua personalità con atteggiamenti moralistici”.
“L’impresa di Fiume – spiega Magris – è ben più complessa della faciloneria con cui la si giudica”. “La fondamentale componente nazionalista è indiscutibile, ma a Fiume d’Annunzio, durante la sua ‘Reggenza del Carnaro’, aprì scuole italiane, croate, ungheresi, rispettando e anzi valorizzando il carattere plurimo della città, e reintrodusse il divorzio”, per non dimenticare che la Carta del Carnaro, scritta da Alceste De Ambris, prevedeva tutele del lavoro e dei lavoratori e che il vice di d’Annunzio a Fiume, Ercole Miani, sarebbe divenuto un leader della Resistenza, torturato dai fascisti a Trieste durante l’occupazione tedesca. Magris ricorda che è uno degli scrittori della storia dell’Italia che non possiamo escluderlo, come non possiamo escludere ad esempio Pirandello – che è stato “più fascista di d’Annunzio” – dalla storia del Teatro del Novecento. Intellettuale di riferimento del panorama culturale contemporaneo e prestigiosa firma, Magris aggiunge una nota personale: i legionari mangiavano spesso gratis al ristorante “Lloyd”, che apparteneva ai nonni della sua futura mia prima moglie, la scrittrice Marisa Madieri (Fiume, 1938 – Trieste, 1996). “Il ristorante fallì e d’Annunzio regalò loro una fotografia tutti insieme da lui firmata e una patacca. Sembra che loro ne abbiano parlato sempre bene”.
Anche Marino Micich, direttore dell’Archivio del Museo storico di Fiume a Roma, definisce le argomentazioni della petizione “molto deboli se non inesistenti”. “D’Annunzio – dice – durante la Prima guerra mondiale rischiò più volte la vita volando nel cielo di Trieste per inviare, messaggi di speranza e incitamento ai triestini italiani in attesa della Redenzione. Assieme a D’Annunzio sognavano l’Italia e lottarono per la redenzione gli Slataper, Stuparich, i Venezian, Reiss Romoli e tanti altri”. “Che si voglia o no D’Annunzio è un patrimonio culturale di valore mondiale, aggiunge, concludendo che “anche ricordarlo con una statua trovo sia un atto molto appropriato e di grande sensibilità culturale”.
Renzo Codarin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, rileva che a prescindere dal valore dell’uomo di cultura, che, prima di rischiare la vita come poeta-guerriero durante la Prima guerra mondiale, aveva raggiunto la fama con le sue opere letterarie e teatrali note ed apprezzate in tutto il mondo, d’Annunzio rappresenta un passaggio fondamentale nella storia della città di Fiume. Insomma, la sua azione politica va contestualizzata. “L’italianità fiumana fu salvaguardata al termine della Grande guerra dall’intraprendenza del ‘Vate della nazione’, ma venne distrutta ed annichilita dall’occupazione dell’esercito partigiano comunista jugoslavo di Tito al termine della Seconda guerra mondiale, inducendo la maggioranza dei fiumani a scegliere la via dell’esilio. Trieste come capitale morale dell’esodo che coinvolse il 90% della comunità italiana dell’Adriatico orientale è la sede ideale per accogliere un monumento dedicato a chi, con l’impresa fiumana, con il lancio su Trieste dall’aereo di volantini propagandistici (non bombe) e con la stesura della ‘Lettera ai dalmati’ tanto rappresentò per l’italianità di queste terre”, conclude Codarin in una nota.

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