L’onda della modernità travolge gli spazi espositivi dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano dalmata di Trieste (IRCI), che dopo Casanova – l’avventuriero veneziano che visse la sua vita ricercando il bello e il piacere in tutte le sue forme, tanto dal punta di vista sentimentale che da quello intellettuale e sociale –, ha intrapreso un viaggio attraverso le vicende e i protagonisti della stagione artistica che si formò a ridosso della Grande guerra, in un periodo percorso da numerosi fremiti e in piena trasformazione dei gusti. È il trionfo di un’estetica organica, sinuosa, audace e avanguardista, reinventata secondo altri canoni, ricecando l’armonia tra forme e funzionalità. Un discorso e un periodo in cui va in scena il primo vero scambio culturale europeo,e in cui le “province” adriatiche – quelle del vecchio Impero austro-ungarico, poi del Regno d’Italia – hanno avuto un ruolo tutt’altro che marginale: fra Belle Époque, inizi del Novecento e anni Trenta, qui l’arte arriva da ogni dove, a portare opere grandi e minime, anche nelle piccole cose del quotidiano.

Tanti segni, ma dispersi in diverse realtà, spesso inquadrati e osservati in cornici circoscritte o parziali. Con “Modernismi. Fra Liberty e Déco”, inaugurata questa sera (31 ottobre 2025) e visitabile tutti i giorni (fino al 1º febbraio del 2026), l’IRCI riesce a proporre, per la prima volta in un’unica esposizione, il panorama complessivo delle “mode” – tra pittura, scultura, architettura, arti applicate e (buon) artigianato – che si svilupparono all’epoca, evidenziando le specificità dei diversi linguaggi espressivi. Un orizzonte a 360 gradi dei movimenti nelle arti figurative di questo periodo specifico: una vera e propria sfida, che inizialmente il presidente dell’IRCI, Franco Degrassi, credeva velleitaria, ma che man mano che la mostra prendeva corpo e ora che è agli occhi di tutti, si dimostra “tutt’altro che velleitaria”.

Difatti, è riuscita a rappresentare, in modo abbastanza completo, convincente ed avvincente, “il cambiamento avvento nelle nostre città per effetto di tali movimenti”, dandone un’immagine sia dell’esterno che dall’interno delle case di quest’area, sia che si tratti di facciate o arredi e design degli interni, suppellettili comprese… Come fa notare Degrassi, che questa sera ha tagliato il nastro della rassegna, qui si mette in evidenza e si fa comprendere l’apporto che gli artisti di questa regione – regione intesa in senso geografica e non politico, precisa – diedero a tali flussi, peremttendo all’osservatore anche di conoscere il percorso individuale del singolo autore. Ci sono nomi importanti, ma anche i nomi minori, conclude Degrassi, sono grandi, hanno fatto cose straordinarie. In evidenza pure il contributo di quella grande fucina che fu la scuola maestri d’arte di Trieste.

Insomma, c’è tanta carne sul fuoco, frutto del certosino lavoro fatto dalla squadra – capitanata dal presidente Degrassi e trascinata dal direttore Piero Delbello, con il soccorso dello storico dell’arte Roberto Curci – che è stata impegnata in quest’iniziativa, riuscendo a ottenere prestiti eccezionali. Un plauso all’attività portata avanti dall’IRCI è giunto dall’assessore regionale Pierpaolo Roberti, il quale ha tenuto a ribadire la vicinanza dell’amministrazione regionale del Friuli Venezia Giulia all’Istituto e alle sue proposte. “A ogni inaugurazione siamo qui a constatare il successo delle mostre dell’IRCI”, ha ricordato Roberti, confermando che la Regione c’è e sta dietro alla sua progettualità, alle sue idee per il futuro, rilevando come il tandem Degassi – Delbello, insieme allo staff, non guarda soltanto al futuro prossimo, ma a ciò che l’IRCI potrà essere fra dieci o venti anni, affinché si consolidi come una realtà sempre più strutturata nel tempo.

Nella costruzione di questa mostra, fondamentale è stato l’apporto dei tanti collaboratori, ciascuno nei propri campi, in particolare di Roberto Curci, “chi mi è stato vicino nei momenti più difficili, perché il mare è grande e non è sempre nemmeno tanto bello” e “lui mi ha aiutato a tenere il timone”. Nella presentazione dell’allestimento – che è fatto di quadri, fotografie, manifesti, pubblicazioni, sculture e tante cose minute e affascinanti allo stesso tempo –, il direttore dell’IRCI ha accennato ai “confini” assai labili, in questo mondo tutto particolare, tra i due stili. Art Nouveau o meglio Secession, e Art Déco: il primo fiorì sul fin de siècle e in pratica si esaurì con la Prima guerra mondiale (i triestini usavano indicarlo come “Stile 1911”), il secondo, più eclettico, si affermò negli anni Venti del Novecento (ufficialmente all’Exposition internationale des arts décoratifs et industriels modernes di Parigi del 1925 e a Trieste era per l’appunto conosciuto come “Stile 1925”), incarnando un desiderio di lusso e frivolezza, di modernità e progresso, di andare oltre il tragico recente passato. Chi è stato in assoluto liberty e chi esclusivamente déco? Pochissimi, risponde Delbello, molti affondano le radici nell’uno ed evolvono nell’altro.

Dall’architettura alla pittura, dalla scultura alla pubblicità, dall’oggettistica alle illustrazioni: dietro a questa produzione, si scrivono i nomi ed espongono le pregevoli realizzazioni, consentendoci di (ri)scoprire diversi autori. Le firme sono soprattutto quelle dell’ingegnosa gente “nostra”, accanto ad altri che qui sono stati attivi. Non mancano le chicche. Ad esempio, le creazioni del pisinota Alessandro (Sandy) Bolis, poi esule a Trieste, che nel campo dell’architettura collaborò in sinergia con l’abbaziano Edoardo Gellner (professionista di riferimento di Enrico Mattei, e scusate se è poco!), e progettò ad Abbazia l’Hotel Palace Bellevue, l’Albergo Eden, la sede del Circolo Canottieri o l’Albergo Palazzo Excelsior a Laurana, ville e altre residenze. Non male, anzi, eppure, chi ne aveva mai sentito parlare prima d’ora?

Saranno anche soltanto “spunti”, come sottotitola mostra, ma sono magnifici e offrono tante chiavi di lettura, che in un solo “giro” forse non è possibile cogliere appieno. C’è tempo fino a febbraio per approfondire, e ne vale la pena. Anche perché è un unicum: è poco probabile che si potranno ammirare in altre occasioni, ritorneranno a far parte delle collezioni dei tanti privati e aziende che hanno prestato queste opere per la mostra IRCI. Il catalogo, curato da Piero Delbello, edito dall’IRCI, ha i contributi di Roberto Curci, Diana Barillari, Paolo Tomasella, Luca Bellocchi, Alessandra Tiddia, Bruna Pompei, Simone Volpato, Rossella Sommer, Isabella Reale. Ma più che un catalogo, afferma con ragione Degrassi, è un vero e proprio manuale di oltre trecento pagine.


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