Il passato custodito nelle ossa

PANORAMA Al Museo d’Antichità J.J. Winckelmann di Trieste i reperti che hanno segnato la storia della paleoantropologia europea, tra cui il cosiddetto Cranio C occupa un posto di particolare rilievo. Rinvenuto nel sito di Hušnjakovo brdo, presso Krapina, e datato a circa 130.000 anni fa, il fossile appartiene alla celebre collezione neandertaliana conservata presso il Museo Croato di Storia Naturale di Zagabria

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Il passato custodito nelle ossa
Il cranio di Neandertal scoperto nei pressi di Krapina in Croazia e attualmente esposto a Trieste. Foto Roni Brmalj/Edit

Tra i reperti che hanno segnato la storia della paleoantropologia europea, il cosiddetto Cranio C occupa un posto di particolare rilievo. Rinvenuto nel sito di Hušnjakovo brdo, presso Krapina, e datato a circa 130.000 anni fa, il fossile appartiene alla celebre collezione neandertaliana conservata presso il Museo Croato di Storia Naturale di Zagabria. È proprio questo reperto il fulcro della mostra “Cranio C., Patrimonio paleoantropologico mondiale”, allestita al Museo d’Antichità J.J. Winckelmann di Trieste dopo una prima presentazione nella capitale croata nel novembre del 2025.

L’esposizione rappresenta la prima occasione in cui il Cranio C viene presentato al pubblico al di fuori della Croazia. Realizzata grazie alla collaborazione tra il Museo d’Antichità J.J. Winckelmann e il Museo Croato di Storia Naturale, con il sostegno delle istituzioni italiane e croate coinvolte nel progetto, la mostra rimarrà aperta fino al 16 agosto 2026. Il percorso espositivo si sviluppa attorno al reperto originale, custodito in una teca progettata per garantirne la conservazione in condizioni ambientali controllate, ed è accompagnata da un documentario che ricostruisce la storia delle ricerche e il significato del Cranio C nel quadro degli studi sui Neandertal.

Più che presentare un singolo fossile, la mostra invita a ripercorrere una delle pagine più significative della ricerca paleoantropologica europea. Il Cranio C diventa così il punto di partenza per raccontare la scoperta del sito di Krapina, il lavoro pionieristico di Dragutin Gorjanović-Kramberger e il contributo che questo straordinario insieme di reperti ha offerto alla comprensione delle popolazioni neandertaliche.

Una parte degli oggetti esposti nel museo triestino. Foto Roni Brmalj

ALLE ORIGINI DELLA RICERCA PALEOANTROPOLOGICA

La ricerca scientifica più concreta dei Neandertal iniziò nell’estate del 1856, quando quando alcuni operai impegnati nell’estrazione di calcare nella grotta di Kleine Feldhofer, nella valle di Neander presso Düsseldorf, rinvennero alcuni resti ossei dall’aspetto insolito. Il materiale fu affidato a Johann Carl Fuhlrott, insegnante e naturalista, che intuì l’eccezionalità della scoperta e ne affidò lo studio all’anatomista Hermann Schaafhausen dell’Università di Bonn. Nel 1857 i due studiosi pubblicarono i primi risultati delle loro ricerche, aprendo un dibattito destinato a modificare profondamente la conoscenza delle origini umane.

La scoperta precedette di appena tre anni la pubblicazione de L’origine delle specie di Charles Darwin (1859) in un momento in cui il pensiero scientifico stava ridefinendo il concetto stesso di evoluzione. L’interpretazione dei fossili fu fin dall’inizio oggetto di accese discussioni: alcuni studiosi ritenevano che quelle particolari caratteristiche anatomiche fossero il risultato di condizioni patologiche, mentre altri vi riconobbero i resti di una popolazione umana molto più antica. Nel 1864 il geologo irlandese William King propose per quei reperti la denominazione Homo neanderthalensis: nome che, con alcune successive revisioni tassonomiche, è rimasto in uso fino a oggi.

In realtà, i fossili della valle di Neander non furono i primi resti neandertaliani rinvenuti. Un cranio infantile scoperto nella grotta di Engis, in Belgio, tra il 1829 e il 1830, e un cranio proveniente da Gibilterra, rinvenuto nel 1848, erano già noti, ma la loro importanza sarebbe stata riconosciuta soltanto dopo la scoperta tedesca, quando il termine “Neandertal” era ormai entrato nel lessico della comunità scientifica. Negli oltre centocinquant’anni trascorsi da allora, il numero dei reperti attribuiti ai Neandertal è cresciuto considerevolmente.

Oggi sono documentati i resti di circa cinquecento individui provenienti da numerosi siti europei e dell’Asia occidentale, un patrimonio che ha consentito di approfondire gli studi sulla loro anatomia, sul comportamento e sull’evoluzione. Le ricerche indicano che le caratteristiche tipiche dei Neandertal si svilupparono gradualmente a partire da popolazioni generalmente ricondotte a Homo heidelbergensis. Tra circa 300.000 e 40.000 anni fa essi furono gli unici rappresentanti del genere Homo presenti in Europa, espandendosi successivamente anche in parte dell’Asia occidentale.

Il lapidario del Museo d’Antichità J.J. Winckelmann di Trieste. Foto Roni Brmalj/Edit

La loro morfologia era il risultato di un lungo adattamento agli ambienti freddi del Pleistocene. Il cranio, ampio e allungato, presentava arcate sopracciliari molto sviluppate, una grande apertura nasale e una caratteristica sporgenza nella regione occipitale; la mandibola era priva di mento, mentre la corporatura, robusta e relativamente bassa, favoriva la dispersione del calore in condizioni climatiche rigide. Le analisi dei denti mostrano inoltre segni di un uso frequente come strumenti di lavoro, testimonianza di attività quotidiane che andavano oltre la semplice alimentazione.

Anche sul piano culturale l’immagine dei Neandertal è profondamente cambiata rispetto al passato. L’antico stereotipo dell’uomo rozzo e primitivo ha lasciato spazio a quello di una popolazione capace di adattarsi a contesti ambientali molto diversi, di produrre strumenti litici complessi – oggi associati alla cosiddetta cultura musteriana – e di sviluppare comportamenti sociali articolati. Diversi siti archeologici documentano pratiche funerarie intenzionali, suggerendo una particolare attenzione nei confronti dei defunti; tra i contesti discussi dagli studiosi figura anche quello di Krapina.

Per lungo tempo la scomparsa dei Neandertal è stata attribuita all’arrivo in Europa delle popolazioni di Homo sapiens, avvenuto circa 45000 anni fa. Le ricerche più recenti hanno però restituito un quadro più articolato. Le analisi genetiche, avviate alla fine degli anni Novanta e sviluppatesi soprattutto dopo il sequenziamento del DNA ricavato dai reperti della grotta di Vindija, in Croazia, hanno dimostrato che tra Neandertal e uomini anatomicamente moderni vi furono incontri e incroci. Le popolazioni attuali dell’Eurasia conservano infatti una piccola ma significativa percentuale di DNA neandertaliano, una testimonianza biologica che conferma come la loro storia non si sia conclusa con l’estinzione.

Una coppia di visitatori ammira il lapidario allestito nel cortile del Museo d’Antichità J.J. Winckelmann. Foto Roni Brmalj/Edit

I FRAMMENTI DI UN VOLTO

Tra i siti paleoantropologici europei, quello di Hušnjakovo brdo, presso Krapina, occupa una posizione di primo piano. Gli scavi condotti tra il 1899 e il 1905 da Dragutin Gorjanović-Kramberger portarono alla luce la più ricca collezione di resti neandertaliani proveniente da un unico giacimento: quasi novecento frammenti ossei umani, oltre un migliaio di manufatti litici e migliaia di resti faunistici.

Gli studiosi stimano che il Cranio C rinvenuto nei pressi di Krapina risalga a circa 180mila anni fa. Foto Roni Brmalj/Edit

All’interno della collezione, il reperto più celebre è il cosiddetto Cranio C, identificato nella nomenclatura scientifica attuale come Krapina 3. Si tratta della calotta cranica, probabilmente appartenuta a una donna adulta, che Gorjanović-Kramberger ricompose a partire da numerosi frammenti rinvenuti durante le ultime fasi degli scavi. Nel 1979 un ulteriore frammento dell’osso frontale fu riconosciuto e reintegrato, consentendo di completarne la ricostruzione.

L’eccezionale stato di conservazione del Cranio C ne ha fatto uno dei reperti più studiati dell’intera collezione. Oltre a fornire dati fondamentali sull’anatomia dei Neandertal, il fossile ha attirato l’attenzione degli studiosi per la presenza di trentacinque sottili incisioni parallele sulla superficie dell’osso frontale. Le analisi microscopiche hanno stabilito che questi segni furono prodotti dopo la morte dell’individuo, quando l’osso era ancora fresco, ma prima della sua fossilizzazione. La loro origine rimane oggetto di discussione: se in passato furono interpretati come possibili tracce di cannibalismo o di violenza, oggi prevalgono letture più caute, che prendono in considerazione pratiche rituali, trattamenti del corpo o altri comportamenti di carattere simbolico.

Anche la classificazione dei reperti riflette l’evoluzione degli studi. Gorjanović-Kramberger identificava i fossili meglio conservati con lettere alfabetiche, mentre ogni reperto è contraddistinto da un codice numerico univoco, adottato nelle pubblicazioni scientifiche internazionali. Il nome storico è tuttavia rimasto quello con cui il reperto è maggiormente conosciuto anche al di fuori dell’ambito specialistico. Negli ultimi decenni le nuove tecnologie hanno ampliato in modo significativo le possibilità di ricerca. Le analisi del DNA hanno chiarito le relazioni genetiche tra Neandertal e Homo sapiens, mentre lo studio degli isotopi stabili e del tartaro dentale ha permesso di approfondire aspetti legati all’alimentazione, alla mobilità e allo stato di salute.

Foto Roni Brmalj/Edit

LA COLLINA DELLE SCOPERTE

La storia del sito paleoantropologico di Krapina ebbe inizio nel 1895, quando Josip Rehorić, maestro della scuola elementare locale, raccolse insieme a Kazimir Semenčić alcune ossa e denti emersi durante l’estrazione della sabbia sulla collina di Hušnjakovo brdo. I reperti furono inviati a Zagabria a Dragutin Gorjanović-Kramberger, che vi riconobbe resti di fauna pleistocenica, tra cui rinoceronti e grandi bovidi estinti. Convinto dell’importanza del ritrovamento, annotò la necessità di esaminare personalmente il sito.

La visita avvenne nell’agosto del 1899. Già durante il primo sopralluogo Gorjanović-Kramberger osservò una successione di livelli sedimentari, abbondanti resti animali, tracce di focolari e un dente umano fossile. Pochi giorni dopo, grazie all’accordo con le autorità locali, l’estrazione della sabbia venne sospesa e iniziarono gli scavi sistematici, destinati a proseguire fino al 1905. L’accurata documentazione stratigrafica, accompagnata da appunti, rilievi e disegni, rappresentò uno degli aspetti più innovativi del suo lavoro e costituisce ancora oggi una fonte preziosa per la ricerca. Nel corso delle campagne di scavo furono recuperati centinaia di resti umani, migliaia di ossa animali e numerosi manufatti litici.

Gorjanović-Kramberger stimò inizialmente che il sito restituisse i resti di una ventina di individui; studi successivi hanno portato questa stima a oltre ottanta. La ricchezza della documentazione raccolta consente ancora oggi di affrontare nuove analisi sul materiale di Krapina, un’opportunità rara per scavi condotti alla fine del XIX secolo. Accanto all’attività sul campo, Gorjanović-Kramberger pubblicò con grande rapidità i risultati delle proprie ricerche, contribuendo in modo decisivo alla definizione della paleoantropologia come disciplina scientifica. Le sue opere dedicate all’”uomo diluviale di Krapina”, culminate nella monografia del 1913, rappresentano uno dei primi studi sistematici sui Neandertal.

Pur operando in un periodo in cui non erano ancora disponibili i moderni metodi di datazione assoluta, Gorjanović-Kramberger adottò gli strumenti più avanzati allora conosciuti. Tra questi vi era l’analisi del contenuto di fluoro nelle ossa che gli consentì di dimostrare la contemporaneità dei resti umani e della fauna fossile rinvenuti a Krapina. Soltanto molti decenni dopo, grazie alla datazione mediante risonanza di spin elettronico, il deposito è stato collocato attorno a 130.000 anni fa, confermando l’intuizione dello studioso croato.

Foto Roni Brmalj/Edit

Il sito ha restituito anche un ricchissimo insieme di resti faunistici, comprendente soprattutto mammiferi, ma anche uccelli, rettili e molluschi. Oggi questi reperti vengono studiati attraverso analisi tafonomiche, che permettono di distinguere le tracce lasciate dall’attività umana da quelle prodotte da processi naturali o dall’azione dei carnivori. Questo approccio offre informazioni preziose sull’ambiente frequentato dai Neandertal, sulle loro strategie di sussistenza e sul modo in cui utilizzavano le risorse disponibili.

Il prestigio scientifico di Gorjanović-Kramberger si affermò rapidamente anche a livello internazionale. Le sue ricerche e il rigore del suo metodo lo resero un punto di riferimento per gli studiosi dell’epoca. A oltre un secolo di distanza, il suo nome continua a essere strettamente associato a Krapina e al contributo che questo sito ha offerto alla conoscenza dei Neandertal.

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