Due gioielli, due territori apparentemente lontani, una figura sorprendentemente simile. Da una parte il moretto fiumano, presenza familiare nella memoria e nell’identità del Quarnero; dall’altra il morin della Bassa Engadina, custodito dalla tradizione di alcune comunità del Canton Grigioni. In mezzo, per ora, non c’è una risposta, ma una domanda. Ed è proprio da quella domanda che nasce il nuovo progetto culturale dell’Associazione d’amicizia svizzero-croata Helvetia, lanciato a fine agosto a Fiume. Il progetto ha trovato un primo momento di confronto istituzionale nella visita dell’ambasciatrice svizzera in Croazia, Beatrice Schaer, alla sede dell’Associazione “Helvetia”.

L’iniziativa, intitolata “Hrvatski morčić, švicarski morin – most između mora i planina” (“Moretto roato, morin svizzero – un ponte tra mare e montagne”), prende le mosse da una somiglianza iconografica tra i due gioielli e dalla domanda sulle possibili origini comuni. Il volto di un uomo dalla pelle scura, il turbante, la preziosità del gioiello: elementi che ricorrono in due tradizioni orafe sviluppatesi in contesti diversi e che oggi invitano a una ricerca comune. A presentare il progetto è stato Zlatan Bakalović, presidente dell’organizzazione Helvetia, insieme a Daniela Schneller, membro del consiglio direttivo dell’associazione e ideatrice dell’iniziativa, e a Željko Bistrović, conservatore presso il Dipartimento di Fiume del Ministero della Cultura e dei Media della Repubblica di Croazia.
Bakalović ha chiarito subito quale dovrà essere il metodo: non costruire una storia per poi cercarne le conferme, ma partire dalla curiosità e verificare dove questa possa condurre: “Non vogliamo prima creare una leggenda e poi andare a cercare le prove che la confermino. Vogliamo fare il contrario: ricercare, analizzare, documentare, coinvolgere gli esperti e le istituzioni di entrambi i Paesi”, ha spiegato. Non una leggenda da consolidare, dunque, ma un’ipotesi da sottoporre al confronto tra studiosi, documenti e istituzioni.
Molto più di un ornamento
Per Fiume, il moretto è molto più di un ornamento. È uno dei simboli più riconoscibili della città e del territorio quarnerino, legato alla memoria familiare, alla tradizione orafa e a una città storicamente multiculturale. Orecchini, spille, anelli e bracciali raffiguranti il volto scuro con il turbante sono entrati nel patrimonio delle famiglie fiumane, mentre intorno alla loro origine si sono sviluppate nel tempo leggende diverse. La più nota è quella legata alla famiglia Zrinski e all’episodio, collocato nel XVI secolo, dell’assedio ottomano nella zona di Grobnico; un’altra tradizione conduce invece verso Sabbioncello (Pelješac) e racconta la storia di una nobildonna italiana e della sua serva africana. La storia, tuttavia, non si esaurisce nelle leggende. La sua stessa iconografia risente di una più ampia fascinazione europea per l’Oriente, particolarmente evidente nella Venezia del Seicento e del Settecento, quando figure di uomini africani in abiti orientali entrarono nell’immaginario decorativo e nell’oreficeria.

Ed è proprio Venezia uno dei punti da cui prende avvio anche la storia raccontata dai morin engadinesi. Qui entra in scena Daniela Schneller, nata a Coira. Il punto di partenza, racconta, era in realtà un’altra: collegare Fiume e una città svizzera con la quale instaurare un rapporto di amicizia. “L’idea era trovare una città ‘sorella’ di Fiume in Svizzera”, racconta. La prima possibilità era proprio Coira, la sua città natale, ma la strada non era percorribile: “Abbiamo contattato Coira, da dove provengo, ma non è stato possibile, perché è già città gemellata con Ragusa (Dubrovnik, ndr) e, a quanto pare, ogni Paese può avere una sola città gemellata”.
La ricerca ha preso allora un’altra direzione. Schneller si è imbattuta nella storia dei moretti e nella presenza degli svizzeri giunti nel corso del tempo sull’Adriatico, fino ad arrivare a Sent, nella Bassa Engadina. È lì che ha trovato un primo riscontro concreto: “Sono andata in Comune, ho parlato con l’amministrazione e da parte loro ho trovato dell’interesse. E dove c’è interesse, si può sempre parlare e sviluppare un’idea.” È stato allora che la somiglianza ha assunto un’altra dimensione. In Engadina, il morin è ancora oggi un gioiello riconoscibile, tradizionalmente tramandato e legato all’identità locale. In romancio, la lingua retoromanza parlata nel territorio, il nome stesso è morin. A Coira, inoltre, Schneller ha individuato un orafo che ancora oggi ripara e riproduce questi gioielli.

Una storia condivisa?
Il percorso della ricerca conduce così nuovamente verso Fiume. Secondo la tradizione engadinese, molti abitanti del Grigioni emigrarono nel Seicento e nel Settecento verso Venezia e altre città europee, alla ricerca di opportunità economiche. Nel 1766, la Serenissima revocò i privilegi economici di cui godevano, provocando l’espulsione di molti di loro e una nuova dispersione nel continente. È in questo quadro che il morin viene tradizionalmente interpretato anche come un segno di riconoscimento identitario: un gioiello attraverso il quale persone provenienti dalla stessa comunità potevano riconoscersi lontano dalla propria terra.
La pista veneziana non è necessariamente quella definitiva. La somiglianza con il moretto fiumano apre infatti un’altra possibilità, ancora tutta da verificare. Fiume è stata luogo di passaggio e di insediamento per emigranti engadinesi: all’inizio del Novecento vi erano caffè frequentati dalla comunità e, accanto a una delle note manifatture di morin, la Gigante, risultavano presenti altri locali legati alla loro presenza. Potrebbero essere stati proprio questi incroci a mettere in contatto persone, oggetti e tradizioni. Qui, infatti, la curiosità lascia spazio al lavoro dello storico dell’arte. Željko Bistrović, che ha recentemente dedicato una ricerca alle botteghe orafe del XV e XVI secolo nell’Adriatico settentrionale, guarda alla somiglianza tra i due gioielli con la cautela necessaria: “È interessante che in un piccolo centro della Svizzera esista un morin che, di fatto, sembra essere un’altra versione del nostro moretto fiumano. Come sia arrivato fin lì, però, non lo sappiamo”.
A riportare Bistrović verso questa storia è stato anche l’ultimo morettista a conoscerne ancora la lavorazione. “È stato Gjon Antoni a coinvolgermi in questa vicenda”, ha raccontato, riferendosi anche alle numerose suggestioni contenute nel suo libro. Tra queste, una in particolare ha attirato la sua attenzione: quella relativa alla possibile matrice araldica del motivo. È una prospettiva che restituisce al progetto la sua natura più interessante: non la ricerca di una parentela da dare per acquisita, ma il tentativo di capire se dietro una somiglianza formale esista una storia condivisa. Per dimostrarlo occorreranno il confronto degli oggetti, delle fonti d’archivio, delle tecniche di fabbricazione e dei contesti storici. Occorrerà mettere in relazione competenze diverse, coinvolgere musei, archivi, conservatori e studiosi dei due Paesi.

Una pagina ancora tutta da scrivere
Per Helvetia, tuttavia, il progetto non vuole fermarsi alla storia dell’oreficeria, ma l’avvio di un dialogo culturale più ampio e concreto tra Svizzera e Croazia, come sottolinea Bakalović, indicando nella ricerca sul moretto e sul morin il possibile punto di partenza per una collaborazione destinata a coinvolgere cultura, turismo, istruzione, economia e diplomazia culturale. Schneller guarda già al prossimo capitolo: “Il mio desiderio è che questo sia solo l’inizio e che il prossimo capitolo del progetto prosegua proprio in Svizzera, nella mia città natale, Coira”.
La Radiotelevisiun Svizra Rumantscha (RTR), nell’ambito del programma “Cuntrasts”, contenitore dedicato alle storie, alla cultura e alle tradizioni del Canton Grigioni e della comunità di lingua romancia, ha realizzato il reportage “Mare, montagne e moretti”. Firmato da Isabelle Jaeger, segue le tracce dei morin tra Sent, l’Archivio di Stato e Fiume, concentrandosi sul loro valore identitario. Tra le testimonianze raccolte figura anche quella di Theodor de Canziani, che nel film parla del significato del moretto fiumano e del legame con la cultura dell’Adriatico. Il documentario offre così uno sguardo parallelo su due territori nei quali il gioiello, pur assumendo significati e percorsi differenti, è diventato parte di una memoria collettiva.

Dal mare alle montagne, dunque, il percorso è appena cominciato. Il punto d’arrivo non è ancora scritto e forse è proprio questo l’aspetto più prezioso dell’iniziativa: un oggetto apparentemente piccolo, custodito nelle tradizioni di due territori, può diventare l’occasione per riaprire una storia più grande fatta di migrazioni, commerci, mestieri, immagini e incontri. Per ora il moretto e il morin restano due figure affacciate l’una sull’altra, separate dalla distanza e unite da una domanda. Sarà la ricerca a stabilire se quella somiglianza sia soltanto un’affascinante coincidenza o la traccia visibile di un legame ancora da ricostruire.
“Quando abbiamo cominciato a sviluppare questa storia all’interno di Helvetia, non volevamo limitarci a mettere a confronto due simboli. Volevamo cercare di capire che cosa si nascondesse dietro la loro straordinaria somiglianza. I simboli non sono soltanto oggetti, portano con sé memoria, appartenenza, viaggi, tracce del tempo. Il moretto appartiene a Fiume e al Quarnero, mentre il morin appartiene alla tradizione svizzera del Canton Grigioni e dell’Engadina. Tra loro ci sono cento chilometri di mare e di montagne, lingue e culture diverse. Eppure, quando li guardiamo, sembra che ci dicano che le persone e i loro mondi si siano incontrati molto più di quanto immaginiamo”, ha osservato Bakalović.

Il viaggio che dal mare arriva fino alle montagne prosegue. E forse è proprio questa la direzione che il progetto di Helvetia intende seguire: non stabilire ancora dove affondino le radici comuni del moretto e del morin, ma mettere in movimento le persone, le competenze e le istituzioni necessarie per scoprirlo. Una storia che, prima ancora di trovare una risposta, ha già trovato un ponte.


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