Il futurismo in azione

Con contributi a cura del sociologo Guerino Nuccio Bovalino e commenti di Emanuele Merlino, la casa editrice Eclettica pubblica l’inedito «Poema di Fiume» di Filippo Tommaso Marinetti

Coraggio, ottimismo, passione per la velocità e le macchine, insofferenza politica per lo status quo, amore per la vita: Gabriele d’Annunzio incarnava molte delle qualità dell’eroe futurista. Il volo su Vienna o la Beffa su Buccari furono azioni più futuriste di qualsiasi proclama del padre del movimento, Filippo Tommaso Marinetti, e la stessa presa di Fiume realizzò due dei punti principali proprio del programma politico futurista, ossia gli artisti al potere e un riconoscimento civile per i reduci della Grande Guerra. Lo stesso Marinetti, addombrato dalla prorompente personalità di d’Annunzio, che forse non apprezzava in quanto letterato (lo definì “passatista noioso anacronistico”, salvo poi, durante tutto il Ventennio, lanciarsi in un’operazione di vera e propria appropriazione della sua eredità letteraria e simbolica) aveva invece una grande ammirazione per l’uomo, “un grande italiano eroico e tenace”. I due trovarono un punto convergente proprio nell’irredentismo adriatico. Marinetti vide nell’Impresa fiumana “la sintesi perfetta di futurismo e arditismo, i germogli elettrici della nuova nazione”, scrive Giordano Bruno Guerri in Disobbedisco. Cinquecento giorni di rivoluzione. Fiume 1919-1920 (Mondadori, 2019).
In riva al Quarnero, nei sedici mesi dannunziani, accorsero tutti: artisti, soldati, sindacalisti, sognatori, pazzi, italiani. E fra loro appunto anche Marinetti, che trasportò quell’esperienza in un testo finora rimasto inedito, il Poema di Fiume (13 euro). Il sociologo Nuccio Guerino Bovalino così introduce il lavoro portato alla luce dall’Eclettica di Alessandro Amorese, con un progetto a cura di Emanuele Merlino: “Il sublime del doppio. D’Annunzio e Marinetti. L’intreccio delle loro vite rappresenta un ulteriore aspetto di quella magnificenza che il loro vissuto già singolarmente incarna. Nei versi del poema a essa dedicato, Marinetti trasfigura l’esperienza umana rileggendola con le parole e gli strumenti futuristi a lui cari e consoni, riconoscendo indirettamente a d’Annunzio l’aver prefigurato quei temi propri al movimento futurista, che il poeta guerriero ha oltretutto incarnato con l’intera sua vita, essa stessa essenza visibile di quel pensiero artistico-culturale”.
Dall’introduzione “L’orbo veggente”: “Lui è un uomo non più giovane eppure divora la strada come se avesse ancora tanto tempo davanti a sé. Cammina come se l’arrivo sia solo un’altra tappa di un percorso ancora lungo. Cammina e tutti quelli che incontra si fermano a guardarlo, lo abbracciano, l’applaudono e l’invocano. Nessuna foto può descrivere quello che il suo sguardo trasmette. Non è solo la febbre altissima che rende l’unico occhio più profondo ma quello che sconvolge è la vita che ne esce. Quella vita che tutto brucia, tutto divora, tutto rielabora perché solo nella passione, nell’esigenza dell’essere, nella forza creativa è in grado di dare vita al futuro. Quest’uomo forse non ha davvero tanto tempo davanti a sé ma sente di dover fare ancora molto. E per lui ‘molto’ vuol dire riempire i libri di storia. Quel ‘molto’ riempirà la vita di commentatori, critici e biografi. Quel ‘molto’, che è solo una piccola parte del suo ‘tutto’, che mille uomini comuni non riusciranno mai a fare. E nemmeno a immaginare. È il 12 settembre del 1919. Cento anni fa. E quello che vedremmo, se questa prefazione non fosse un testo ma un viaggio nel tempo, è la Santa Entrata”.
Marinetti dedicò all’impresa fiumana una composizione che incrociava prosa e poesia nel perfetto stile marinettiano e futurista, tutto d’un fiato, senza punteggiatura, senza particolari regole se non l’energia da sprigionare, con le ripetizioni enfatiche e le autocelebrazioni. La marcia di Ronchi, la “Santa Entrata” a Fiume, i Granatieri, il viaggio rocambolesco per la “Città di vita”, il Natale di Sangue e soprattutto l’Italia: “l’unica donna da perennemente amare”.
Un’operazione editoriale di grande valore non solo perché inedita – i documenti, ancora non completi, sono stati ritrovati alcuni mesi fa negli Stati Uniti –, non solo perché contiene dei passaggi eccezionali ma anche, e forse soprattutto, perché descrive l’incontro di due dei più grandi italiani, d’Annunzio e Marinetti, su quel palcoscenico incredibile che è stata la Fiume dell’Impresa. Un’impresa che a cento anni esatti rimane ancora uno dei momenti più incredibili, poetici e alti della storia d’Italia. Oltre al testo originale del Poema, il libro ha due contributi inediti a cura del sociologo Guerino Nuccio Bovalino, “Fiume: immaginario e avanguardia”, e di Emanuele Merlino, “Il Poema di Fiume. La coerenza della poesia”.
Nel percorso espositivo di “L’Olocausta di d’Annunzio”, allestito al palazzo del Governo di Fiume, c’è un richiamo proprio all’opera marinettiana (si fa riferimento alla versione presso il fondo Filippo Tommaso Marinetti Papers, Beinecke Rare Book and Manuscript Library, Yale University), che si rimanda al collage Parole in libertà – Irredentismo (1914). Eccone alcuni stralci: “Le donne che si diedero in quella espansione di ebbrietà braciere/di visioni affetti profumi e magnetismi epidermici e sessi spudorati/furono fecondate e sposate”. Oppure: “O d’Annunzio/la letizia dei corpi di piacere tra stoffe e pro=/fumi delicatissimi e la selvaggeria dei paesaggi incolleriti e avvi=/nazzati dal sole con madonne santi impietositi da tutte le piaghe umane/e la grande lussuria e dimestichezza col cielo/diventino centuplicato amore per/l’Italia unica donna da perennemente amare”.

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