Il caso «jugovirus» del 1972. L’epidemia «proibita»

Il vaiolo, portato in Europa dall’Afghanistan, venne debellato nell’arco di due mesi, grazie al vaccino e a misure repressive severissime

Magari in ritardo, ma la situazione venne messa sotto controllo

Chiunque abbia letto I promessi sposi, il celebre romanzo storico di Alessandro Manzoni, avrà certamente trovato delle analogie con la situazione attuale che vede il mondo intero ostaggio di un virus. Sono trascorsi esattamente 390 anni dalla peste del 1630 descritta dal Manzoni nei capitoli 31 e 32 dei “Promessi sposi” e andando a rileggerli possiamo trovare delle analogie incredibili, a partire dalla sottovalutazione a momenti anche irresponsabile del contagio e dal modo in cui i mezzi d’informazione d’allora hanno affrontato la situazione. “Informatevi, studiate e pensate prima di parlare ed agire”, raccomandava il Manzoni. Infatti, inizialmente i delegati del tribunale della sanità dell’epoca si fecero convincere che quella non fosse peste, poi quando le prove cominciarono a diventare inconfutabili, si utilizzarono delle misure in fretta e furia, si emisero bullette (i decreti di oggi), e così via.
Eh sì, “Governare è far credere”, diceva Nicolò Macchiavelli ne Il Principe. La comunicazione delle informazioni è fondamentale in ogni società, perché a seconda del modo in cui viene presentata l’informazione può alimentare o scoraggiare “l’isteria generale” di cui parla Alessandro Manzoni. I produttori di notizie – governi, comandi della Protezione civile a tutti i livelli… – raccontano la situazione nel modo che ritengono più corretto, ma potrebbero farlo certamente senza fomentare allarmismo.
Il Manzoni ci racconta che chiunque parlasse di peste era trattato con iracondo disprezzo, anche da parte delle istituzioni; i medici quando si accorgevano di un caso di peste cercavano di chiamarlo in un altro modo, prima con il nome di malattie comuni e poi con il nome di “febbre pestilenziale”. D’improvviso tutto è cambiato, le istituzioni si sono svegliate e hanno deciso di scatenare il panico in città; durante una manifestazione pubblica è stato mostrato a tutti un carro pieni di morti appestati cosparsi di bubboni.
A scanso di equivoci, non possiamo certamente paragonare il coronavirus di oggi alla peste manzoniana, ma in tempi neanche tanto remoti abbiamo vissuto un’altra epidemia che con la peste ha molte più analogie del COVID-19 e anche in quel caso l’informazione ebbe un ruolo simile a quello della peste nell’anno di (dis)grazia 1630, quando i detentori del potere occultarono le notizie perché “sed belli graviores esse curas” (I problemi della guerra sono più pressanti), come disse il governatore di Milano Ambrogio Spinola che sottovalutò colpevolmente la peste. Lo poterono fare, però, fino a quando il “bubbone” non scoppiò.

Malati 140, morti 20: il bollettino di guerra sui giornali

Era il 1972 e molti ricorderanno l’epidemia di vaiolo che seminò il panico sul territorio dell’ex Jugoslavia e portò a galla vizi e virtù di una comunità come quella di Tito, eroismi, certo, ma anche viltà dei singoli individui, che altrimenti finiscono sotto il tappeto della quotidianità. Anche allora ci furono “trufferie di parole”, come direbbe il Manzoni, che ammorbarono l’aria mediatica più di quanto non lo fece l’epidemia stessa. Potremmo addirittura trascrivere un passo dei “Promessi sposi” cambiando peste in vaiolo senza che nessuno se ne accorgesse. “In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo – leggiamo nel capitolo 31 –. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro (…). Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire”.
Nel 1972 la Jugoslavia fu colpita inaspettatamente da un’epidemia di vaiolo, una malattia che si pensava eradicata dal Vecchio Continente da almeno quattro decenni. Al netto delle differenze con l’odierna pandemia da coronavirus ci furono molte similitudini nel modo con cui il Paese si comportò verso la malattia, “molti errori, ma anche scelte decisive, dalla quarantena al vaccino di massa”, scrive Giorgio Fruscione su Eastjournal.net. La psicosi che si diffuse nell’ex Jugoslavia dopo l’“enunciazione” dell’epidemia di vaiolo, giunta, guarda caso, in colpevole ritardo, ricorda appunto quella attuale ai tempi del coronavirus. Il “paziente zero” era il 35.enne kosovaro Ibrahim Hoti di Prizren… Ma vediamo cosa accadde.
Nel 1970, prima che arrivasse l’inverno, una famigliola afghana scese dalle montagne di Herat infestate dal vaiolo endemico, scriveva il “Corriere della Sera”. Prese un camion, andò a pregare l’Ottavo Sciita a Mashhad e, quando se ne tornò a casa, centinaia d’infetti erano già in giro. Si volava meno, a quei tempi. E ci vollero quasi due anni prima che il vaiolo sorvolasse il continente, arrivasse in Jugoslavia e scatenasse l’ultima ormai dimenticata epidemia d’Europa prima del coronavirus.
Accadde tra febbraio e marzo, anche allora, e anche quella volta partì tutto dall’Asia, in una catena del contagio casuale e inarrestabile: prima i devoti iraniani contagiati dalla famigliola afghana, che s’erano sparsi fra l’Iraq, la Siria e la Mecca; poi Ibrahim Hoti, che era rientrato dal pellegrinaggio alla Kaaba; quindi un insegnante di scuola, che i primi di febbraio aveva sfiorato l’imam per le strade di Đakovica; di lì, nessun medico che aveva capito cosa fosse quella strana febbre a 40 con le pustole, e una quarantina di persone che era stata colpita…

Ne passò di tempo prima che i giornali riportassero la notizia dell’epidemia

Quando Hoti ritornò in Kosovo a metà febbraio, fu accolto calorosamente da parenti e amici desiderosi di sentire i racconti del pellegrinaggio. Tutti erano ignari del souvenir che Hoti aveva inconsapevolmente portato loro. A inizio marzo l’insegnante di Novi Pazar Latif Mumdžić avvertì dei dolori, la febbre saliva e vomitò tutta la notte. L’ospedale cittadino non seppe che fare, venne mandato a Čačak, quindi a Belgrado, dove venne ricoverato in una clinica specializzata e dove infettò altri pazienti, scatenando il caos. Il 10 marzo, il giorno del suo compleanno, Mumdžić morì tra i dolori. Sul momento si pensò ad un’allergia alla penicillina, per via delle bolle che aveva sviluppato su tutto il viso. Nessuno si immaginava che potesse essere vaiolo: l’ultimo caso risaliva al 1930. Le vicende dell’ultimo focolaio in Europa di vaiolo furono oggetto del film “Variola Vera”, un horror iperrealistico del regista Goran Marković uscito due anni dopo la morte di Tito e a dieci anni dall’epidemia, mentre è di recente pubblicazione un libro dell’epidemiologo belgradese Zoran Radovanović sul vaiolo del 1972.
A scoprirlo furono dei medici che avevano combattuto il virus in India, in virtù di quegli scambi accademici e professionali agevolati dai rapporti tra la Jugoslavia e i paesi del Movimento dei Non Allineati. Furono loro a definire l’entità della situazione, a determinare le misure da prendere e – di fatto – salvare il paese dall’epidemia. Ricostruirono i rapporti intrattenuti da Mumdžić. Questi era stato a contatto con Hoti, nel mercato dove lavorava. Ciò permise di circoscrivere i primi due focolai in Jugoslavia: la provincia del Kosovo e la regione della Serbia meridionale del Sangiaccato.
La prima notizia sui giornali dell’epoca fu una breve impaginata fra l’annuncio d’una visita di Nixon nell’Iran dello Scià, le discussioni sul Nobel per la letteratura assegnato a Solženicyn ed i reportage di guerra dal Vietnam. Per un po’ le autorità d’oltrecortina si comportarono come i cinesi lo scorso autunno: nascosero quella che consideravano una vergogna e sul “Corriere della Sera”, nella vicina e non ancora preoccupata Italia, i primi asettici titoletti a due colonne comparvero solo il 24 marzo – il giorno in cui le autorità jugoslave proclamarono finalmente l’epidemia –, di taglio basso e a pagina 5: “Vaiolo, anche a Belgrado vaccinazione obbligatoria”, con la tranquillizzante dichiarazione del governo jugoslavo sul fatto che “non vi sono motivi di allarme”.
Presto si capì il disastro che si rischiava. Questo bastò, in pochi giorni, a portare la notizia sulle prime pagine e a raccontare delle migliaia di jugoslavi finiti in terapia. I “fratelli socialisti” di Bulgaria, Romania e Ungheria chiusero subito i confini. In Germania e in Austria, dove si scoprì che era passato un emigrato kosovaro infetto, misero in isolamento decine di persone. Israele bloccò il flusso delle comitive di Pasqua. L’Italia introdusse l’obbligo di presentare un certificato di vaccinazione, scrive ancora il “Corriere della Sera”, aprendo uffici d’igiene volanti al confine di Trieste, con lunghe code di frontalieri pronti a farsi siringare: in poche ore diecimila dosi di vaccino inviate dal ministero della Sanità andarono esaurite. A Venezia e ad Ancona i cargo jugoslavi vennero tenuti in rada per giorni, in attesa di controlli. Un falso allarme in Sardegna provocò ore di panico. Ai traghetti in arrivo a Bari furono imposte regole rigide per lo sbarco dei passeggeri, compresa la vaccinazione a bordo. Lo “jugovirus” fu preso in tempo: 35 morti, qualche migliaio di infetti. C’era il vaccino, e questo fece la differenza. Non c’erano i No Vax, e questo aiutò. Ma soprattutto ci fu la risposta del maresciallo Tito, appena proclamato per la sesta volta presidente unico e ancora impegnato nella repressione d’ogni dissidente, una reazione che nei numeri fu degna degli epigoni cinesi.

Il certificato di vaccinazione senza il quale non si poteva andare in Italia

Un pugno di ferro in un guanto di lattice: due settimane dopo aver individuato i pazienti uno e due, il regime impose la legge marziale. Cordoni sanitari, blocchi stradali, alberghi requisiti per le quarantene. Venne chiamato in aiuto anche il dott. Donald Henderson, epidemiologo di fama mondiale. Agli infetti, sigillati in ospedali militari, furono somministrate dosi da cavallo di penicillina, tetraciclina, gammaglobuline. E in quattordici giorni, in una situazione di totale emergenza, venne organizzata una delle più gigantesche campagne per la prevenzione “last minute” che si fossero mai viste: dal Kosovo alla Serbia, dalla Macedonia al Montenegro, dalla Bosnia alla Croazia e alla Slovenia, 18 milioni di jugoslavi – una media d’un milione 300mila al giorno – furono messi in fila e vaccinati. Funzionò.
Il 21 aprile fu risolto l’ultimo caso d’uno svizzero appena rientrato da Belgrado e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarò spenta la fiammata di vaiolo: in due mesi la Jugoslavia era riuscita a tamponare un’epidemia che stava risvegliando le memorie angosciose di centinaia di milioni di morti d’una malattia antichissima e globale che nella storia non ha risparmiato gli imperatori cinesi e quelli inca, i faraoni dell’Egitto e gli zar, Stalin e Toro Seduto, Mozart e George Washington. “Abbiamo sconfitto un nemico che avrebbe potuto annientarci”, annunciò Tito, pensando anche all’imminente stagione turistica che rischiava di essere compromessa, per cui bisognava assolutamente proclamare la fine dell’epidemia.
Secondo il rapporto stilato dall’OMS, l’epidemia di vaiolo in Jugoslavia – che si sviluppò in tre generazioni di contagio – colpì 175 persone, uccidendone 35. Anche se possono sembrare numeri bassi, determinarono un tasso di letalità del 20 per cento.
Un focolaio di vaiolo rimase acceso nel Corno d’Africa finché, anno 1977, non venne diagnosticato l’ultimo paziente in Somalia, con l’eradicazione totale del virus dalla faccia della Terra. In una risoluzione mondiale, fu proclamata la vittoria: “L’OMS dichiara solennemente che il mondo e le sue popolazioni hanno conquistato la libertà dal vaiolo”. Dissero proprio così: libertà. Quella dal maledetto coronavirus, che tutti stiamo aspettando, scrive il “Corriere della Sera”.
C’è però un’analogia tra l’epidemia di vaiolo del 1972 e quella attuale di coronavirus e riguarda il mondo dello sport. I primi a rendersene conto furono i cestisti della Jugoplastika che il 23 marzo di quell’anno, quindi un giorno prima che le autorità decidessero di alzare il sipario sull’epidemia, disputarono a Tel Aviv la finale di Coppa Campioni contro l’Ignis Varese, perdendo in maniera sfortunata e con l’aiuto della coppia arbitrale (il greco Avramidis e il turco Topozoglu) per 69-70. Di quella squadra, allenata da Branko Radović, facevano parte Petar Skansi, Damir Šolman, Rato Tvrdić, Mihajlo Manović, Zdenko Prug, Branko Macura, Dražen Tvrdić, Lovre Tvrdić, Duje Krstulović, Mirko Grgin e Drago Peterka, mentre l’Ignis, allenata da una leggenda del basket mondiale, Aca Nikolić, schierò Ivan Bisson, Ottorino Flaborea, Tony Gennari, Dino Meneghin, Aldo Ossola, Manuel Raga, Edoardo Rusconi, Paolo Vittori e Marino Zanatta.
Al rientro in Jugoslavia trovarono per le strade soldati in tuta protettiva e le vaccinazioni non erano state ancora avviate. Come proteggersi, allora, dal virus? L’immunizzazione passiva con gammaglobuline iper-immuni era impossibile: non ce n’era in circolazione e le poche dosi erano presenti soltanto negli ospedali. “Fortunatamente – ricorda il leggendario direttore tecnico della Jugoplastika, Vinko Bajrović – non c’erano casi di contagio a Spalato. Volevamo proteggere i nostri giocatori e abbiamo chiamato mezza Europa alla ricerca del vaccino, che alla fine ci è arrivato, non ricordo bene, dai Paesi Bassi o dalla Germania”.
In quei momenti nessuno pensava più agli arbitri di Tel Aviv che non avevano fischiato un fallo da… galera su Damir Šolman – fino ad allora aveva segnato 20 punti, 4 meno di Petar Skansi – all’ultimo secondo della partita. Quell’anno gli spalatini persero all’ultimo respiro anche lo spareggio per il titolo nazionale contro la Crvena zvezda…
Si fermò anche il calcio, dopo che le autorità decretarono il 25 marzo la sospensione di tutte le manifestazioni sportive. L’ultima gara di campionato venne disputata il 19 marzo e allora venne detto che sarebbe ripreso il 9 aprile, ma la Federcalcio, vista la situazione, prolungò la sospensione di un’altra settimana. Il 16 aprile si continuò a giocare e il titolo andò allo Željezničar di Sarajevo, che arrivò al traguardo con due punti in più rispetto alla Crvena zvezda. Il 19 maggio l’Hajduk si aggiudicò la Coppa Jugoslavia si chiamava Coppa Maresciallo Tito) battendo in finale la Dinamo per 2-1.
Venne sospeso per un mese anche il campionato di basket, che alla fine venne vinto nello spareggio di Lubiana con la Jugoplastika dai belgradesi della Crvena zvezda, che il 21 marzo si erano aggiudicati la Coppa delle Coppe battendo nella finale di Salonicco la Simmenthal Milano per 74-70.

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