Generazione Covid

Josip Podobnik, specialista in psichiatria infantile e dell’adolescenza, rileva che nel suo ospedale, dall’ultimo allentamento delle misure, il numero dei pazienti, anche quelli ricoverati, è notevolmente aumentato. Denis Stefan, psicologo e direttore dell’elementare «Belvedere» di Fiume, parla dell’impatto sul mondo scuola

Scrive Massimo Gramellini: “Sono diventato grande da piccolo, quando un virus mi costrinse a chiudermi in casa con una persona che detestavo… (il padre che lo aveva abbandonato a tre anni, ndr.). Ho compiuto quel viaggio a nove anni senza mai oltrepassare il portone del mio condominio. Non ero solo. Tutto il mondo affrontava la stessa prova. Qualcuno ne approfittò per cambiare. Qualcuno non ci riuscì…. All’inizio il virus non mi stava del tutto antipatico. Gli riconoscevo il merito di aver fatto saltare la festa del mio compleanno. Mia madre l’aveva annullata nel timore che il contagio si potesse infilare dentro la ciotola del popcorn (…)”. Si apre così il nuovo romanzo del noto giornalista, editorialista, conduttore televisivo, C’era una volta adesso (Longanesi, 2020) in cui racconta tutta l’ansia e i problemi che la Covid sta arrecando ai più giovani, e non solo a loro.
È l’anno 2020 quando il maledetto virus fa riempire gli ospedali e correre le ambulanze, svuotando le città dei soliti suoni per riempirle di quelli del dolore, della paura, della morte. Gramellini narra quei momenti come farebbe un bambino di nove anni, il Mattia di allora, con le sue paure, le sue ingenuità, la sua voglia di affetto, ma anche la paura di un nemico che non riesce bene a comprendere e individuare. Quello che è certo, è che i cambiamenti sono dietro l’angolo per tutti: nel modo di comunicare, di rapportarsi, di vivere, di andare a scuola, di passare il tempo, di salutare gli amici; cambiano le proporzioni all’interno della propria abitazione che diventa quasi una prigione difficile da condividere, in più d’un caso, con il resto della famiglia.

Ci eravamo forse illusi

Una storia che ci induce a riflettere su diversi aspetti legati alla pandemia, ai rapporti tra le persone che sui cui, inevitabilmente (e non sempre in meglio), incidono le situazioni di emergenza. Ci costringe a pensare pure su come i bambini, gli adolescenti, ma anche gli adulti si siano rapportati a questa tragedia. In fondo, quanti piccoli Mattia abbiamo intorno a noi? E come noi adulti possiamo spiegare loro la tragedia in cui siamo piombati se nemmeno la scienza al momento è in grado di dare risposte concrete e inequivocabili? Un brutto problema, il nostro.
“Ci eravamo illusi, forse, che i più piccoli tra noi non ne avrebbero risentito. Abbiamo scoperto, invece, che anche loro stanno sperimentando paura e incertezza, oltre a soffrire per l’isolamento fisico e sociale determinato dalla iniziale e prolungata chiusura delle scuole. Sottovalutare l’impatto della Covid-19 tra i più giovani rischia di trasformare un’emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo in una crisi dei diritti dei bambini e dei ragazzi – affermano Stefano Vicari, responsabile dell’Unità operativa complessa di neuropsichiatria infantile dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, e Silvia Di Vara, psicologa, nel volume Bambini, adolescenti e Covid-19. L’impatto della pandemia dal punto di vista emotivo, psicologico e scolastico (Erickson, 2021) –. Inoltre, sebbene sia ancora prematuro tracciare un quadro preciso delle reali conseguenze della pandemia sul benessere mentale dei più piccoli, cominciano ad essere disponibili dati poco rassicuranti. Non possiamo attendere inermi, far scorrere il tempo senza immaginare possibili risposte o accorgimenti capaci di ridurre, almeno, le conseguenze che fin da ora si manifestano come negative. Tenere nella debita considerazione queste analisi e riflessioni risulta perciò fondamentale per poter intervenire già nell’immediato, cercando di mitigare il più possibile tutti gli effetti negativi fin qui riscontrati e quelli, ad oggi, solo ipotizzabili”.
Numerosi psicologi ammoniscono sostenendo che in questo periodo di isolamento, che sia il lockdown o la dad, il non avere un confronto reale con i coetanei porta i ragazzi a non aver mediazione rispetto alle loro pulsioni e ai loro pensieri e a vivere moltissimo la noia. La noia rinforza alcuni pensieri e circuiti viziosi, facilita l’umore depresso… Su questo la scuola in quanto luogo di socialità dà al ragazzo la possibilità di incontrare un altro, di raccontare quel che gli passa per la testa, c’è una mediazione tra il suo pensiero interiore e la realtà. I compagni e gli insegnanti diventano un ammortizzatore di alcuni pensieri.

Sempre più isolati e depressi

Purtroppo l’isolamento a cui sono stati costretti ha privato e sta privando tutt’ora i ragazzi della possibilità di appoggiarsi ai propri coetanei e di condividere i pensieri che li assillano. Alcuni vivono le regole della chiusura con aggressività, impazienza, intolleranza, spesso diventano aggressivi verso i familiari o rivolgono verso sé stessi l’aggressività. Qualcuno supera addirittura la soglia dell’autolesionismo e tenta il suicidio. Un altro gruppo si isola, restano chiusi nella propria stanza…Diventa molto importante, come sottolinea lo psichiatra Richard Friedman in un articolo sul “New York Times”, che professionisti della salute e genitori interagiscano con gli adolescenti per comprendere/accogliere il loro dolore, e promuoverne l’accettazione finalizzata all’adattamento. Sarebbe anche necessario promuovere nuovi servizi di salute mentale pensati specificamente per l’adolescenza. Non si può trascurare il fatto che gli adolescenti necessitino – per il loro sviluppo – di un contatto regolare con i coetanei, e anche di relazioni “strette” con gli adulti fuori casa, come insegnanti e allenatori. Diventa fondamentale, in questa fase pandemica, aiutare i genitori a riconoscere nei loro figli sintomi depressivi e segni che possano far pensare a un’ideazione suicidaria.
Una recentissima review (Loades ME, et al.) si è posta l’obiettivo di stabilire ciò che si sa sull’impatto delle misure di contenimento sulla salute mentale di bambini e adolescenti, selezionando studi fra il 1946 e il 2020. La revisione ha incluso 63 studi per un totale di 51.576 partecipanti. Ne è emerso che l’isolamento sociale e la solitudine aumentano il rischio di depressione fino a 9 anni dopo. I risultati di questa revisione sulla solitudine e l’isolamento sociale hanno potenziali implicazioni per l’attuale pandemia di Covid-19. Le conclusioni cui sono giunti i ricercatori evidenziano come bambini e adolescenti abbiano maggiori probabilità di sperimentare tassi elevati di depressione e molto probabilmente ansia durante e dopo la fine dell’isolamento forzato. Inoltre, hanno molte preoccupazioni legate alla possibilità di vedere amici e parenti, se potranno o no andare a scuola o se si ammaleranno. Spesso è difficile per i genitori calmare le ansie dei loro figli a causa della stessa incertezza che permea la loro vita. Le sfide che i genitori devono affrontare possono interferire con la loro abituale capacità di affrontare i bisogni emotivi dei propri figli.

Più vulnerabili le ragaze

Il dr. sc. Josip Podobnik, specialista in psichiatria infantile e dell’adolescenza presso l’Ospedale psichiatrico per bambini e adolescenti a Zagabria, rileva che nel suo ospedale, dall’ultimo allentamento delle misure, il numero dei pazienti, anche quelli ricoverati, è notevolmente aumentato: “Questi sono molto spesso adolescenti che arrivano a causa di depressione, pensieri e comportamenti suicidi. Il loro numero è cinque volte superiore rispetto al periodo del primo lockdown e il doppio rispetto al periodo precedente la pandemia”. “Vivere in una pandemia ha lasciato il segno in tutti, in particolare nei giovani che si trovano nel periodo emotivamente più sensibile della loro vita – aggiunge l’esperto –. Nelle difficili circostanze in cui ci troviamo da un anno, è difficile mantenere la salute mentale”.
In altre parole, le conseguenze sono paragonabili a quelle di uno stato di guerra. Lo psichiatra zagabrese ammonisce che i problemi maggiori nel periodo post-Covid andranno a scapito dei più vulnerabili: adolescenti che sono stati depressi prima, inclini all’autolesionismo, instabili… Le difficoltà saranno avvertite da coloro che si “nascondevano” durante la pandemia, cioè i giovani che soffrono di varie forme di fobia sociale, i giovani delinquenti… “Le ragazze sono particolarmente vulnerabili – sottolinea – poiché l’autodistruzione, l’autolesionismo e la depressione sono più tipici per questa categoria, mentre l’aggressività esteriore è caratteristica dei maschi”.
L’impatto emotivo della quarantena Covid-19 sulle nuove generazioni è stato valutato in Italia e Spagna attraverso un sondaggio sui suoi effetti sui loro figli, rispetto al primo periodo di reclusione domiciliare, che ha incluso 1.143 genitori di bambini di età compresa tra 3 e 18 anni. L’85,7% dei genitori ha riferito di cambiamenti nelle emozioni e nei comportamenti dei propri figli durante la quarantena. I cambiamenti più frequentemente osservati sono stati difficoltà di concentrazione (76,6%), noia (52%), irritabilità (39%), irrequietezza (38,8%), nervosismo (38%), solitudine (31,3%), disagio (30,4%) e preoccupazioni (30,1%). Circa il 75% dei genitori ha detto di sentirsi stressato per la situazione di quarantena. Lo stress dei genitori era associato a un aumento delle segnalazioni di sintomi emotivi e comportamentali nei loro figli.
I ricercatori, da più parti, suggeriscono che la solitudine sperimentata dai giovani durante le misure di contenimento della malattia per Covid-19 può influire sulla loro futura salute mentale, pertanto raccomandano un supporto preventivo e un intervento precoce per affrontare i bisogni di salute mentale di bambini e adolescenti durante la pandemia.

il sistema ha retto bene

Il prof. Denis Stefan, psicologo, direttore della scuola elementare “Belvedere” di Fiume è un importante interlocutore, in grado di testimoniare le difficoltà e le sfide che insegnanti e allievi affrontano quotidianamente in tempo di Covid. Gli abbiamo chiesto di raccontarci come ha affrontato, considerate le sue moltplici competenze, questo anno di pandemia.
“Ho vissuto il periodo con parecchia ansia dovuta soprattutto alla difficile compatibilità tra le rigorosissime misure di precauzione imposte alle scuole dalle autorità scolastiche e mediche e le disponibilità di spazi agibili a scuola. L’inizio dell’anno scolastico 2020/2021 poi ha coinciso con i lavori di rinnovamento della facciata esterna e del tetto dell’edificio scolastico, il che ha potenziato ancor di più la problematica – rileva Stefan –. Era difficile areare i locali con la scuola ingabbiata nelle impalcature e la polvere che entrava di continuo. Si è fatta sentire più che mai la mancanza di personale non docente, tra cui i bidelli, che il Ministero lesina a concederci, seppur abbiamo ripetutamente inviato la domanda descrivendo nei dettagli la situazione, con tanto di planimetria dell’edificio e quant’altro. La loro ritrosia non riesco a spiegarla con la presunta carenza di mezzi, dovrebbero concederci almeno quanto ci spetta in base alla superficie dell’edificio. Malgrado tutte le condizioni avverse – precisa –, la scuola ha retto bene, con qua e là qualche caso di autoisolamento di alunni ed insegnanti, senza la necessità, almeno per ora, di isolare classi intere o chiudere la scuola”.

Difficoltà oggettive

Ha notato dei cambiamenti comportamentali nei suoi allievi e di che genere. Insomma come i ragazzi della sua scuola hanno retto questa “nuova normalità”?

“Difficile da rispondere, forse la domanda andrebbe rivolta agli insegnati capiclasse che hanno un contatto più stretto con gli alunni. Mi ha dato una buona idea per svolgere un sondaggio tra gli insegnanti. Qualcuno sopporta male la mascherina, ma per motivi medici si può avere l’esonero dal portarla. Un altro problema sentito è che la palestra, che già tale non è ma un’aula un po’ più spaziosa adibita a scopo di palestra, si deve usare come aula di lezione e vengono a mancare le condizioni per svolgere regolarmente le lezioni di cultura fisico-sanitaria, o ginnastica se preferisce. Di buono c’è solo il fatto che la scuola ha a disposizione parecchio spazio aperto, ove, pioggia e vento permettendo, si possono sgranchire le membra e giocare un po’”.

È possibile, glielo chiedo da psicologo, privare un adolescente della socialità, delle attività fisiche, delle relazioni con il proprio gruppo di coetanei imponendo loro regole che probabilmente non riescono nemmeno a capire?

“Visto che si è fatto, è ovviamente possibile. I giovani adolescenti sono in grado di capire il motivo delle regole poiché alcune cognizioni di epidemiologia gli vengono impartite a scuola e tante cose sono spiegate dai media. In genere, le regole vengono rispettate da alunni di tutte le fasce d’età, se non altro per imposizione. Non so in quale misura questo possa influire sulla loro salute mentale, ci vorrebbero degli studi longitudinali di ampia portata. D’altra parte, è umanamente immaginabile che non gli sia facile, proprio perché, come afferma lei stessa, la socialità, le relazioni con il proprio gruppo di riferimento sono fondamentali, in particolare in questo periodo evolutivo. Malgrado tutto, direi che le relazioni con il gruppo di riferimento comunque non si sono perse”.

La scuola ha potuto avvalersi di un supporto psicologico pedagogico da parte delle istituzioni del sistema scolastico pubblico?

“Diverse unità di crisi a livello nazionale e locale offrono la possibilità di avere un supporto psicologico qualora lo si ritenga necessario. Il tutto è consultabile andando sul sito https://mzo.gov.hr/vijesti/otvorene-linije-kriznog-tima-za-psiholosku-podrsku/3648 e anche https://www.unicef.org/croatia/sto-trebate-znati-o-koronavirusu-covid-19. Non abbiamo ritenuto necessario rivolgerci a nessuno in particolare”.

Del doman non c’è certezza

Secondo lei questo è un anno scolastico perso oppure è del parere che l’insegnamento a distanza alternato alla presenza ha offerto ai ragazzi tutto il sostegno e la possibiità di apprendimento prevista nei programmi scolastici?

“Quest’anno scolastico è ancora in corso e mai come in questo caso è opportuno dire che ‘del doman non c’è certezza’. Per l’anno scolastico 2019/2020 ho dei ragionevoli motivi per ritenere che il periodo di lockdown abbia avuto conseguenze non di certo positive sull’acquisizione del sapere in linea di massima. Si è notato che gli alunni diligenti e disciplinati in classe lo sono stati anche nelle lezioni a distanza, mentre esse sono risultate assai poco efficienti per quelli meno diligenti e disciplinati. Lo zampino dei genitori e/o altri aiutanti a volta è risultato evidente. L’insegnamento a distanza, per i bambini piccoli non è neanche lontanamente paragonabile all’insegnamento in classe, con l’avanzare dell’età va un po’ meglio, ma ovviamente viene a mancare tutta una seria di presupposti per svolgere varie forme d’insegnamento e metodi didattici attuabili soltanto in presenza fisica”.

Come hanno retto gli insegnanti? Ci sono stati problemi legati alla motivazione, ma, soprattutto come si sono rapportati all’emergenza?

“Gli insegnanti hanno dovuto fare di necessità virtù migliorando le loro competenze informatiche. Le maggiori lamentele erano indirizzate al fatto che l’insegnamento a distanza spesso non rispettava nessun orario e li teneva spesso inchiodati al computer a tutte le ore. Dopo il cambiamento della piattaforma virtuale usata, le cose in questo senso sono migliorate”.

Facebook Commenti