Fondata per rendere l’istruzione accessibile a tutti, l’istituzione continua oggi la sua missione culturale e formativa con una proposta ampia e in costante evoluzione. L’Università popolare di Trieste compie 125 di attività e da sessant’anni opera in sostegno delle Comunità italiane nei Paesi dell’ex Jugoslavia (Croazia, Slovenia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro e Serbia) per conto del Governo italiano, quale braccio operativo del Ministero degli Affari esteri e successivamente pure della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia. Spegnerà ufficialmente le candeline il prossimo 21 novembre, con una serie di eventi importanti, a partire da quello che nella mattinata si svolgerà presso la Sala del Consiglio comunale – in memoria della seduta seduta solenne che ne sancì la nascita, il 27 dicembre 1899 –, a sottolineare il valore dell’ente per la città e il territorio in cui è nata
Le celebrazioni proseguiranno nel Ridotto del Teatro Verdi, con un incontro dedicato alla lunga collaborazione con le Comunità italiane dell’Adriatico orientale e anche oltre, concludendo in allegria al Teatro Rossetti, dove sarà allestita la commedia musicale “Aggiungi un posto a tavola”, di Pietro Garinei e Sandro Giovannini, con Jaja Fiastri, con brani composti da Armando Trovajoli (la pièce ha debuttato nel 1974 al Teatro Sistina, ora viene proposta in un nuova edizione del 50ennale (con Giovanni Scifoni, special guest Lorella Cuccarini, regia di Marco Simeoli).

Nel 2021, in occasione del 120º compleanno, il sindaco Roberto Dipiazza ha conferito all’ente la targa del Comune con lo stemma ufficiale della Città, e la motivazione: “Con stima e apprezzamento per la meritoria attività culturale svolta a Trieste e nel suo territorio e per l’incessante opera di tutela delle comunità nazionali di lingua italiana presenti a tutt’oggi in Slovenia, Croazia e Montenegro”. Nel suo intervento, Dipiazza ha sottolineato il valore e l’impegno profuso dall’Amministrazione comunale per superare le divisioni e favorire il processo di pacificazione, evidenziando come “è la cultura che lega e fa crescere i popoli”. “Questo è stato anche il vostro compito – ha concluso il sindaco – questo avete fatto e io vi ringrazio a nome della Città di Trieste”.
Ancora attiva e vitale
All’ingresso nella sede in Piazza Ponterosso, l’elenco dei presidenti. Dopo le dimissioni di Emilio Fatovic, a guidare l’UpT è Edvino Jerian, indicato dal Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. Laureato in chimica delle macromolecole, Jerian è un noto imprenditore nel settore della panificazione, con alle spalle una serie d’incarichi in enti di categoria, finanziari e scientifici, in Italia ed Europa. Subentrato dopo la dimissioni di Emilio Fatovic nel 2023, si è insediato un anno fa, insieme con il nuovo Consiglio di amministrazione (composto da Daniele Rampazzo, ministro plenipotenziario, Paolo Rovis, vicepresidente dell’ente, Guido Modugno e Orietta Pulich Marot).

Presidente Jerian, il 21 novembre Trieste ospiterà una duplice cerimonia. Qual è, per lei, il significato profondo di questa ricorrenza?
“Per comprendere il significato di una ricorrenza bisogna considerare che i tempi cambiano. L’UpT è nata quando Trieste era austriaca. Da allora si sono succedute due guerre mondiali e, più recentemente, eventi drammatici come la pandemia di Covid. Nonostante tutto, l’UpT ha saputo adattarsi, non limitandosi a sopravvivere, ma continuando ad assolvere le funzioni originarie. Sessant’anni fa si è aggiunta anche la missione, affidatale dal Ministero degli Affari esteri e poi pure dalla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, di mantenere vive le radici culturali delle Comunità italiane lungo la fascia costiera dell’ex Jugoslavia. Dopo 125 anni, l’UpT è ancora attiva e vitale, capace di rinnovarsi nel tempo”.
Nel corso di oltre un secolo, l’UpT ha attraversato profondi cambiamenti storici, politici e sociali. Come è riuscita a mantenere viva la propria missione originaria, nata in un contesto austro-ungarico, e a declinarla nella complessità del Novecento e dell’Europa contemporanea? C’è un filo rosso che unisce le diverse epoche della sua storia?
“Il filo rosso si chiama cultura, ma anche radici culturali e identitarie. La cultura è qualcosa di trasversale: lega la fondazione dell’UpT, nata per la popolazione locale, e le Comunità italiane che, in seguito alle vicende storiche, sono divenute minoranze nazionali. La cultura sa adattarsi ai tempi: guarda avanti, ma anche indietro, alle proprie radici. La lingua ne è parte fondamentale, ma non l’unica. Credo che questo sia il filo che tiene uniti i 125 anni della nostra attività”.

Il suo ruolo oggi: fare da ponte
In che modo l’UpT continua a rappresentare un punto di riferimento culturale e identitario, non solo per Trieste ma per l’intera area adriatico-balcanica?
“Dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi, tutto il contesto dell’ex Jugoslavia è mutato radicalmente rispetto agli anni della Guerra fredda, quando il dialogo tra le due sponde dell’Adriatico era molto difficile. Nonostante ciò, l’UpT è sempre stata un ponte che unisce l’Italia agli italiani rimasti a vivere sulla sponda orientale dell’Adriatico, oggi appartenente a Croazia, Slovenia e Montenegro.”
C’è un messaggio che desidera rivolgere ai giovani, che forse conoscono poco questa realtà ma ne sono gli eredi naturali?
“Quello dei giovani è oggi uno dei temi più complessi. Le forme di comunicazione e di informazione sono infinitamente più ampie rispetto al passato: abbiamo internet, le reti sociali e ora anche l’intelligenza artificiale. Spesso questi strumenti diffondono informazioni corrette, ma talvolta anche errate, alterando la percezione della realtà storica.
Viviamo in un’epoca d’integrazione europea, molto diversa rispetto a quella di 60 o 125 anni fa. Guardare alle radici culturali non significa provare nostalgia, ma avere senso critico verso l’informazione. I giovani devono imparare a riconoscere la verità dei fatti, a riflettere e a formarsi un pensiero autonomo. Solo così potranno comprendere e valorizzare le radici dei loro genitori. Il tempo passa, le esperienze rischiano di perdersi: conservarle è fondamentale”.
Le nuove generazioni sembrano avere un rapporto più distante con la memoria storica rispetto ai loro genitori e nonni. Condivide questa impressione?
“Avere coscienza delle proprie radici familiari, linguistiche e culturali è importante per tutti. Si fa molto per mantenere viva la memoria, ma forse non abbastanza. Occorre fare di più, anche sfruttando i nuovi mezzi di comunicazione, purché si tratti di fonti attendibili. Con l’istituzione del Giorno del Ricordo e grazie ai rapporti politici sempre più stretti tra Italia, Croazia, Slovenia e Montenegro, oggi si tende a valutare la storia con maggiore equilibrio. È un passo avanti importante: per troppi anni si è taciuto o si è parlato in modo partigiano. Il tempo aiuta a guardare gli eventi con maggiore oggettività”.

Sessant’anni di collaborazione
La collaborazione con le Comunità italiane risale al 1965. Come si concretizza oggi questo rapporto?
“Le nostre interlocutrici dirette sono le singole Comunità degli italiani, con le quali abbiamo ottimi rapporti, ma anche l’Unione italiana, che le rappresenta e sottoscrive le convenzioni previste dalla Legge 73 per l’istruzione, la formazione e la cultura. Molto dipende dall’atteggiamento dell’Ui, che è partner dell’UpT, come l’UpT lo è dell’Ui, su mandato delle autorità italiane”.
Quali sfide si profilano all’orizzonte per garantire continuità a questo rapporto, in un contesto di risorse sempre più limitate e di nuove esigenze?
“Quando le risorse sono limitate necessariamente bisogna operare dei tagli. L’opinione mia personale e anche dell’UpT è che forse ultimamente si siano scelti dei tagli non ottimali. Nell’ultima Legge 73 sono stati eliminati i viaggi d’istruzione delle Comunità. Una mancanza che ci è stata richiamata più volte nei contatti diretti con le Ci. Il mio auspicio è che vengano riprese. Allo stesso modo ritengo che debbano essere ripristinate le borse libro. Sentiamo la mancanza di strumenti di questo tipo e che riteniamo essere essenziali. Però non dipende soltanto dalla volontà dell’UpT, lavoriamo in un partenariato e certe scelte devono essere condivise”.
In alcuni ambienti della Cni si discute della possibilità di ridefinire il ruolo dell’UpT nel sistema dei rapporti tra l’Italia e le Comunità italiane d’oltreconfine. Come giudica questi intenti?
“La collaborazione con il vicepresidente del Sabor, Furio Radin, già presidente dell’Ui, così come con il dott.Felice Ziza,deputato che rappresenta la Comunità Nazionale Italiana nel Parlamento sloveno è sempre stata ottima. L’on. Radin ha sempre riconosciuto come indispensabile il ruolo dell’UpT nella difesa delle radici culturali della Cni. Le nostre attività, dalle borse di studio ai seminari di aggiornamento, dalle colonie estive ai libri di testo, sono strumenti concreti che legano i giovani alla cultura e alle radici italiane. L’UpT ha un ruolo definito anche nei rapporti tra Stati e mantiene un dialogo costante con le ambasciate italiane e con i governi croato e sloveno”.

Ottimizzare le strutture
Qual è il ruolo dell’UpT a sostegno delle scuole e delle istituzioni educative collegate alla Cni?
“L’UpT sostiene in modo sostanziale le spese per libri di testo italiani, borse di studio e i corsi di aggiornamento degli insegnanti di lingua italiana. È un impegno notevole. Si potrebbero ripristinare le borse libro, che ritengo essenziali per consentire agli insegnanti e ai giornalisti, ma anche ad altri potenziali beneficiari di migliorare le proprie competenze. Lavoriamo in partenariato con l’Ui per definire obiettivi condivisi. Dovremmo soprattutto contrastare la dispersione scolastica. Sono troppi i ragazzi che formiamo nelle scuole di insegnamento di lingua italiana che successivamente non ritornano ad operare nell’ambito e a favore delle Comunità Italiane e del loro territorio. Occorre capire se le borse di studio producono effettivamente e in quale misura un ritorno culturale e identitario per la Cni”.
I mezzi d’informazione in lingua italiana in Croazia e Slovenia rappresentano un presidio fondamentale per l’identità linguistica e culturale. Qual è la sua opinione sul loro ruolo e sul futuro del sistema mediatico della Cni?
“Quello dei mezzi d’informazione, che svolgono un ruolo fondamentale e importante per la Cni, è un tema complesso. I canali sui quali corre l’informazione si evolvono velocemente. La Rete e i social sono strumenti utili, ma che richiedono grande attenzione in quanto siamo sempre più consapevoli di come la realtà possa essere manipolata. L’UpT, tramite la Legge 73, ha sempre sostenuto l’Edit di Fiume e RTV Capodistria, non senza però segnalare costantemente ed insistentemente la necessità di un ammodernamento tecnologico e organizzativo permanente, anche al fine di un migliore utilizzo delle risorse disponibili. L’obiettivo è di ottimizzare le loro strutture in modo da riuscire ad avere più risultati contenendo al contempo l’impegno finanziario, senza ridurre la qualità del servizio”.

Anni difficili e straordinari
Qual è oggi il ruolo dell’UpT come braccio operativo del Governo italiano e della Regione FVG nei confronti delle Comunità italiane d’oltreconfine?
“L’UpT fa riferimento al Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale e alla Regione FVG. Il nostro compito è attuare le indicazioni della Farnesina e della Regione, che non sono solo enti finanziatori ma anche fonti primarie essenziali di indirizzo politico e operativo. Se il Parlamento italiano ha esteso la Legge 73 anche al Montenegro, è giusto tenerne conto. Per il Montenegro le schede di progetto vengono presentate dall’Ambasciata italiana a Podgorica così come nel caso della Croazia e della Slovenia a farlo è l’Ui. Per quanto concerne la Serbia il discorso non rientra, al momento, nella Legge 73, bensì si lega a eventuali progetti finanziati dalla Regione FVG”.
Cosa significa per lei guidare oggi un’istituzione con una storia tanto lunga e complessa?
“L’UpT ha attraversato 125 anni difficili e straordinari. Dire che ha fatto cose importanti è corretto, ma non basta: il futuro deve sempre guardare al miglioramento. ‘Università popolare’ significa offrire a tutti l’accesso alla cultura, anche a chi non ha mezzi o possibilità di studio. La cultura non deve essere privilegio di pochi. Lo stesso vale per le Comunità italiane: il nostro compito è ascoltarle e rispondere, per quanto possibile, alle loro esigenze reali. Non caliamo decisioni dall’alto. Questa è la filosofia che guida il presente e il futuro dell’Ente”.
Qual è il ruolo di Jerian nell’UpT e quali sono i progetti che vorrebbe veder realizzati nel corso del suo mandato?
“Sintetizzando al massimo il presidente dell’UpT è statutariamente colui che rappresenta l’Ente ma anche risponde del suo funzionamento e dell’attuazione delle attività e dei progetti. questo significa che, in pratica, risponde di tutto. Naturalmente la questione non è così semplice. Il mio ruolo è di ottimizzare l’impiego delle risorse e la gestione del personale in funzione degli obiettivi e dei progetti, a volta anche molto complessi, da realizzare. Ma anche quello di far evolvere costantemente una squadra che deve lavorare in sinergia utilizzando tutte le nuove tecnologie che oggi sono disponibili. In quest’ottica, stiamo rinnovando in modo importante tutta la parte informatica ma anche la struttura della comunicazione, anche valutando una possibile riorganizzazione interna. Miglioramenti che si riflettono concretamente anche sui rapporti e le attività con le Comunità degli italiani e con l’Ui”.
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