Il Centro di ricerche storiche, come istituzione dell’Unione Italiana, “opera per tutta la Comunità nazionale italiana delle Repubbliche di Croazia e Slovenia. Conserviamo la memoria collettiva e promuoviamo una conoscenza storica scientifica e libera da pregiudizi nazionali o ideologici”. Con queste parole, il direttore Raul Marsetič illustra ai lettori di Panorama l’identità e la missione dell’istituto di Rovigno, un’istituzione che custodisce e studia il patrimonio storico dell’Adriatico orientale e che, allo stesso tempo, si rinnova, continuamente per rispondere alle esigenze della ricerca contemporanea.

In occasione del nostro incontro, Marsetič ci ha accompagnati in un dialogo approfondito sul passato del Centro, sul suo ruolo attuale e sulle direttrici lungo cui si muove il suo futuro: dalla valorizzazione del patrimonio bibliografico e archivistico, alla modernizzazione dei processi editoriali, fino all’apertura internazionale resa possibile dalla digitalizzazione e da una rinnovata identità comunicativa. La sua figura incarna un percorso accademico e professionale interamente dedicato alla storia dell’Istria.

Laureato all’Università degli Studi di Trieste e dottore di ricerca in storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Zagabria, Marsetič è entrato al Crs nel 2002 come giovane ricercatore. Dal 2019, dopo le dimissioni di Orietta Moscarda Oblak, che nel dicembre dell’anno prima avave assunto le redini al pensionamento del direttore storico, Marsetič ha raccolto l’eredità del professor Giovanni Radossi, fondatore del Centro, proseguendone la visione con rigore scientifico, apertura culturale e una particolare attenzione alla qualità del lavoro intellettuale. Quella che segue è una conversazione che racconta un’istituzione viva, radicata nella memoria ma orientata all’innovazione, e la passione di chi ogni giorno la guida e la fa crescere.

Custodi del passato
Se dovesse accompagnare un visitatore per la prima volta dentro il Centro di ricerche storiche di Rovigno, come glielo racconterebbe? Che volto ha oggi questo luogo di studio e memoria, quale identità scientifica e culturale custodisce, e quale ruolo ritiene che il Centro svolga all’interno della Comunità nazionale italiana?
“Quando qualcuno visita per la prima volta il Centro, mi piace presentarlo come un’istituzione veramente particolare. Nei nostri archivi, nel fondo librario e nelle produzioni editoriali, conserviamo una ricchezza enorme di conoscenze sull’Adriatico orientale. Il nostro obiettivo è studiare, spiegare e testimoniare, con metodo scientifico e con rigore obiettivo, l’identità italiana dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia, un patrimonio che naturalmente condividiamo con le altre nazionalità presenti, nel rispetto reciproco.


Spesso però, prima ancora delle parole, a colpire i visitatori sono le pareti della nostra sede: centinaia di carte geografiche, stampe, vedute e quadri originali impreziosiscono gli ambienti e fanno sì che il Centro sia, con nostro orgoglio, anche un piccolo museo. È un impatto immediato che comunica la singolarità dell’istituto e la serietà del lavoro che vi si svolge. In sostanza, siamo i custodi del passato italiano di queste terre e, allo stesso tempo, un archivio vivo dell’attività italiana contemporanea.
Eredità storica e sfide nuove
Conserviamo la memoria collettiva e promuoviamo una conoscenza storica scientifica e libera da pregiudizi nazionali o ideologici. Tutto questo è possibile grazie a un lavoro accurato e minuzioso, sostenuto dalla preparazione e dall’entusiasmo del personale di ricerca, bibliotecario, archivistico e amministrativo. Siamo tutti connazionali, motivati e orgogliosi di operare in un ambiente così unico. Oggi più che mai il Crs è un punto di riferimento fondamentale per studiosi e ricercatori interessati alla storia dell’Adriatico orientale”.

Dal 2019 guida il Centro, raccogliendo anche l’eredità del professor Radossi. Guardando al suo percorso, quali elementi di continuità ha scelto di preservare e quali invece ha ritenuto opportuno ammodernare, senza sconvolgere l’identità del Centro?
“I punti fondamentali fissati dal professor Radossi restano ancora oggi il pilastro dell’istituzione. Sono principi solidi, che non vanno stravolti; vanno semmai aggiornati quando necessario per rimanere al passo con le metodologie e con il rigore scientifico richiesti dal mondo accademico, che è in continua evoluzione. È una condizione indispensabile per mantenere intatta la nostra credibilità come istituto di ricerca.

Nel mio operato ho ritenuto prioritario rafforzare ulteriormente il riconoscimento scientifico del Crs. La qualità dei nostri lavori è sempre stata alta, ma oggi deve essere accompagnata da accreditamenti ufficiali: dall’inserimento delle riviste negli indici internazionali, a procedure rigorose di valutazione dei contributi da pubblicare. Abbiamo curato molto anche l’aspetto comunicativo e visivo. Standard grafici, copertine, impaginazioni, logo e identità editoriale sono stati aggiornati in una chiave più moderna, perché l’impatto visivo ha un peso reale nel modo in cui un’istituzione culturale viene percepita.
Un passaggio decisivo è stato la realizzazione del nuovo sito web in quattro lingue (italiano, croato, sloveno e inglese). Dopo un grande lavoro di digitalizzazione, oggi tutte le pubblicazioni del Crs dalla fondazione sono consultabili e scaricabili online da ogni parte del mondo. Questo ha ampliato enormemente la diffusione dei nostri lavori e dato un forte impulso all’immagine dell’istituto. Abbiamo poi potenziato la presenza sui social, soprattutto Instagram e Facebook, grazie anche all’impegno dei giovani ricercatori. Sono strumenti essenziali per raccontare le nostre attività editoriali, la biblioteca e l’archivio e per intercettare nuovi collaboratori. Di recente abbiamo aperto anche un canale YouTube dove rendiamo disponibili le registrazioni delle nostre presentazioni e conferenze. Infine, sono stati importanti i lavori di ristrutturazione degli spazi del Centro. Interventi impegnativi, ma necessari per ottimizzare gli ambienti di lavoro, rinnovare la biblioteca, la sala conferenze, la sala studio e la sala riunioni della direzione, rendendo il Crs più funzionale e accogliente. Un ambiente di lavoro moderno e funzionale, pieno di storia e identità italiana nel cuore del centro storico della splendida Rovigno”.

In questo contesto, cosa significa per lei custodire e valorizzare l’immenso patrimonio di documenti, libri e archivi che il Crs conserva, alla luce della visione di chi l’ha preceduta?
“Il Centro di ricerche storiche dispone di un fondo bibliografico che supera gli 80.000 volumi, una delle raccolte specializzate più importanti dell’intera area dell’Adriatico orientale. La biblioteca offre una panoramica ampia e costantemente aggiornata sulla produzione editoriale relativa a Istria, Fiume, Quarnero, Dalmazia e alle regioni italiane limitrofe con edizioni naturalmente in italiano, ma anche croato, sloveno tedesco, inglese e francese.

Avviato l’iter per essere riconosciuto quale Bene culturale della Croazia
Accanto a questo patrimonio, custodiamo una collezione di opere editoriali rare e antiche di grande valore. Proprio quest’anno abbiamo avviato l’iter ufficiale per il riconoscimento di questo fondo come Bene culturale della Repubblica di Croazia: sarebbe un traguardo di grande rilievo che contiamo di raggiungere nel 2026. Ricordo anche che dal 1995 il Crs è biblioteca depositaria del Consiglio d’Europa.
Poi c’è il fondo archivistico, fondamentale per la storia della comunità nazionale italiana perché raccoglie la testimonianza delle attività associative, culturali e politiche dal secondo dopoguerra a oggi, insieme a molti altri materiali documentari. La sezione più prestigiosa dell’Archivio è però certamente la collezione cartografica: circa 4.500 pezzi tra carte geografiche, nautiche, militari, stampe e vedute dal XVI al XX secolo. È un vero archivio visivo della storia del territorio e intendiamo valorizzarlo sempre di più con mostre ed eventi come appena fatto a Pirano presso Casa Tartini in collaborazione con il Centro italiano ‘Carlo Combi’ allestendo la mostra Histria Cartographica. La rappresentazione della penisola istriana dal XVI al XIX secolo nelle collezioni del Centro di ricerche storiche di Rovigno, aperta fino a metà dicembre.

Biblioteca e archivio non sono collezioni statiche: crescono costantemente grazie a collaborazioni con librerie e antiquari in Italia, Croazia e nel resto d’Europa. Negli ultimi anni abbiamo acquisito opere rarissime e preziose, tra cui edizioni di Valvasor, Lavallee, Marulić, Vergerio, oltre a stampe del Coronelli, Sanson e di molti altri autori. Mi preme sottolineare che tutto questo grande patrimonio storico culturale è disponibile per la consultazione nella nostra sala studio, con l’assistenza continua del personale bibliotecario e archivistico”.
Il Centro, negli anni, ha dato vita a pubblicazioni che sono diventate punti di riferimento per la storia dell’area istro-giuliana. Come si articola oggi il vostro processo di ricerca e di edizione delle opere, e quali risultati o progetti recenti considera particolarmente rappresentativi della sua vitalità scientifica?
“Ho ritenuto essenziale inquadrare le nostre pubblicazioni con un rigore scientifico ancora maggiore. Penso soprattutto alle riviste ‘Atti’ e ‘Quaderni’, che rappresentano la base della nostra attività editoriale. Dal 2019 per entrambe abbiamo introdotto la revisione a doppio cieco, che garantisce standard elevati e assicura la pubblicazione di contributi originali di reale valore scientifico. Questo ci ha permesso di entrare nel Directory of Open Access Journals e, dopo ulteriori adeguamenti, abbiamo recentemente potuto presentare domanda per l’indicizzazione nel Web of Science. È un obiettivo ambizioso, ma fondamentale, perché rappresenterebbe un riconoscimento internazionale del lavoro di ricerca storica che svolgiamo con passione.

Accanto alle riviste, negli ultimi anni abbiamo pubblicato volumi che hanno avuto un notevole successo anche di pubblico. Penso a Le buone erbe selvatiche dell’Istria, di Claudio Pericin, che è andato esaurito in poche settimane e ha richiesto una ristampa, un caso unico nella nostra storia editoriale. Cito poi Il complesso francescano di Pola, di Attilio Krizmanić, esempio di rigore scientifico e profondità di studio, e Italiani ritrovati, di Arrigo Bonifacio, che ricostruisce in modo innovativo un tema centrale per la storia recente della Comunità nazionale, ovvero l’inizio della collaborazione tra l’allora Unione degli italiani dell’Istria e di Fiume, oggi Unione italiana, e l’Università popolare di Trieste. Sono pubblicazioni che testimoniano la vitalità e il livello della nostra produzione attuale”.
Un luogo davvero unico
Può anticiparci qualche elemento del piano di attività per l’anno 2026?
“Per il 2026 posso anticipare che, oltre ai nuovi volumi di ‘Atti’ e ‘Quaderni’, pubblicheremo tre opere di alto profilo scientifico. La prima è di Andrej Novak, Civitates istriane e castelli. Denaro e circolazione monetaria nell’Adriatico nel Medioevo. La seconda, di Kristina Blagoni, affronta le Prospettive ecolinguistiche e sociolinguistiche del dialetto fiumano. Il terzo saggio è del nostro ricercatore Matija Drandić, Tra Venezia e l’Impero. La diocesi di Parenzo e la vita dei suoi abitanti nel Seicento, che uscirà nella ‘Collana degli Atti’. Sono tutti lavori derivati da ricerche di dottorato, quindi progetti di alto livello che confermano la direzione scientifica del Centro”.

Ha dedicato gran parte della sua attività alla storia dell’Istria contemporanea, con particolare attenzione alla città di Pola. La sua tesi di dottorato è dedicata al cimitero civico di Monte Ghiro, un luogo che parla di identità e memoria cittadina. Cosa l’ha spinta a concentrarsi proprio su questo spazio e quali problematiche storiche ricorrenti emergono dal suo studio?
“Lo studio delle sepolture a Pola è un tema particolarmente fecondo perché permette di seguire con continuità l’evoluzione della città dall’antichità al Medioevo fino a oggi. È un argomento che ha colpito anche Dante Alighieri nel celebre passo dedicato ai sepolcri di Pola ai confini dell’Italia. Sul piano personale, sono stato avvicinato a questo mondo fin da bambino. Le vicende familiari mi hanno portato spesso a visitare il cimitero cittadino e quel silenzio pieno di testimonianze mi affascinava. Mi colpivano l’architettura delle tombe, i cognomi della Pola di un tempo, i lunghi viali di cipressi in cui, soprattutto nella zona più antica, si sentiva parlare il dialetto istroveneto più che in città. Tutti elementi che hanno alimentato una curiosità diventata poi oggetto di studio vero e proprio nella mia professione di storico. Il cimitero di Monte Ghiro nasce nel 1846 come nuovo camposanto cittadino, proprio mentre Pola iniziava a trasformarsi per diventare il principale porto da guerra dell’Impero austro-ungarico. Da allora riflette tutte le fasi della storia cittadina: sviluppo e crisi, epidemie, guerre mondiali, tragedie ed esodi. È un luogo che va oltre il dolore e che, se letto con attenzione, restituisce l’identità della città in una moltitudine di testimonianze.”

Ripensando al percorso che l’ha portata dalla Scuola media superiore italiana “Dante Alighieri” alla laurea, al dottorato e infine alla direzione del Crs: da studente immaginava un futuro di questo tipo? C’è un momento – un incontro, una ricerca, un archivio – che considera decisivo e che l’ha fatto diventare lo studioso che è oggi?
“Già da liceale guardavo al Centro di ricerche storiche come a un luogo di studio unico. Cercavo in tutti i modi di procurarmi le sue pubblicazioni e le leggevo con grande interesse, senza immaginare che sarei entrato a farne parte nel 2002 come giovane ricercatore. Fin dall’inizio ho capito che non era soltanto un impiego, ma un ambiente che mi avrebbe formato profondamente.
Ho imparato a conoscere anche la realtà rovignese, così particolare e piena di temperamento, e questo contesto ha inciso moltissimo sul mio percorso di studioso, ricercatore e oggi direttore. Non credo avrei potuto desiderare di più dal punto di vista professionale. E sono davvero felice che oggi il Centro di ricerche storiche possa assumere altri giovani connazionali. Stanno portando energia, competenze nuove e una spinta decisiva a tutte le attività del Crs, garantendone continuità e futuro”.
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.






































