È stato di gran lunga il politico più carismatico della minoranza italiana. Silvano Sau quando entrava in una stanza non passava inosservato e il suo sguardo metteva in soggezione più di qualche interlocutore. Era stato l’ultimo presidente dell’Unione degli italiani dell’Istria e di Fiume. Aveva guidato l’organizzazione nel travagliato decennio che aveva portato all’indipendenza di Slovenia e Croazia. Per un po’ aveva continuato a militare nella nuova Unione italiana, prima di lasciarla al suo destino per occuparsi della Comunità autogestita costiera, convinto che fosse quello lo strumento con cui la minoranza italiana in Slovenia parlava, decideva e governava.
Inserito nelle strutture di potere – non soltanto della sua Comunità – prima della dissoluzione dell’ex Jugoslavia era approdato persino al Parlamento federale di Belgrado. Nella sua agenda figuravano i numeri di gran parte dei vertici della politica slovena e non solo. Fu la figura di riferimento di TV Capodistria, dove, al di là dei ruoli istituzionali, continuò a essere fino alla fine della sua carriera una benevola eminenza grigia.
UNA SORTA DI SINDACALISTI. Per Sau il ruolo dei giornalisti della minoranza era quello di essere una sorta di sindacalisti della Comunità nazionale. Una posizione coerente con ciò che erano stati gli operatori dell’informazione nella federazione socialista. L’idea era che fossero tutt’uno con la classe politica e che il loro ruolo non fosse quello di informare acriticamente l’opinione pubblica, ma di spiegare ciò che stava accadendo e di fornire la giusta interpretazione per chiarire dove si stava andando e dove fosse necessario andare.
I giornalisti, del resto, rientravano nel novero degli operatori sociopolitici: avevano rapporti stretti con chi stava al potere e sapevano molte più cose di quante fossero disposti a pubblicare, per non danneggiare il sistema. Nella minoranza questo modello non si è mai dissolto del tutto. Ci credono i politici e ci crede più di qualche giornalista. Il concetto di fondo è che la nostra fragile battana continui a navigare in acque perigliose e che per condurla verso un approdo sicuro politici e mezzi di informazione debbano remare insieme. In sintesi, era necessario creare un’indissolubile partnership per poter sopravvivere.
ATTACCHI VERBALI, PREVARICAZIONI, INSULTI. Lionella Pausin Acquavita, una delle più lucide penne della nostra minoranza, a fine dicembre ha affidato ai social una considerazione amara: “Mai, in passato, abbiamo subito pressioni paragonabili a quelle registrate negli ultimi anni. Non passa giorno in cui io o un mio collega non riceviamo telefonate dal politico di turno o dal responsabile di qualche associazione. Le lamentele sono varie: dal titolo ritenuto inappropriato alla frase scomoda che – nonostante la prova registrata – l’interessato sostiene di non aver mai pronunciato. Si passa dal ‘come si permette di farmi questa domanda?’ al ‘perché non ha intervistato Pinco Pallino?’, fino a chi pretende di insegnarci come si scrive o come si garantisce un’informazione di qualità’”. Ci dovrebbe essere un limite, ma – scrive Lionella – “gli attacchi verbali, le prevaricazioni e gli insulti registrati ultimamente sono da denuncia”.
La minoranza non ha fatto i conti con il proprio passato. Non lo hanno fatto i politici, non lo hanno fatto i suoi mezzi di informazione e non lo hanno fatto nemmeno i giornalisti. Dopo il crollo del regime si è potuto godere di qualche momento di serenità. Il pendolo correva veloce verso la democrazia e la libertà sembrava un valore assoluto. Tutto, con le dovute cautele, pareva riverberarsi anche nel nostro piccolo mondo antico – non sempre e non a ogni costo. Spesso pensiamo di vivere in una realtà parallela, dove quanto accade intorno a noi non ci tocca e non lascia tracce.
OSSESSIONE PER IL CONTROLLO. Sappiamo benissimo che non è così. Il fascino della libertà si sta dissolvendo e siamo ormai in pieno riflusso. L’idea della democrazia rappresentativa appare sempre più in crisi e nuovi modelli autoritari affascinano anche coloro che ci stanno attorno. Siamo ormai in un’epoca in cui esiste una vera e propria ossessione per il controllo dell’informazione. Per chi ha memoria del periodo jugoslavo, sembra di assistere a un ritorno al passato.
Da Washington, passando per Roma, Budapest, Lubiana e Zagabria, fino a Trieste, Fiume, Pola e Capodistria, il tentativo è lo stesso: sostituire l’informazione con la narrazione. Ciò che conta non è la verificabilità o la veridicità dei fatti, ma la fedeltà alla versione ufficiale della verità. Tutto il resto viene derubricato a fake news, notizie prodotte da nemici della minoranza e delle istituzioni, volte a minimizzare o persino a delegittimare gli sforzi di chi sta al potere. L’obiettivo, naturalmente, non è convincere tutti. Voci dissonanti, critiche e persino eretiche trovano spazio sui social media e si diffondono in rete. Quelle non contano.
Lo scopo è controllare il proprio pubblico grazie a una stampa addomesticata. Lionella Pausin Acquavita rileva che “nessuno può, né deve, disciplinare l’operato di chi è chiamato a garantire un’informazione obiettiva, veritiera e trasparente” e chiede ai giornalisti della Comunità nazionale italiana di ricordarlo. Del resto, non è una qualsiasi: questo mestiere l’ha scelto a sedici anni. Più volte vincitrice del premio giornalistico Istria Nobilissima, conosce a fondo, in tutte le sue sfaccettature, il mondo della Comunità nazionale, dove rientra a pieno titolo nel novero di quei colleghi e connazionali che, per dirla con le parole di Flavio Forlani, “ga la minoranza nel cuor”.
PARTNERSHIP CHE DEVE DISSOLVERSI. A questo punto una seria riflessione – che probabilmente nessuno farà – si imporrebbe. Ovviamente, le discussioni dei giornalisti su ciò che dovrebbe essere il giornalismo sono noiose e inconcludenti. Il rischio che si corre è di fare la fine dei dotti di Costantinopoli, infervorati a litigare sul sesso degli angeli mentre i turchi stavano entrando in città. Ervin Hladnik Milharčič, probabilmente il più elegante e acuto giornalista sloveno, non si stanca di ripetere una massima di Jay Rosen, secondo cui “il giornalismo è il modo in cui una società parla con sé stessa”. Lui quella società la faceva parlare con sé stessa già al tempo del regime. Con Radio Študent e “Mladina”, insieme con i suoi colleghi, cambiarono i paradigmi del giornalismo sloveno, contribuendo a democratizzare e quindi a far crollare il sistema. Ora, far dialogare la minoranza con sé stessa dovrebbe essere una delle nostre aspirazioni, accanto a quella di intendere l’informazione come base della democrazia, come spazio razionale di discussione pubblica e come incontro etico con l’altro.
L’indissolubile partnership tra politica e giornalismo deve dissolversi. Per poter sopravvivere, la minoranza ha bisogno di un giornalismo che la faccia dialogare con sé stessa. Un giornalismo al servizio della comunità nazionale, e non dei politici che la governano. La democrazia ha bisogno del suo cane da guardia e non ha bisogno di giornalisti che, sconsolati, si dicono nei corridoi: “… se podessi scriver tutto quel che so e penso!”. Il silenzio non protegge una minoranza.
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