Il circolo culturale “Unione regionale profughi e rimpatriati italiani dall’estero” di Torino è un luogo intriso di memoria e di storia. Tra le persone che hanno contribuito a costruire e sostenere questo centro, alcuni nomi rimangono simbolici: Walter Cnapich, Attilio Cattich, Giuliana Filipovich, Egidio Rocchi… sono solo alcune gocce in un mare di vite che hanno fatto la differenza. Al centro di questa storia c’è Antonio Vatta, direttore della sede dell’ANVGD (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) di Torino. I suoi genitori, di origine italiana e slava, provenivano dall’isola di Ugliano (Ugljan), non lontano dalla città, che allora era multiculturale, prospera e di grande importanza per tutta la Dalmazia. Antonio visse a Zara fino all’età di nove anni; dopo i primi bombardamenti sulla città, la famiglia lasciò Zara e visse per un periodo a Fiume, prima di stabilirsi definitivamente a Torino. Nel capoluogo piemontese Antonio incontrò la sua futura moglie, anch’essa esule di Fiume, e insieme trovarono impiego nelle fabbriche torinesi. Ben presto, Antonio si impegnò nella difesa dei diritti dei profughi e degli esuli della Seconda guerra mondiale in Italia. Oltre all’attivismo in favore dei profughi, Antonio Vatta ha dedicato gran parte del suo tempo a raccontare la propria esperienza nelle scuole, con un messaggio chiaro: non odiare la guerra né chi ne ha sofferto le conseguenze, ma imparare dalla memoria per costruire un futuro di pace.

RADICARSI NEL CAMBIAMENTO
Antonio, lei è arrivato a Torino da bambino. Che ricordi ha dei suoi primi anni in questa città e di come ha iniziato a sentirla “casa”?
“Sono arrivato a Torino nel 1951. Ricordo ancora il mio primo giorno: ero in Piazza Carlo Di Robilant, aspettavo il pullman che mi avrebbe portato alle casermette di Borgo San Paolo (quartiere nella zona occidentale di Torino), dove avremmo trovato alloggio. All’epoca non esistevano ancora le case che oggi occupano il quartiere: erano appena state approvate le leggi per costruirle e i campi profughi si stavano lentamente chiudendo.
Le casermette erano edifici semplici, alcuni anche danneggiati, ma per noi rappresentavano un nuovo inizio. Ricordo il dialetto piemontese che sentivo parlare intorno a me: per un attimo pensai di essere arrivato in Francia! Avevo studiato un po’ di francese, quindi riuscivo a cogliere qualche parola. Chiesi a una signora accanto a me se fossimo in Francia o in Italia, e lei mi rispose sorridendo: “Ch’a parloma ‘n piemontèis”.
Da quel momento ho cominciato a capire che Torino aveva un suo linguaggio, un suo cuore. Con il tempo, la città è diventata davvero la mia casa: una città bella allora, e ancora più bella oggi, piena di vita, di cultura e di persone che la amano, anche se spesso la scoprono solo quando la guardano con gli occhi di chi viene da fuori.”
Torino nel dopoguerra era una città in pieno cambiamento. Com’è stato per voi inserirvi in questa realtà industriale e multiculturale? In che modo, secondo lei, questo spirito ha aiutato molte famiglie, come la sua, a ricominciare una nuova vita?
“Quando sono arrivato a Torino, avevo lasciato il collegio e interrotto gli studi: sentivo il bisogno di lavorare, soprattutto per dare una mano alla mia famiglia. Ricordo che, nonostante le difficoltà del momento, siamo stati accolti bene. So che alcuni raccontano esperienze diverse, ma la mia memoria è quella di un ambiente solidale, dove si cercava di aiutarsi a vicenda.
Alle casermette eravamo tanti, forse un migliaio, anche più. Per noi ragazzi quello spazio circondato da mura era quasi un piccolo mondo protetto. Ci conoscevamo tutti, e ci comportavamo come una grande famiglia. Quando capitava che andassi a fare un giro in città, trovavo sempre qualcuno che mi rimproverava bonariamente: “Adesso lo dico a tua madre che ti ho visto in giro!”. Quel senso di vicinanza, di attenzione reciproca, ci faceva sentire al sicuro.
Nel 1955 ci trasferimmo nelle nuove case. All’inizio erano semplici, senza luce, senza riscaldamento e con strade ancora sterrate. Ricordo gli inverni gelidi di quegli anni − uno in particolare, tra il 1956 e il 1958, con venti gradi sotto zero − e noi che cercavamo di scaldarci con una stufa a legna o a carbone. Ma, nonostante tutto, siamo riusciti a superare quei momenti proprio grazie all’unione tra di noi.
Quando finalmente arrivò la casa vera, nostra, fu come toccare il cielo con un dito. Dico sempre scherzando che quella casa ci “ha rovinati”, perché ci ha fatto sentire arrivati, realizzati. In realtà, era il segno che un percorso difficile stava trovando il suo approdo: quello di poter dire, con orgoglio e gratitudine, che avevamo costruito una nuova vita”.

DALLE RADICI ALL’IMPEGNO CIVILE
Com’è avvenuto il suo incontro con l’ANVGD e cosa l’ha spinta, nel tempo, ad assumerne la presidenza qui a Torino?
“Il mio legame con l’Associazione nasce da lontano, quasi prima che esistesse formalmente. Già negli anni Cinquanta, a Torino, ci si incontrava per condividere esperienze, per aiutarsi a vicenda, per non perdere il filo della nostra identità comune. Allora non c’era ancora una sede vera e propria: c’era un piccolo circolo gestito da un’associazione di Dalmati, oltre il Po, ma i legami con noi, che vivevamo nelle casermette, erano scarsi.
A un certo punto, quando ci organizzammo per acquistare le case, ci rendemmo conto che serviva una forma più stabile, riconosciuta. Andammo da un parlamentare, l’onorevole Botta, per chiedere aiuto. Eravamo in tanti − circa 450 famiglie − e lui ci consigliò di costituirci come associazione, spiegandoci che solo così avremmo avuto la forza necessaria per far valere i nostri diritti. E così nacque l'”Unione Regionale Profughi e Rimpatriati dall’Estero”, che comprendeva persone provenienti non solo dall’Istria e dalla Dalmazia, ma anche da altre terre, come la Grecia, la Libia o la Tunisia. Eravamo tutti parte di una stessa storia di ritorno, di ricerca di un nuovo inizio.
Grazie a quel passo, riuscimmo a portare avanti le pratiche per ottenere le nostre case. Ricordo ancora il giorno in cui tornammo dall’onorevole Botta con tutti i documenti che provavano il nostro diritto: lui ci disse che avevamo ragione, ma che per vie legali avremmo dovuto attendere forse vent’anni. Allora ci aiutò a far approvare una piccola legge, grazie anche all’intervento di una parlamentare triestina che portò la questione in Parlamento. Quel voto, quasi unanime, aprì la strada a un risultato che sembrava impossibile.
Da lì cominciò un lungo lavoro: verifiche, atti notarili, incontri con la prefettura. E così stabilimmo che il circolo, questo luogo che ancora oggi custodiamo, fosse di tutti coloro che avevano condiviso quel percorso. Con il tempo, ho continuato a dedicarmi a questa comunità, insieme ad altri miei cari amici, persone con cui ho condiviso anni di impegno e di passione. Abbiamo portato avanti l’associazione, giorno dopo giorno, con lo spirito di chi non vuole dimenticare ma costruire. E oggi posso dire con orgoglio che, in tutta Italia, non esiste un circolo come il nostro: un luogo nato dal bisogno, ma cresciuto con la forza della memoria e della solidarietà”.
L’ANVGD ricopre un ruolo importante nel mantenere viva la memoria e i valori delle comunità giuliano-dalmate. Ci può raccontare quali sono le sue principali attività oggi?
“L’Associazione, oggi come allora, continua a essere un punto di riferimento per la nostra comunità e per tutti coloro che vogliono conoscere e custodire la storia dell’esodo e delle nostre radici. Ogni anno organizziamo incontri, eventi culturali e momenti di condivisione che tengono viva non solo la memoria, ma anche i legami tra le persone. A fine novembre, ad esempio, abbiamo festeggiato San Nicolò, una ricorrenza molto sentita da tutti noi. Si è trattato di un incontro con mostre di quadri e acquerelli realizzati dai nostri ragazzi e soci: un modo per esprimere, attraverso l’arte, il legame con la nostra storia e le nostre terre. Organizziamo spesso anche presentazioni di libri, conferenze, rassegne e iniziative che coinvolgono le scuole, perché crediamo che la memoria non debba restare chiusa in un archivio, ma vivere nel dialogo tra le generazioni”.
LIBERTÀ È PARTECIPAZIONE
Il vostro impegno e la vostra storia ci insegnano molto sul valore del dialogo e della convivenza. Che consiglio darebbe ai giovani di oggi per costruire un’Europa più solidale e rispettosa delle diversità?
“Vorrei ricordare un insegnamento che mi è rimasto nel cuore e che credo sia sempre attuale. Mia madre mi diceva spesso: per essere rispettati, bisogna prima imparare a rispettare. È un principio semplice, ma universale. E mi torna in mente anche una frase di Giorgio Gaber: ‘La libertà non è stare sopra un albero, libertà è partecipazione’. La libertà non è solo un diritto da rivendicare, ma un impegno da vivere ogni giorno: significa essere presenti, agire, contribuire al bene comune.
Oggi i giovani si trovano immersi in un mondo dove le informazioni arrivano da ogni parte, e non è facile orientarsi. Ma proprio per questo, credo che la sfida più grande sia quella di restare fedeli a valori concreti: il rispetto, l’ascolto, la solidarietà. Noi, nella nostra esperienza, abbiamo imparato cosa significa ricominciare e convivere tra persone diverse, imparando a capirsi e ad aiutarsi. È da lì che nasce la vera pace: dal dialogo e dal desiderio di costruire insieme, non di dividere.
L’Europa del futuro, quella che affido alle nuove generazioni, vorrei che fosse un’Europa capace di custodire la memoria e, allo stesso tempo, di guardare avanti con fiducia: un luogo dove le differenze non separano, ma arricchiscono; dove la libertà si misura nel rispetto reciproco e nella capacità di volersi bene”.
Dopo tanti anni a Torino e i suoi ritorni nella città natale, cosa rappresentano oggi per lei queste due realtà – Zara e Torino – nella sua vita personale?
“Zara è la radice, Torino è la casa. Due realtà diverse, ma entrambe parte della mia identità. La prima mi ha dato l’origine, la seconda mi ha dato la possibilità di rinascere. A Torino abbiamo sempre dialogato con le istituzioni e con la città, portando con noi il valore che ci è stato insegnato: il rispetto. Siamo orgogliosi di essere considerati un esempio di integrazione, di una comunità che ha saputo contribuire con impegno, discrezione e senso civico.
Ogni anno, nel Giorno del Ricordo, ci sentiamo parte viva di questa città: veniamo ascoltati, accolti, e credo che questo avvenga perché abbiamo sempre portato parole di pace, non di rancore. Abbiamo imparato che il rispetto si conquista rispettando per primi, e questa è forse la lezione più grande che la vita ci abbia insegnato.
Non abbiamo mai alzato la voce per ottenere qualcosa, ma abbiamo usato la forza del dialogo, la dignità dei gesti e la memoria delle nostre esperienze. E così, passo dopo passo, siamo riusciti a costruire ponti tra le persone, tra il passato e il presente, tra le nostre origini e la nostra nuova vita”.
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