La fame della giovinezza

(PANORAMA) SCRITTURA CHE ABITA IL CONFINE. Grazie a Biblioteca Errante Edizioni, una nuova voce dalla Croazia approda sugli scaffali delle librerie italiane. La sceneggiatrice e regista Dora Šustić ha presentato a Trieste il suo romanzo d'esordio I cani. Ambientato tra Praga, la natia Fiume, Istanbul e la Spagna, racconta il percorso emotivo e fisico di una studentessa di cinema che si innamora di un fotografo più anziano. Una relazione intensa che si trasforma in un viaggio nella perdita, nel desiderio, nella creatività femminile e nella rinascita

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La fame della giovinezza
Dora Šustić. Il suo romanzo è uscito in Croazia alla fine del 2022 per i tipi di Fraktura e conta già quattro edizioni e alcune traduzioni, tra cui quella italiana. Foto Goran Žiković

Nel fitto programma di incontri che hanno fatto da corollario anche all’edizione di quest’anno del Trieste Film Festival, la presentazione de I cani (titolo originale Psi, edito nel 2023) esordio letterario della fiumana Dora Šustić, si è imposta come un momento di attraversamento linguistico, culturale e simbolico. Del romanzo, tradotto in italiano da Sara Latorre per Bottega Errante Editori (Collana Estensioni, 232 p.), si è parlato lo scorso 20 gennaio nell’ambito di “Dimmi – le donne raccontano”, percorso di pensiero e formazione dedicato ai saperi e alle pratiche femminili. L’evento, organizzato, in collaborazione con la Comunità Croata di Trieste, all’interno della rassegna “Trieste. Incroci letterari” (progetto che racconta le culture dei territori di confine), ha portato alla Libreria Ubik di Trieste un folto pubblico.

A dialogare a Trieste con con l’autrice di Fiume è stata Giorgia Spadoni, traduttrice, interprete e scout letteraria attenta alle letterature dell’Europa orientale. Foto Goran Žiković

In apertura, Spadoni ha chiesto a Dora Šustić di offrire al pubblico una sorta di “trailer”. Si tratta di un romanzo spregiudicato su una giovinezza entusiasta che cerca di imporre la propria libertà di vivere e bruciare ogni cosa. L’autrice ha evocato la storia per immagini e atmosfere, fermandosi consapevolmente prima della soglia narrativa: “Potrei andare avanti all’infinito, non esiste una vera fine del trailer, ma mi fermo qui perché non voglio farvi scoprire il libro”. I cani sono i galgos – i levrieri spagnoli –, veloci, abili, furbi; vengono fatti allenare anche per cinque ore al giorno perché siano cacciatori esperti, corridori imbattibili, lottatori spietati. Se non soddisfano le richieste dei loro padroni, vengono abbandonati e uccisi.

IL PANICO IDENTITARIO. “Perché i cani ossessionano le mie notti? Perché fotografare i galgos? Perché ritornare in Andalusia? Che cosa mi tiene legata a te? È questo l’amore?”. Nel Sud della Spagna, Dora segue le tracce dei cani che perseguitano le sue notti. Con sé porta un libro fotografico incompiuto: l’autore, Leon, è l’uomo che l’ha attratta in un gorgo di passione che le ha lasciato un corpo macilento, un’ossessione per i galgos e degli indirizzi in Andalusia. Fiume, Praga, Cadice, Jerez, Istanbul; Croazia, Repubblica Ceca, Spagna, Turchia: questa la costellazione che traccia le peregrinazioni della protagonista.
Al centro de “I cani” c’è una giovane donna che dalla natia Fiume arriva nella capitale ceca per studiare cinema e si immerge in una relazione totalizzante con un uomo più anziano, di diciotto anni più grande di lei, segnato dalla perdita della moglie. Quella che Dora pensava sarebbe stata l’avventura di una notte è invece il principio di un legame viscerale e totalizzante, dove i destini dei due si allineano soltanto per un breve, fatidico momento: “sapevo che non saremmo durati, capivo quanto fosse transitoria quella sensazione di perfezione, ma in quella transitorietà per un momento avevo trovato la pace”.
L’incontro tra i due è la scintilla iniziale, ma, come sottolinea Spadoni nel corso del dialogo, la trama non ruota tanto attorno alla storia d’amore in sé quanto alle conseguenze profonde che questa relazione produce sulla protagonista: un lento processo di trasformazione, dipendenza e smarrimento dell’identità. Intessuto di contrasti, il romanzo mette in contrapposizione classi, Paesi, ideali e aspirazioni, offrendo la fotografia di una generazione non più disposta a scendere a compromessi. Interrogata sul legame tra il romanzo e la generazione nata negli anni Novanta, Šustić colloca la propria esperienza all’interno di una condizione storica specifica.

“Penso che l’esperienza di cui scrivo sia stata resa possibile dalla mobilità, dallo studio all’estero, da una capacità di spostarsi che caratterizza la nostra generazione. Siamo la generazione dell’Erasmus, di chi ha potuto vivere fuori, cambiare lingua, città, orizzonte”. In questa abbondanza di possibilità, osserva l’autrice, si aprono però anche delle fratture: “… nasce una sorta di panico identitario, il momento in cui non sappiamo più chi siamo”. Una condizione che riguarda anche il femminile: “Come donne, siamo forse la prima generazione a interrogarci apertamente sulla maternità, sulla possibilità di scegliere. I confini dell’identità diventano meno netti, e il libro parla proprio della ricerca di una qualche solidità”.

Foto Goran Žiković

LA COMPLESSITÀ DEI LEGAMI UMANI. È in questo spazio instabile che si colloca anche uno dei motivi centrali del romanzo: la fame. Fame concreta, del corpo, del cibo, ma anche fame di esperienze, di scrittura, di vita. “Quando ho iniziato a scrivere”, racconta Šustić, “volevo trasmettere l’esperienza della giovinezza femminile. Mi chiedevo che cosa restasse davvero dei vent’anni”. La fame emerge così come un filo che attraversa tutto, “non solo il rapporto con il corpo, che è sempre segnato da una certa crudeltà, ma anche la fame di fuga, di novità, di idoli, di storie da raccontare”. A vent’anni, spiega, tutto è amplificato: entusiasmo e sconforto, estasi e delusione convivono in un’alternanza costante tra sazietà e mancanza.

Il titolo rimanda a una costellazione simbolica che attraversa l’intero testo: animali vulnerabili, esposti alla violenza e all’abbandono, che diventano metafora di corpi e affetti messi a nudo, ma anche immagini ricorrenti nei sogni e nelle ossessioni della protagonista. In questo intreccio di autobiografia e finzione, Šustić non mette in scena un semplice racconto di formazione, ma un’esperienza emotiva che si fa materia narrativa, senza cercare consolazioni o risoluzioni nette. L’opera conferma come la letteratura possa dialogare con il cinema non solo per ambientazioni o temi, ma per una comune attenzione allo sguardo, al montaggio delle emozioni e alla complessità dei legami umani. Un romanzo che attraversa lingue, geografie e identità, e che trova proprio nella traduzione uno dei suoi luoghi più delicati e fertili.

TRA REALTÀ E FINZIONE. Nata a Fiume nel 1991, oltre ad essere scrittrice, Dora è anche una regista e sceneggiatrice che si muove con naturalezza tra linguaggi diversi. Dopo la laurea in Scienze politiche a Lubiana, ha conseguito un master in Sceneggiatura all’Accademia delle Arti dello Spettacolo (FAMU) di Praga, città che nel libro non è soltanto uno sfondo narrativo, ma uno spazio formativo, emotivo e simbolico. Šustić ha collaborato a diversi progetti cinematografici e televisivi come sceneggiatrice e insegna Fondamenti del linguaggio cinematografico al Prague Film Institute: un attraversamento continuo tra immagine e parola che informa in modo evidente anche la scrittura del romanzo, costruita per sequenze, corpi, ossessioni, con un’attenzione quasi filmica al ritmo e allo sguardo.

Il romanzo entra in un secondo spazio linguistico e culturale, un passaggio che dialoga anche con il contesto cinematografico del festival. Come vive, da autrice molto consapevole della lingua in cui scrive, l’incontro con un pubblico che legge il romanzo in traduzione?
“È proprio quello il pubblico più affascinante, soprattutto quando non sono io a padroneggiare fino in fondo la lingua in cui il libro viene letto. Capisco l’italiano, ma non abbastanza da potermi immergere nella lettura con naturalezza, e questo lascia inevitabilmente una zona di mistero: quanto del testo è arrivato davvero, in che modo è stato trasposto. Mi fido profondamente del lavoro di traduzione, ma alla fine le sfumature, certe espressioni e il loro peso emotivo passano attraverso una fiducia reciproca: tra me e la traduttrice, e poi tra la traduttrice e chi legge. Ho già vissuto qualcosa di simile con la traduzione slovena del romanzo, ed è stato sorprendente vedere come il pubblico reagisse in modo molto simile.
È come se nascesse un’altra voce, una variazione dello stesso racconto. Credo che una traduzione riesca davvero quando riesce a trasmettere non solo il senso, ma anche il ritmo e l’emozione. In questo, sia la traduttrice slovena sia quella italiana hanno fatto un lavoro straordinario, perché tradurre non significa soltanto trasferire un contenuto: significa anche portare con sé un ritmo, una musicalità che la lingua custodisce. È inevitabile che questo ritmo cambi da una lingua all’altra, ma credo che sia fondamentale riuscire a preservarne il battito”.

Tra il pubblico della Libreria Ubik, anche il presidente della locale Comunità Croata, Gian Carlo Damir Murković, e Davorka Sarić, console consigliere della Repubblica di Croazia operante dal Consolato generale croato nel capoluogo giuliano. Foto Goran Žoković

Uno degli elementi più potenti del romanzo è proprio il continuo intreccio tra finzione ed elementi autobiografici. Mi chiedo quanto sia stato difficile − o forse liberatorio − scrivere su quel confine, dove l’esperienza personale si trasforma in materia letteraria?
“È stato un processo che è partito da un’emozione autobiografica. All’inizio scrivevo in una forma quasi diaristica, ma molto presto ciò che stavo raccontando si è trasformato in finzione. A un certo punto, per costruire una storia solida e un’atmosfera credibile, è stato necessario prendere le distanze da me stessa ed entrare in un altro mondo. La storia ha le sue esigenze, e ciò che è accaduto nella realtà è un’altra cosa. Scrivendo, mi sono allontanata sempre di più dall’autobiografia, fino a far nascere una storia che, per come la vedo io, è diventata molto più grande della mia esperienza personale. In un certo senso, l’elemento autobiografico resta come un ‘leitmotiv’, come un punto di partenza per lo sviluppo della narrazione. Non parlerei di autofinzione in senso stretto, non mi sono limitata a trasferire la mia esperienza nella scrittura, ma l’ho usata come punto di partenza per costruire una storia”.

Quale impressione vorrebbe che i lettori, alla fine del libro, portassero con sé?
“L’esperienza della giovinezza femminile.”

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