1919-1924 un mondo nuovo

L’ex Hotel Balkan o Narodni dom (Casa del popolo) in via Filzi a Trieste

La Società Istriana di archeologia e storia patria, aderendo come partner al Progetto Adriatico inquieto (1918-1925), promosso dalla Deputazione di storia patria per la Venezia Giulia – seguito di quello del 2018 Cercar fortuna, trovar futuro, sfociato nel volume Movimenti di popoli in Istria –, ha ora dato alle stampe la raccolta di studi Un mondo nuovo (1919-1924). L’ex Litorale Austriaco tra fatti di Storia e storie di uomini, a cura di Annalisa Giovannini, segretaria della Società (“Quaderni”, n. 7, 2019, pp. 176). ).
L’opera è introdotta dalla Presentazione (p. 5) di G. Cuscito, presidente della SIASP, che rileva l’importanza di lavori come questo quando le polemiche in occasione del Giorno del Ricordo attestano la necessità di studi onesti e documentati per superare e possibilmente concludere le contrapposizioni ideologiche, e da una Nota (pp. 6–7) della curatrice, che osserva come si sia sempre tenuto in primo piano il fattore umano, che dà reale sostanza alle vicende politiche, diplomatiche, culturali che connotano la regione in quei cinque cruciali anni di transizione istituzionale, oggetto dei contributi che seguono.
Il primo, Istituzione ecclesiastica e società civile a Trieste negli anni del primo dopoguerra (pp. 11-29), è firmato dallo stesso Cuscito, e il secondo da I. Santeusanio, che illustra le vicende de I cattolici dal Friuli austriaco alla Venezia Giulia (pp. 31-73); per parte sua, R. Scopas Sommer documenta i Riti di passaggio per la tutela di antichità e belle arti nella Venezia Giulia: 1918–1924. Dalla ZentralKommission fur Erforschung und Erhaltung der Kunst– und Historischen Denkmale alla Regia Soprintendenza alle Opere di Antichità e d’Arte (pp. 75-89), mentre A. Apollonio delinea un quadro complessivo de L’Istria degli anni 1918–1943. Redenzione e fallimento politico (pp. 91-103); da ultimo è la stessa Giovannini in 1918–1924: il ritorno dei caduti della Grande Guerra. Il caso di Giorgio Reiss Romoli, volontario giuliano (pp. 105-170), a ricostruire in maniera dettagliata un episodio d’alta valenza simbolica quale le manifestazioni per la sepoltura dei caduti “irredenti”.
È evidente come tale silloge costituisca un essenziale apporto alla conoscenza d’un momento fondamentale nella storia di questa regione di frontiera, di solito trascurato dalla storiografia nazionale e locale, la cui attenzione è semmai polarizzata sull’impresa fiumana di Gabriele d’Annunzio – come confermato, ricorrendone il centenario, dalle numerose iniziative di questi mesi –, uniche lodevoli eccezioni essendo la pubblicazione, nel 1991, a cura dell’Archivio Storico della Camera dei Deputati, dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle terre liberate e redente (luglio 1920 – giugno 1922). Saggi e strumenti di analisi – nella quale un ruolo di primo piano lo ebbe Francesco Salata, originario di Ossero, durante la guerra consulente governativo per le questioni delle terre irredente e, a conflitto concluso, dal primo governo Nitti nominato responsabile dell’Ufficio Centrale delle Nuove Provincie e tra gli artefici del trattato di Rapallo del novembre 1920 –, e il saggio di Ester Capuzzo Dall’Austria all’Italia. Aspetti istituzionali e problemi normativi nella storia di una frontiera (La Fenice, Roma 1996).
Impostazione originale
La prima conferma dell’originale impostazione del volume viene dal saggio di Cuscito, fondato su un aggiornato e ampio apparato bibliografico, che riprende, sintetizzata, la parte conclusiva della sua fondamentale monografia Trieste diocesi di frontiera. Storia e storiografia (Editreg) – in questa sede (n. 13, 2019) recensita da Kristjan Knez –, incentrando l’indagine sul versante ecclesiastico del periodo, in genere trascurato, e prendendo in particolare considerazione l’opera dei due primi vescovi italiani, Bartolomasi (1919–1923) e Fogàr (1923–1936).
Essi, insediati a San Giusto dopo più d’un secolo di episcopati di presuli tedeschi e slavi – che avevano favorito l’opera del clero sloveno a discapito della componente italiana, guardata con diffidenza sia in quanto potenzialmente irredentista sia per gli orientamenti laici e massonici prevalenti nella sua borghesia –, si impegnarono a fondo tanto nel tentativo di ricattolicizzare i centri urbani (donde anche, nel 1920, la fondazione del giornale diocesano “Vita Nuova”), in ispecie Trieste, quanto nella difesa dei fedeli e dei parroci sloveni del contado, oggetto prima delle violenze nazionaliste e squadriste e poi della politica snazionalizzatrice del regime fascista, almeno in qualche misura riuscendo a contenerla.
Un discorso per certi versi affine è quello di Santeusanio, che, lui pure avvalendosi d’un imponente apparato bibliografico e riprendendo numerosi suoi precedenti contributi sull’impegno politico e sociale cattolico nella contea di Gorizia e Gradisca tra Otto e Novecento e doverosamente richiamandosi ai pionieristici lavori di Camillo Medeot, lumeggia l’operato di Bugatto e Faidutti, deputati cristiano–sociali a Vienna prima e durante il conflitto, dopo l’annessione all’Italia causa il loro lealismo “austriacante” impediti di rientrare in patria, dove appena nel 1920 sorse una sezione del Partito Popolare, fondata e diretta dal Pettarin, che, però, nel nuovo clima alle elezioni politiche del 1921 subì un vero tracollo a vantaggio dei partiti di sinistra e degli stessi fascisti, nonostante ciò battendosi per conservare le autonomie amministrative di cui la contea aveva goduto durante il governo asburgico, ma che il governo fascista soppresse immediatamente, sicché di ciò si poté tornare a parlare appena durante i lavori della Costituente nel 1947.
Tutela dei monumenti
Originali sono le pagine della Scopas Sommer – esse pure fondate su un cospicuo apparato bibliografico – relative alla politica di tutela de monumenti nella regione giuliana, a partire da Aquileia, che sin dagli anni della stagione irredentista era venuta assumendo un rilevante valore patriottico, in quanto simbolo della romanità alla frontiera orientale d’Italia – e in tale ottica sarebbe stata sempre proposta da d’Annunzio nei suoi discorsi durante e dopo il conflitto –, ricordando, però, che la sua riscoperta, recupero e prima valorizzazione archeologica, con l’apertura d’uno specifico museo, si collocavano nella seconda metà del XIX secolo grazie alla meritoria opera, in primo luogo, dell’austriaco Carl von Czoernig, cui il goriziano Istituto per gli Incontri culturali mitteleuropei dedicò il suo XX convegno, anche se dopo l’annessione al regno sabaudo la nuova Soprintendenza fu affidata a una personalità di valore come l’architetto Guido Cirilli, che seppe portare avanti efficacemente il discorso storico-artistico in merito, in seguito stravolto in chiave nazionalistica e imperialistica dalla politica fascista, esaltatrice di tutto ciò che in qualche modo potesse rievocare e glorificare la romanità.
Sintesi di 25 anni di ricerche d’archivio e di numerose pubblicazioni, menzionate nella bibliografia finale, è, per sua esplicita ammissione, il saggio di Almerigo Apollonio, incentrato sulla politica snazionalizzatrice dei governi italiani, in particolare di quello fascista, nei riguardi delle comunità alloglotte annesse, così esasperando quelle tensioni tra italiani e slavi che il governo asburgico era riuscito a tenere sotto controllo e che sarebbero riemerse drammaticamente durante e subito dopo il secondo conflitto mondiale prima con la dura occupazione italiana della Slovenia e poi con la spietata rivalsa ideologico–nazionale jugoslava.
Un personaggio emblematico
A coronamento di questa ricerca a più voci, si pone il saggio della Giovannini, che, avvalendosi di ben 10 pagine di bibliografia, tratteggia la vicenda di Giorgio Reiss (1888–1917) – Romoli è il cognome assunto dopo l’arruolamento nell’esercito italiano per evitare l’esecuzione capitale come traditore qualora fatto prigioniero dagli austriaci –, giovane medico ebreo triestino filoitaliano, della generazione dei “vociani” triestini (i fratelli Stuparich e Slataper) e cognato dell’ebreo Marcello Loewy (poi con la conversione e il sacerdozio Labor), che, formatosi lui pure tra gli atenei italiani e austriaci, allo scoppio della guerra, richiamato nell’esercito austriaco come medico ospedaliero, venne mandato a combattere sul fronte orientale, dove, catturato dai russi, chiese e ottenne, come molti altri, di poter raggiungere l’Italia, allorché questa entrò nel conflitto a fianco dell’Intesa, arruolandosi nel suo esercito e prestando la propria opera sanitaria in maniera particolarmente umana e coraggiosa, condividendo rischi e pericoli con i propri uomini e cadendo nel 1917 a Doberdò del Lago per salvare il fratello Guglielmo, gravemente ferito, meritandosi una medaglia d’argento alla memoria. Dopo una prima sepoltura provvisoria sul Carso, la sua salma venne traslata nell’aquileiese cimitero degli Eroi, e, infine, nel 1924, con una solenne cerimonia, nella tomba di famiglia nel cimitero ebraico di Trieste, che gli dedicò pure una via.
La biografia di Giorgio Reiss, così minuziosamente delineata dall’autrice, è emblematica del mondo ebraico triestino, componente maggioritaria dell’irredentismo cittadino, e del contributo di sangue che l’ebraismo italiano, perfettamente integrato nel regno sabaudo, che l’aveva emancipato con le leggi del 1848, diede alla causa nazionale tra 1915 e 1918, venendo poi ripagato in maniera ignobile dalle leggi razziali, proclamate da Mussolini nel discorso tenuto nel settembre del 1938 nel capoluogo giuliano davanti a una folla osannante.

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