Il Friuli a Marcinelle per un debito di memoria che scuote il futuro

Settant’anni dopo la tragedia del Bois du Cazier, una delegazione friulana torna nel luogo della strage per ricordare le vittime e ribadire alle nuove generazioni che la sicurezza e la dignità del lavoro non possono mai essere sacrificate alla logica del profitto

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Il Friuli a Marcinelle per un debito di memoria che scuote il futuro
Ivana di Betta

Il fumo nero che settant’anni fa oscurò il cielo di Marcinelle non si è mai veramente diradato. Resta lì, sospeso nella memoria collettiva, a ricordare il prezzo altissimo del pane e del lavoro. Oggi, in quel piazzale che fu teatro dell’inferno del Bois du Cazier, il dolore si fa istituzione e il ricordo si fa bandiera. Sotto un cielo che porta ancora il peso della storia, si sono radunate le massime autorità e i rappresentanti delle Nazioni patria dei minatori rimasti intrappolati nel buio. Per l’Italia, il presidente del Senato, on. Ignazio La Russa, ha voluto ricordare come dal 2001 questa data coincida con la “Giornata del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo”, annunciando un passo storico: anche la Comunità Europea si appresta a dedicare ufficialmente questa giornata a tutte le vittime sul lavoro.
Ma è nelle parole solenni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lette in conclusione, che la commozione si trasforma in un severo monito politico e morale. Nel portare il proprio profondo cordoglio ai familiari, il capo dello Stato ha invitato tutti a riflettere sull’enorme, inaccettabile tributo umano pagato in quel pozzo. Un sacrificio figlio di accordi dell’epoca “capestro” – come quello del carbone in cambio di braccia umane –, patti cinici e scellerati che, pur di correre verso la produzione, misero all’angolo la sicurezza dei lavoratori, calpestandone la dignità.

Alpini a Marcinelle

Un silenzio che parla friulano

In questo palcoscenico di memoria solenne, il silenzio più eloquente parla friulano. Una folta e commossa delegazione è arrivata dal Friuli per la cerimonia del 70º anniversario, chiamata a raccolta dal direttore dell’Eraple, Cesare Costantini. Ci sono i volti e le storie di Pamela Rabaccio (Giuliani nel Mondo), della professoressa Marina Brollo dell’Università di Udine, di Silvia Caruso (segretario generale AICCRE FVG), Nicola Fadel (presidente regionale ACLI FVG), Mariano Zufferli (vicepresidente Unione Emigranti Sloveni del FVG), Luigi Papais (consigliere Ente Friuli nel Mondo) e di Angioletto Tubaro (presidente Efasce). Accanto a loro, fieri e custodi di un antico legame, gli Alpini, rappresentati da Guido Aviani Fulvio (Ana sezione di Cividale) e Denis Beltrame, uniti alle sezioni del Belgio e al generale Ignazio Gamba, già comandante della Brigata Alpina Julia e di tutte le Truppe Alpine. Hanno ricordato, con l’orgoglio della penna nera, come molti di quei minatori, prima di partire per le viscere del Belgio, avessero servito e onorato la propria Patria in divisa.
Sono qui per ricordare. Per testimoniare. Per opporre il calore della memoria al gelo dell’oblio.
E tra i presenti, un corpo pulsante di dolore e gratitudine attira l’attenzione: è la signora Ivana Di Betta di Udine. Suo padre, Giuseppe, sfida ogni giorno il buio di quella miniera. Ivana custodisce una storia che brucia l’anima, un frammento di destino che sembra scritto da una mano invisibile e spietata. Con la voce rotta dall’emozione, racconta un miracolo nato dal dramma. Quella mattina del mattatoio, Giuseppe non scese in miniera. Sua moglie, incinta, si sentì improvvisamente male. Un malessere improvviso, un sussulto di vita che chiedeva aiuto. Giuseppe decise di restare a casa e cambiò il suo turno con un amico. Un semplice scambio di biglietti. Un gesto quotidiano tra compagni di fatica. Quel cambio di turno divenne la linea di confine tra la vita e la morte. Il papà di Ivana si salvò; l’amico scese nel pozzo e non tornò mai più su, lasciando una moglie e due figli piccoli nel buio più profondo del lutto. Aveva in mano il biglietto senza ritorno. Oggi Ivana è a Marcinelle anche per lui, per ricordare che ogni vita salvata porta con sé il peso di un’altra vita spezzata.

L’intervento dell’on. Ignazio La Russa

Il dovere della verità per le nuove generazioni

Ed è proprio qui, tra il pianto di Ivana e i moniti delle istituzioni, che emerge il dovere più grande: consegnare ai giovani la verità nuda, cruda, non edulcorata. Raccontare Marcinelle oggi non significa solo fare esercizio di retorica o celebrare una mesta ricorrenza. Significa strappare il velo dell’ipocrisia. C’è un rischio enorme nel presente: quello di alterare la storia a proprio favore, di edulcorare il passato per non guardare in faccia le colpe di ieri e, soprattutto, le negligenze di oggi.
I drammi del passato si ripetono ogni volta che affrontiamo i temi della sicurezza sul lavoro con superficialità, profitto e fretta. Parlare alle nuove generazioni senza filtri significa spiegare che la sicurezza non è un costo da tagliare o una pratica burocratica da sbrigare, ma il pilastro fondamentale della dignità umana. Se alteriamo la verità di Marcinelle, se dimentichiamo che quegli uomini morirono per colpa di tutele inesistenti e ritmi disumani, legittimiamo le morti bianche che ancora oggi insanguinano i nostri cantieri e le nostre fabbriche.
Il Friuli, oggi, si stringe intorno a Ivana e ai suoi figli perduti, perché Marcinelle non sia solo una pagina di storia da sfogliare, ma un monito eterno e intransigente: la vita umana è sacra, e nessuna logica economica potrà mai giustificare il suo sacrificio.

*reporter freelance friulano

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