La tragedia di Vergarolla sancì la fine di un mondo: un mondo istro-veneto costruito nei secoli, fatto di storia, cultura, tradizioni, relazioni sociali e parlata veneta. La paura di atti di terrorismo, prigione, scomparse, innescò la sindrome della fuga, contribuendo alla dissoluzione di un’intera civiltà rendendo l’esodo l’unica strada possibile nelle città dell’Istria, Fiume e Dalmazia.
La ricorrenza della strage del 18 agosto 1946 rappresenta da tantissimo tempo un momento di riflessione e raccoglimento per quella società civile che non ha mai abbandonato il desiderio di ricordare cercando anche di dare una spiegazione all’evento. Da allora si sono aperti gli archivi, molte sono le analisi che storici e studiosi hanno cercato di affrontare. Ma al là della ricerca scientifica rimane la profonda pietas per il centinaio e più di morti e scomparsi che scossero la coscienza delle genti.
In questo ottantesimo anniversario della strage di Vergarolla emerge la volontà di cogliere anche questa occasione di particolare rilevanza, per riflettere su uno degli eventi più drammatici e controversi della storia dell’Adriatico orientale nel secondo dopoguerra.
Ecco perché assume particolare importanza la tavola rotonda intitolata “Ricordare Vergarolla”, promossa dal Circolo Istria, qualche settimana fa a Trieste, nata dall’esigenza di offrire uno spazio libero di confronto tra studiosi, rappresentanti del mondo dell’esodo, delle istituzioni e membri della Comunità Nazionale Italiana.
Prospettive differenti
Gli interventi, trasmessi in streaming e a disposizione sul canale YouTube e sul sito del Circolo Istria, che verranno raccolti prossimamente in un volume degli atti del Circolo, affrontano il tema da prospettive differenti, ma complementari: la memoria collettiva, il contesto storico e politico, il ruolo delle istituzioni, la conservazione delle testimonianze e il significato identitario che Vergarolla continua ad assumere per la comunità polesana e per gli esuli istriani. Ezio Giuricin, presidente del Circolo e moderatore dell’incontro, ha presentato l’elenco dei relatori, molti collegati da remoto, altri in presenza.
Kristjan Knez, presidente della Società di studi storici e geografici di Pirano, ha fornito un inquadramento storico dell’epoca della tragedia, segnalando le tensioni del momento a livello locale e internazionale. La volontà degli istriani di rimanere nei confini d’Italia, un Paese che non era in grado di porre condizioni al tavolo dei Grandi per aver perso la guerra.
Molti i punti toccati in queste ampie esposizioni, innumerevoli le considerazioni che legano passato e presente e che impegnano anche per il futuro le persone di buona volontà che vivono sul territorio o che appartengono a questo mondo e hanno a cuore le sorti della storia e della memoria, ma anche le speranze per il futuro.
Lucia Bellaspiga, presidente Associazione Italiani di Pola e Istria, nel suo appassionato e lucido intervento, ha affermato che Vergarolla fu uno degli attentati più sanguinosi della storia repubblicana. Si accompagna, per dimensioni, alla strage della stazione di Bologna, più di Piazza Fontana, dell’Italicus, di Piazza della Loggia e altri ancora. Per tanto la ricerca storica rappresenta oggi la principale sfida. Molto resta ancora da scoprire negli archivi, specialmente in quelli britannici e statunitensi, ma anche in quelli italiani. La domanda cruciale è se esista una reale volontà di sostenere questo lavoro. Le commemorazioni hanno certamente un valore importante, ma senza investimenti nella ricerca rischiano di trasformarsi in esercizi rituali privi di effetti concreti sul piano della conoscenza. Periodicamente riaffiora l’idea di istituire commissioni parlamentari d’inchiesta, sul modello di quelle dedicate ad altre grandi stragi italiane. È una proposta legittima, ma l’esperienza insegna che tali strumenti non sempre riescono a produrre risultati definitivi. Forse sarebbe più utile finanziare studiosi qualificati, consentire loro – così Lucia Bellaspiga – di consultare archivi internazionali e mettere a disposizione risorse adeguate per un’indagine sistematica. Ha ricordato che la sua associazione ha finanziato un docufilm sulla tragedia, per la regia di Giampaolo Penco. Ottant’anni dopo, il tempo ha il suo peso, i testimoni sono andati avanti lasciando una lunga scia di angoscia per ciò che non sarà più recuperabile se non con la testardaggine e la caparbietà di chi non molla.
Interrogarci su cosa siamo
Non solo l’Istria con Pola accusò il grave lutto di Vergarolla, ma la sindrome coinvolse anche Fiume, come ha ricordato Franco Papetti, presidente dell’Associazione Fiumani Italiani nel Mondo (AFIM), soffermandosi sul fatto che la città quarnerina solo quest’anno ha ricordato ufficialmente le vittime del 1945 – in particolare gli esponenti dell’autonomismo fiumano – uomini importanti giustiziati senza pietà per cancellare ogni voce dissonante e scongiurare qualsiasi opposizione al disegno annessionistico dei poteri popolari di Tito. “Quindi diventa ancora più importante interrogarci oggi insieme – ha sottolineato Papetti – su cosa siamo? Cosa è rimasto e cosa abbiamo perso in tanto tempo? Quanti siamo e quale sarà il nostro futuro? Spesso mi domando cosa vuol dire mantenere la propria tradizione. Forse ci può dare una risposta – ha spiegato il presidente dell’AFIM – la celebre frase attribuita a Gustav Mahler: ‘La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri’. Significa che la vera tradizione non consiste nel venerare passivamente il passato, ma nel mantenere viva la sua essenza, energia e creatività nel presente. Il ‘fuoco’ è l’energia creativa, il valore vivo e la passione che deve essere trasmessa e rinnovata. E questa deve essere – ha aggiunto – l’essenza di questa ricorrenza”. “Nihil difficile volenti”, dicevano i romani: continueremo a esistere – ha affermato Papetti – solo se saremo coscienti e fermamente decisi di volerlo.
Ne è convinto anche il vicesindaco di Pola, Vito Paoletić, che ha ribadito la propria disponibilità a trasformare questa ricorrenza in un momento di condivisione e nell’inizio di un percorso di superamento di muri ideologici, incomprensioni, reciproche accuse di tradimento, che hanno perseguitato nel corso degli anni le genti di queste terre. Nell’illustrare i contenuti del programma delle celebrazioni che si svolgeranno a Pola, il prossimo 18 agosto, Paoletić ha rilevato l’importanza di un evento – una tragica pagina della nostra storia – la cui conoscenza deve essere tramandata alle giovani generazioni per fare sì che diventi patrimonio comune della memoria della città e di tutti i polesani.
Per Debora Radolović, presidente dell’Assemblea della Comunità degli Italiani di Pola e preside della Scuola media superiore italiana “Dante Alighieri”, il convegno è stato anche l’occasione per aderire a progetti importanti e trasversali, in collaborazione con le associazioni culturali “Io deposito” di Gradisca d’Isonzo e “Opera viva” di Trieste, che hanno ottenuto finanziamenti dalla Regione Friuli Venezia Giulia, vincendo un apposito bando, proprio sul tema “Vergarolla”. Si prospettano incontri, iniziative artistiche e culturali, importanti progetti con i ragazzi delle scuole del Friuli Venezia Giulia e di Pola. “È un modo per consolidare la nostra identità”, ha ricordato Radolović, abbracciando le iniziative di Lorena Matic di “Opera Viva” e di Chiara Isadora Artico di “Io deposito”, che hanno presentato dettagliatamente i contenuti dei loro progetti nel corso della tavola rotonda.
Lasciare un seme
Debora Radolović ha ribadito l’importanza della resilienza dei “rimasti” proprio per l’affermazione dell’identità della nostra comunità e delle secolari tradizioni della componente italiana. “Noi ci siamo – ha affermato – con la nostra verticale scolastica, la Comunità, il Dipartimento di italianistica, le nostre attività culturali, la nostra presenza. E continueremo fermamente a lottare per continuare a esserci”. Entusiasmo, ma anche amarezza, emersa in un avvertimento, un segno della preoccupazione per il nostro futuro: “Se non riuniremo le nostre forze, se non ci muoveremo nel giusto modo, scompariremo in breve tempo”, ha detto. “Dobbiamo partire dalla consapevolezza – ha aggiunto – di essere ‘un unico popolo’, composto da chi è andato e da chi è rimasto”.
Per Livio Dorigo, presidente onorario del Circolo Istria protagonista e testimone della temperie storica in cui è avvenuta la strage, il ricordo di Vergarolla rappresenta il simbolo dell’impegno che il Circolo ha profuso in tanti decenni. È stato protagonista della posa del primo cippo a fianco del Duomo di Pola. Per Dorigo il ricordo della terribile strage di Vergarolla deve diventare oggi un volano per costruire sul dolore di quella tragedia.
In sala anche il giornalista Paolo Radivo, che qualche anno fa ha firmato un volume sulla tragedia di Vergarolla, un’opera dettagliata e completa, scrupolosa com’è nel suo stile. Radivo, invitato a partecipare al dibattito, ha annunciato un secondo libro sul medesimo tema arricchito da nuovi documenti emersi dagli archivi d’Europa e d’Oltreoceano. Un lavoro in fieri nel quale anche il Circolo Istria si riconosce, nella sua missione mai interrotta. “Dobbiamo lasciare un seme – ha detto in conclusione il presidente Ezio Giuricin – una traccia, affinché coloro che verranno dopo di noi possano coltivarlo e portare avanti le nostre tradizioni, i nostri valori, la nostra identità, la nostra cultura. Noi dobbiamo continuare a fare il nostro dovere, la nostra parte, stimolando il rigermogliare di nuovi frutti”.
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