A Trieste, come dappertutto, ci si incontra ai convegni, ai dibattiti, alle presentazioni, incrociando idee e progetti, spesso assegnando alle persone un profilo provvisorio, spesso superficiale: a volte l’occasione permette finalmente di approfondire e allora… si scoprono storie meravigliose.
Chi vive sul confine è un intreccio di esperienze, personali e familiari, di scelte, partenze e ritorni e battaglie infinite con la burocrazia che vorrebbe situazioni trasparenti e senza sbavature, impossibili su queste rive nord adriatiche. Ne ragioniamo con Dorotea Giorgi, per tutti Tea, donna dalle mille idee, capace di stare in prima linea.
Tea collabora, da socia volontaria attiva, con l’associazione di donne Luna e l’Altra, fondata nel 1990 nell’ambito dell’esperienza basagliana di deistituzionalizzazione del manicomio di Trieste. Coordina, dal 2011, il gruppo di lettura espressiva Le Voci, nell’ambito del progetto di genere Una casa tutta per noi. Nel 2008 ha fondato, con tante altre, la Casa Internazionale delle Donne, molto attiva in città. Ma sono solo alcuni esempi.
La… mula de Parenzo
La incontriamo in una giornata ventosa di fine estate, si parla di calendari, di appuntamenti. Ma tu Tea, dove sei nata?
“A Parenzo, precisamente nella stanzia Babici di Villanova di Parenzo, nella casa dei nonni materni – son una ‘mula de Parenzo’”.
Come nella famosa canzone spesso intonata dalle genti di questa terra durante incontri, feste, com’è nella nostra indole. E così nasce il racconto.
“Sì la mia storia è legata a quella dei due nonni: sia Antonio, Toni Giurgiovich, di Momiano (Buie) che Giorgio, Jure Barolin, di Kosinosich, Parenzo, con le nonne Teresa Braico e Maria Pribetić, sono stati importanti nella mia infanzia: passavo mesi d’estate con loro, con zie, zii e cugine/cugini. Da figlia unica, queste due estese famiglie istriane mi hanno fatto sentire parte di qualcosa di più grande”.
A Momiano ti senti a casa?
“A Momiano mi sento ‘a casa dei nonni’, nel paese dove è nato mio papà Piero e dove ho abitato quasi un anno, dopo i primi 40 giorni a Babici, dove mia mamma è andata a partorire – come spesso succedeva in quegli anni quando si nasceva tra le pareti domestiche – per non essere sola, dato che mio papà viaggiava molto, per lavoro. I miei genitori si erano conosciuti e sposati a Fiume. Poi, nel 1951, siamo venuti a Trieste, dove Piero viveva e lavorava già nel 1936. Anche a Kosinosich mi sono sentita nel mio mondo, per l’ambiente così intimo, per questa splendida famiglia allargata”.
«Sentirmi ovunque a mio agio»
Questi “miscioti” hanno prodotto conoscenza e lontananze, le famiglie sparse, zie e cugini che non s’incontrano da anni. Succede anche a te?
“Io mi definisco una donna di frontiera e di frontiere ne ho attraversate molte. Con la famiglia allargata dei Barolin ci incontriamo regolarmente, tra Trieste, Pola, Clarici (Dignano), Roma, Milano, Torino. Siamo ormai alla quinta generazione, partendo dai miei nonni. Dalla parte dei Giurgiovich ci eravamo un po’ perse di vista, con le quattro cugine, ma una di loro mi ha ritrovata, il mese scorso, dopo decenni. Ho rivisto anche sua figlia e di questo sono proprio contenta. Sono storie frequenti in questa nostra realtà di popolo sparso, i legami si sono sfilacciati ma mai persi veramente, basta poco per riallacciare quei contatti che rendono importante la nostra percezione di comune appartenenza”.
Vivere al confine significa incontrare la diversità ma anche la libertà. Come?
“La libertà – parola a me molto cara – di sentirmi a mio agio in molti luoghi, diversissimi tra loro: il Sud Italia (adoro la Campania e la Sicilia), i Paesi del Mediterraneo, dal Magreb alla Grecia, al Portogallo, a Cipro (cfr. Breviario Mediterraneo di Predrag Matvejević mi rappresenta moltissimo, è stato formativo per capire certe dinamiche), al Messico. Ogni Sud mi attrae e rende facile il rapporto con l’altro, con la diversità, in particolare col mondo delle donne”.
Il ruolo della «Casa»
La Casa Internazionale delle Donne che ruolo ha per Trieste?
“La Casa è, da 17 anni ormai, un luogo di incontro di donne di ogni continente, molte trovano qui un primo contatto in assoluto con il mondo locale, possono parlare della loro storia, portare la propria esperienza. Grazie a Melita Richter, sociologa croata, triestina per amore, prematuramente scomparsa, che ci ha insegnato tanto ma soprattutto a praticare l’accoglienza, senza giudizi, anche verso chi è in viaggio e considera Trieste una tappa nella propria vita. Un esempio: i corsi di italiano per donne hanno raggiunto in certi anni punte di 90 iscritte, con 18 donne volontarie che se ne prendono cura – insegnanti di lingua, baby sitter, facilitatrici, mediatrici… Melita ci ha lasciato un’incredibile eredità con l’impegno, da parte nostra, di continuare la sua opera. Qualche anno fa durante i nostri incontri, abbiamo scoperto che nessuna di queste donne giunte da zone di guerra, aveva conosciuto i nonni, spesso neanche i genitori. Questo dato di fatto ci ha fatto riflettere sulla nostra condizione, così diversa, così fortunata”.
La solidarietà femminile come si manifesta… se e quando esiste?
“Esiste, eccome, nella mia lunga esperienza di vita: negli anni ‘70, grazie alle operatrici del manicomio di S. Giovanni, ho conosciuto il femminismo, che si praticava nelle case; negli ‘80 sono nate diverse associazioni di donne e abbiamo gestito il Telefono Rosa, a spese nostre; nei ‘90, con Assunta Signorelli e la sua equipe, si è aperto il Centro Donna Salute Mentale di via Gambini, dove si applicavano terapie del benessere, oltre a dare i farmaci strettamente indispensabili. Ho frequentato anche la Scuola estiva della Società Italiana delle Storiche, alla Certosa di Pontignano di Siena: bellissima esperienza di studio tra donne, in un luogo ‘magico’”.
“Nel 2006-2009 abbiamo inventato e realizzato la Casa ed è nata tra un folto gruppo quella che Gabriella Musetti, poeta, letterata, editrice, ha efficacemente definito come ‘un’amicizia progettuale’, un pensare e agire insieme. Anche Luna e l’Altra, nata nel ‘90, è attiva, dopo 36 anni, ed ha una convenzione con ASUGI DDSM, per il progetto ‘Una casa tutta per noi’, ora BIS, che si configura come centro diurno diffuso dedicato a donne con esperienza di disagio mentale. Dal 2011 a oggi, con le Voci nate al centro diurno, leggiamo insieme, ad alta voce, una volta alla settimana, per 90 minuti, presentiamo libri, partecipiamo a convegni, eventi… Sono tutti esempi di attività ‘bottom – up’ nate dal basso, alla portata di tutte. Basta avere voglia di mettersi in gioco e partecipare, la solidarietà si esplica nel ‘fare insieme’ e sostenerci nei momenti di difficoltà che ognuna di noi può attraversare. La solidarietà tra donne è una ricchezza, un’esperienza unica e coinvolgente”.
Il manicomio di Trieste
L’esodo ha cambiato il volto di Trieste, molti ne parlano con difficoltà. È ancora un trauma da superare?
“L’esodo è un trauma di 80-70-60 anni fa, non superato da molte persone e, in molti casi, dai loro discendenti, perché fa gioco – ad alcuni – che non si superi. Io vorrei, per i miei cinque nipoti, e le tre pronipotine – nate a Trieste e residenti a Umago –, che si guardasse di più al futuro, di Trieste, della nostra regione, dei Balcani, dell’Europa tutta”.
Per i giovani la consapevolezza di avere radici in un territorio vasto e composito, è considerata una ricchezza?
“I ‘giovani’ sono tanti, ognuno con le proprie caratteristiche, non inquadrabili come gruppo compatto. Se guardo ai miei nipoti – una femmina e quattro maschi –, e ai loro amici, vedo bambini, ragazzi e adulti che frequentano le scuole e lo sport, con profitto, che studiano all’estero, che lavorano e una, in particolare, ha scelto di vivere in Istria, tra Buie e Umago, nei luoghi di Tomizza; tutti parlano diverse lingue. Quindi sì, la molteplicità di culture del nostro territorio è una ricchezza”.
Il manicomio di Trieste accolse molti esuli, la storia di Giovanni Doz è una vicenda esemplare, ma ce ne sono altre ancora inesplorate?
“Oltre a Doz, ci sono anche molte storie di donne, alcune portate alla luce da amiche studiose e storiche come Gloria Nemec. Nel suo libro ‘Dopo venuti via…’ la Nemec analizza per la prima volta le fonti medico psichiatriche nel grande Ospedale psichiatrico provinciale commentando il quadro dell’accoglienza cittadina, soprattutto nei confronti di coloro che fecero più fatica a riassorbire i cambiamenti, a superare le fratture della loro storia e le minacce alla loro identità. Tante sono le donne passate per S. Giovanni, esuli e non, come Alberta F. di cui ha scritto, già nel 1996, Giovanna Del Giudice, o Angela Silla Wulz, la cui cartella clinica è stata scoperta e studiata dalla storica Diana De Rosa, di cui abbiamo presentato l’ultimo libro ‘Scatti di follia’ solo qualche giorno fa, giovedì 24 settembre, al Caffè S. Marco, a Trieste, naturalmente”.
Letture, presentazioni, accoglienza, è una città che si muove spesso in dignitoso silenzio, o comunque con infinito garbo raccontando storie di osmosi, integrazioni, rispetto. È la città di donne impegnate che dalla loro appartenenza a un mondo che non si ferma al confine, hanno tratto un’arma potente, l’impegno nella cultura e nel sociale.
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