Un istriano di Moncalvo nella bufera della Tripcovich

Sergio Flegar, direttore amministrativo al tempo del fallimento, continua a cercare tra i documenti e le testimonianze le motivazioni della fine della compagnia marittima

Sergio Flegar a una serata del Rotary di cui è stato presidente nel 2008/2009

Si può accettare il fallimento di una realtà economica che ha assorbito la tua vita? Percorso difficile e controverso, diviso tra la volontà di lasciar andare il dolore e lo sgomento e il bisogno di sapere, di sondarne le dinamiche fin nei minimi particolari. Il fallimento della Tripcovich, fondata nel lontano 1895 come “Ditta Diodato Tripcovich – Società di Armamento ed Agenzia Marittima”, impegna da anni Sergio Flegar, cresciuto in questo mondo, dal conseguimento del titolo di ragioniere all’ascesa al ruolo di direttore amministrativo. Tutto si svolse nel labirinto di stanze del Palazzo Tergesteo che s’affaccia su Piazza della Borsa e su Piazza Verdi, il cuore di Trieste.
Perché Flegar?
“Perché mio padre aveva navigato con la Tripcovich per una vita ed è uno dei motivi per cui giungemmo a Trieste nel dopoguerra”. Sergio è nato a Moncalvo (Gologorica) nell’Istria che gravita su Pisino, storicamente dei principi tedeschi e della chiesa di Aquileia, non veneziana quindi, ma che ha dato i natali al famoso storico Carlo De Franceschi e ai rampolli della famiglia Peschle (tra cui Cesare Peschle per molti anni direttore del Dipartimento di Ematologia ed Oncologia dell’Istituto superiore di sanità, mancato a Roma all’età di 70 anni)”.
Perché questo bisogno di ricostruire una storia societaria, ma anche personale?
“Per ciò che questa realtà lavorativa aveva rappresentato da sempre per la mia famiglia. Quando sono mancati i miei genitori mi sono accorto di non averli conosciuti a fondo. Una domanda mi assillava: erano stati felici? In effetti il loro mondo era fatto di lavoro e cura nei miei confronti, volevano che la mia vita fosse diversa, possibilmente migliore della loro. Avevano frequentato tutti e due le scuole a Moncalvo sotto amministrazione italiana che dal 1918 al 1943 aveva governato l’Istria. Ma la loro lingua madre era lo slavo. All’epoca del ventennio, delle 550 anime che popolavano il paese, solo 50 erano italiani. Le due lingue comunque si parlavano correntemente. Io nacqui poco lontano, a Rismanizza, località di provenienza di mia madre Caterina Grzic o Ghersi, nella casa della nonna Anna Cattanaro. La nostra terra è fatta di questi continui scambi di lingue e nazionalità, difficile segnare delle linee precise, è un mosaico e una continua osmosi per dinamiche imposte dalla storia”.
In che modo la sua vita s’intreccia con la realtà di Moncalvo?
“Mio padre trovò lavoro alla Tripcovich per interessamento della famiglia Peschle, quando nacqui ci assegnarono un piccolo appartamento nella casa settecentesca dei De Franceschi. Mio padre si era trasferito a Trieste già nel 1940 tornando saltuariamente a casa. Fu in uno dei suoi ritorni che ebbe modo di incontrare mia madre e nel 1943, anno della mia nascita, si sposarono”.
Tornando però a navigare?
“Aveva già fatto la campagna d’Africa, dopo nove mesi di permanenza venne inglobato dalle truppe delle Nazioni Unite e andò a Shangai. Partì da Massaua il 27 agosto del 1937 con il p.fo ‘Conte Biancamano’, lo stesso che nel dopoguerra porterà da Trieste, gli esuli nei lontani continenti. Nel ’43 venne preso dai tedeschi e mandato in un campo di internamento. Fu liberato dagli americani nel 1945. Nel ’46 era nuovamente sui rimorchiatori della Tripcovich. Con la mamma decisero di optare per l’Italia, nella nostra terra era difficile rimanere dopo la guerra e il nuovo regime di Tito, così partimmo alla volta di Trieste con una corriera sgangherata”.
Che effetto le fece la città, le nuove condizioni?
“Vidi il mare per la prima volta definendolo una ‘lokva’ che in slavo significa lago e aggiungendo una riflessione: il nostro Bachin, il bue, qui si sarebbe finalmente abbeverato. Non sapevo che il mare fosse salato, nessuno prima me l’aveva spiegato. Il primo anno di scuola lo trascorsi in ‘castigo’ nell’angolo o dietro la lavagna perché insistevo nel mio mutismo e non rispondevo all’insegnante. Il motivo era molto semplice: non capivo la lingua. Ma si viveva un’epoca in bianco e nero, le sfumature non erano contemplate, se non ti conformavi, venivi semplicemente messo al bando. Ma dopo quel primo anno folle, mi ripresi e mi rimisi al passo con gli altri”.
Che cos’era Moncalvo nell’immaginario di un bambino sradicato dal proprio ambiente?
“L’idea di giorni in libertà, felici, di corse sui prati. Col tempo ci ritornammo per qualche visita, ma era il viaggio che mi angosciava. C’era un ricordo traumatico che mi accompagnava. Quando superammo per la prima volta il confine con quella corriera sgangherata, una compaesana aveva consegnato a mia madre una lettera per un parente di Trieste. I poliziotti la trovarono nella sua borsetta e le fecero mille domande. Ci fecero scendere, la fecero spogliare per una minuziosa perquisizione. Siccome non trovarono nulla ci fecero ripartire trattenendo la missiva, ma rimase in me il senso del malessere provato in quel frangente e l’idea del confine si trasformò in un trauma mai rimosso”.
Ce ne sono stati altri?
“Ingenuo, dichiarai al corso di ufficiali che frequentai a Trieste dopo la visita di leva, che i miei genitori fossero di madre lingua croata. Per me era una cosa scontata, senza alcun retro-pensiero. Ne pagai lo scotto durante il servizio militare che non potei fare come ufficiale, perché considerato alloglotto, ma come sottufficiale e pur essendomi classificato tra i primi dieci del corso quando scelsi, come da mio diritto, la destinazione Bologna, mi mandarono a Messina. Ma ormai ero un giocatore di calcio con una grande esperienza maturata a Trieste, anche nelle file della Triestina, e questo mi aiutò a destreggiarmi. L’amore per lo sport non mi ha mai abbandonato, ma tra raggiungere le vette dei professionisti e impegnarmi a scuola, scelsi la seconda opzione e mi diplomai. Poco dopo entrai alla Tripcovich, prima nell’amministrazione per diventare col tempo direttore e amministratore dello stabile del Tergesteo”.
È stato in quella soffitta che ha recuperato tutto il materiale che sta sistemando e studiando sulla storia della compagnia?
“Doveva andare al macero per decisione della direzione, ma ottenni di dargli un’altra sistemazione. È materiale prezioso che sto ancora rivedendo per capire l’evoluzione della compagnia sino al suo fallimento”.
Perché questo fatto l’ha colpita tanto, che cosa ha intuito di quanto stava succedendo?
“L’ho vissuto molto male, sono ancora convinto che, individuati i responsabili della crisi, si sarebbe potuto procedere a un suo risanamento. Ma eravamo in piena campagna Mani pulite e anche la Tripcovich pagò lo scotto”.
Nei dossier che ha scritto nel tempo ci sono anche episodi della famiglia dei fondatori…
“Alcuni membri della famiglia mi hanno consegnato le lettere di Gilda. Era così chiamata la moglie di Diodato, Ermenegilda Balzani Pozza che era nota per redigere giornalmente, dal 1915 alla sua morte avvenuta nel 1943, su agendine minuscole, una specie di diario, tutti gli avvenimenti importanti nella loro vita. La sua scrittura è talmente minuscola che spesso ho dovuto usare la lente d’ingrandimento per poterla decifrare. E poi ci sono le lettere del marito che lei aveva conservato con cura e che narrano della vita familiare, sentimentale, dei figli… e poi le foto dei loro album conservate dalla nipote di Diodato, Maria Luisa de Banfield Mosterts. Tra i materiali ho trovato anche copia delle schede giornaliere delle uscite dei velivoli austriaci e delle loro azioni durante la Prima guerra mondiale 15-18. Mi è stato possibile così ricostruire la loro ascesa, dalla loro residenza in Montenegro, a Dobrota, a Trieste e nel mondo”.
I giornali naturalmente si occuparono del fallimento…
“Nel manoscritto sulla storia della famiglia riporto gli articoli a firma Paolo Rumiz che per II Piccolo seguì la vicenda del fallimento sin dall’inizio. In una frase riassume una ‘tragedia’ economica: ‘…i 6.000 dipendenti di un impero che va dall’Europa danubiana al Mare del Nord, da un giorno all’altro non hanno più certezza sul loro futuro… la tardiva indignazione di fronte al fallimento Tripcovich, diventano per Trieste qualcosa di estremamente grave. Diventano l’altra faccia di una lunga, colpevole distrazione… L’affondamento della società triestina è una storia di uomini, e in questa ne spiccano due: il presidente Raffaello de Banfield, figlio dell’ultima Tripcovich e l’amministratore delegato, conte Agostino della Zonca’…”.
All’epoca del fallimento lei era vicino alla pensione?
“Mi mancavano alcuni anni che feci in parte a Civitavecchia e in parte a Trieste”.
Perché le sta tanto a cuore questa vicenda, al di là di una questione personale legittima?
“È la storia di un’ingiustizia che l’Italia ancora non conosce, come la nostra di esuli, spesso definiti senza eccezioni”.

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