Una trilogia in arrivo, nella quale l’autore ripercorre altrettanti luoghi dell’anima e, insieme, una vicenda personale e collettiva fatta di identità, lingue, esodi, memoria e convivenze. Usciranno nei prossimi tre mesi, racconta. Li immagina come altrettanti quaderni nei quali raccontarsi attraverso le diverse realtà che ha incontrato e vissuto nel corso della sua vita.
Il primo è “Il friulese d’adozione”. “Non sarò mai un friulano puro – spiega il farmacista di Cividale – ma ho attinto parecchie caratteristiche da quella realtà, l’ho ammirata, conosciuta e, in qualche modo, mi sono immedesimato nella sua cultura. Il secondo, probabilmente il più importante sul piano emotivo, è ‘L’istriano di sentimenti’. Il terzo è ‘L’asburgico di Trieste’, dedicato alla città nella quale sono nato e che ha rappresentato, fin dall’inizio, un mondo particolarissimo e affascinante”.
È con l’Istria che emerge questa ricchezza di identità plurale, a volte tanto bistrattata e mal compresa?
“Infatti, è proprio qui che la dimensione personale si intreccia con la grande storia. Nel corso degli anni ho raccolto pubblicazioni, scritti e lezioni universitarie di diverso tipo, soprattutto legati agli anni della dissoluzione jugoslava. Per tanto, il materiale è diviso in due parti: la prima arriva fino al 2000 e affronta, tra le altre cose, il tema dell’eredità identitaria e della mia storia familiare”.
La logica interetnica
Perché la storia familiare, che cosa indica?
“Le mie famiglie erano distribuite secondo una logica interetnica. Da una parte il padre, di formazione prettamente istro-veneta, con Venezia come riferimento e “vera capitale morale”. Dall’altra la madre, più vicina alla componente slavo-istriana, pur con una nonna veneziana ed ebrea. Due mondi che non si sono scontrati, anzi dentro la famiglia si sono incontrati. Questa è dopotutto la caratteristica della nostra realtà. Mio padre era una persona libera, estranea a ogni contrapposizione etnica. La madre, invece, aveva aderito maggiormente all’impostazione culturale della costa che dell’interno istriano”.
Non si trattava, però, di una scelta nata dal nulla?
“Certo, c’era lo zampino del fascismo. Le scuole italiane durante il Ventennio avevano infatti una matrice fortemente nazionalistica. Poi, per la madre, arrivò l’esperienza drammatica della segregazione nel mondo comunista, mentre il marito era già partito per mare. Non si sono visti per oltre tre anni, un’esperienza difficile e molto amara. Una frattura familiare che avrebbe avuto conseguenze anche sulle generazioni successive: mia sorella fu profuga, io invece nacqui a Trieste. È anche attraverso questa esperienza che nasce la mia particolare posizione rispetto alla memoria. Richiamando il teorema di Hansen, voglio ricordare che spesso chi parte sceglie di non parlare più di quelle vicende, mentre i nipoti tornano a cercare il “tempo perduto””.
Il «pendolo istriano»
E Franco Fornasaro dove si colloca?
“Mi metto senz’altro a metà strada. Da una parte la vita nel socialismo reale e nella laicità civile dell’epoca comunista, dall’altra i periodi trascorsi dai nonni in Istria. Un’Istria che considero un po’ malinconica, un po’ triste, ma estremamente bella da un punto di vista paesaggistico e di libertà assoluta. La mia generazione ha vissuto la dissoluzione della Jugoslavia, la crisi delle ideologie, un mito che sembrava eterno. Ma anche l’apertura dell’Europa e dei suoi confini, un processo che oggi appare normale e che invece, per chi lo ha attraversato, è stato una lunga fatica”.
Questi quaderni rappresentano un passo successivo nella sua scrittura?
“Aveva già provato a leggere questa realtà negli anni Novanta, parlando dell’Istria come di una “utopia o laboratorio etnico”. L’Europa, nella sua vastità, è comunque un laboratorio continuo. E in un laboratorio ci devono essere conoscenze e regole, ma è nella sperimentazione che possono venire fuori dei buoni risultati. Da qui il concetto di “pendolo istriano”, espressione utilizzata anche da Corinna Gerbaz del Dipartimento di italianistica di Fiume. Abbiamo dovuto oscillare, o abbiamo subito un’oscillazione. Ma adesso siamo talmente contemplativi di questo pendolo che non possiamo staccarci da nessuna di queste eredità. Anzi, abbiamo capito che sono una ricchezza”.
I maledetti nazionalismi
Una ricchezza che, però, non sempre è stata facile da vivere?
“Chi non segue la direttrice del consenso, quella del mass media o della processione unitaria, rischia di trovarsi fuori dal coro. Ed è proprio da qui che nasce anche la volontà del Circolo Istria di Trieste di cui faccio parte, di mettere a confronto più eredità culturali e più differenze etniche. Così è stato con Dorigo, con Miglia, con Depangher, figure che avevano dato vita al circolo come strumento per guardare in maniera diversa al futuro”.
Tra questi anche Fulvio Tomizza, quale ruolo può avere oggi il suo pensiero?
“Ha visto delle cose in anticipo. Ha guardato a un tempo perduto, consapevole che non sarebbe più tornato nella forma in cui era esistito, ma nello stesso tempo ha saputo guardare al futuro.
Un futuro nel quale la diversità può diventare una forma di identità generale e universale, fondata sul maggiore rispetto reciproco. A patto che vadano a catafascio i maledetti nazionalismi. Si deve proprio ai nazionalismi del Novecento una delle grandi cause delle contrapposizioni che hanno segnato il mondo europeo e, in particolare, il microcosmo dell’Adriatico orientale”.
Convivenza positiva
E oggi, ai giovani che vedono il mondo in maniera completamente diversa, che cosa resta di quella sofferenza identitaria durata decenni?
“Questo è uno dei grandi problemi della nostra generazione. Dobbiamo insistere nel raccontare le cose, ma a 360 gradi, così come si sono svolte. Non una memoria selettiva, dunque, ma una memoria capace di tenere insieme i fatti positivi e quelli negativi. Far capire che nel passato esistevano forme di convivenza positiva. Un esempio: oggi è l’inglese a svolgere il ruolo di lingua franca. Ma, nel piccolo mondo adriatico, quel ruolo era svolto dal veneto coloniale, dall’istrioto e, in parte, anche dal ciacavo dalmata ricco di venetismi. Era una lingua franca che capivano tutti, pur mantenendo ciascuno, nella propria casa, nella propria comunità religiosa e nella propria tradizione, la propria identità”.
È un modello che dovrebbe essere trasmesso e insegnato ai giovani?
“Il giovane che viene fuori da matrimoni misti, il giovane che impara l’inglese perché se no non sopravvive, se ha dietro tutto questo background affronterà molto meglio anche il futuro. E in questa prospettiva anche l’Europa può diventare davvero una costruzione di tante patrie, ma di un unico insieme che è proprietà di tutti: l’identità europea”.
Che cosa ha insegnato il Friuli a Fornasaro?
“Innanzitutto la bellezza di esprimersi nella propria lingua. La marilenghe friulana diventa così un elemento identitario, non come chiusura ma come possibilità di riconoscersi. Il friulano, continua a essere parlato anche dalla comunità friulana all’estero: una lingua che consente di condividere esperienze e storie. Lo stesso vale per il fiumano, oggi riconosciuto come bene immateriale della Croazia. Un idioma che ha imparato non in maniera forzata, ma attraverso l’uso quotidiano, nei canti, nelle conversazioni, nel modo di stare insieme. Il rispetto per la propria lingua diventa uno strumento di convivenza”.
Il capitolo triestino
Il terzo quaderno porta Fornasaro a Trieste, dove ha vissuto fino ai 25 anni…
“È la Trieste di San Giacomo, un quartiere autoctono sloveno che dopo la Seconda guerra mondiale cambia profondamente anche per l’arrivo di molti esuli giuliano-dalmati. Ma è soprattutto la Trieste operaia. Nei cantieri arrivano persone dall’Istria, dalla costa, dal Piranese, dal Rovignese, da Buie. Ricordo un compagno di banco nato a Buie, la cui famiglia aveva trovato lavoro a Trieste dopo il Memorandum del 1954. Il quartiere cambia, ma una cosa rimane fortemente presente: il mito austriaco. Un mito riconosciuto, in qualche modo, da comunità diverse. Perché l’esperienza asburgica aveva lasciato due elementi fondamentali: la possibilità di parlare più lingue senza che questo diventasse una contrapposizione e il senso dell’ordine, della burocrazia, del rispetto delle regole e dell’interculturalità. Il mito asburgico diventa così una memoria di ordine e di equilibrio, legata alla figura di Francesco Giuseppe e a un’idea di Stato che, pur imponendo regole, non veniva percepito necessariamente come una forza di sovvertimento della vita quotidiana.
In questo universo linguistico e culturale, un ruolo particolare lo ha avuto il triestino.
Assolutamente, ricordiamo la grande tradizione di Carpinteri e Faraguna, capace di portare in teatro, alla radio e nella cultura popolare un mondo che andava ben oltre Trieste, scendendo fino alle Bocche di Cattaro, dove arrivava la realtà dei marinai e di chi usava il Veneto da Mar. Un mondo fatto di convivenze. Così a Trieste il dialetto diventa quasi il linguaggio unificante: mette tutti d’accordo, sloveni, greci e persone arrivate da altre parti del mondo”.
I sacerdoti dell’esodo
I tre quaderni non esauriscono i progetti di Fornasaro…
“Tra quelli in preparazione ci sono gli atti del convegno dedicato a Palatucci, organizzato nell’agosto 2026, con l’ipotesi di riprendere e ampliare il lavoro svolto, con un altro incontro nel 2027. E poi c’è un progetto dedicato ai sacerdoti. Due mondi apparentemente diversi, ma accomunati da una stessa domanda: come si può, nei momenti più difficili della storia, mantenere viva l’attenzione verso l’altro? Palatucci, a mio avviso, è stato un gigante. Al di là delle valutazioni storiche, c’è il dato umano: aver messo a rischio la propria vita per salvare persone perseguitate, compresa la fidanzata che non poteva sposare perché etnicamente diversa e la madre di lei.
Ma Palatucci rappresenta anche una figura dello Stato capace di mantenere intatto il valore di essere funzionario e non semplicemente impiegato”.
Dall’altra parte ci sono i sacerdoti dell’esodo…
“Sono cresciuto nella loro formazione, ne ho conosciuti tantissimi. Al di là delle differenze, ritrovo in quelle figure una stessa attenzione all’altro, al bisogno e alla sofferenza. È anche per questo che il nuovo lavoro non vuole limitarsi a ciò che emerge dagli archivi delle diocesi ma mettendo in campo anche ciò che sentiva la gente comune, anche chi non frequentava regolarmente la chiesa, ma riconosceva ancora in quell’istituzione un punto di riferimento. Una memoria, ancora una volta, che non vuole essere né celebrativa né univoca, ma capace di mettere insieme persone, storie e identità differenti”.
Tre quaderni, una sola storia?
“Esatto: l’identità non è necessariamente una casella nella quale rinchiudersi. Può essere, al contrario, il risultato di incontri, contaminazioni, memorie e lingue diverse. Ed è forse proprio questa la chiave con cui guardo al passato e, soprattutto, al futuro”.
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