Storie di intensa istrianità in un campo di Venezia

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Storie di intensa istrianità in un campo di Venezia

Tutto ebbe inizio da quella parata che una ragazza, giovanissima, seguiva dalla cornice della finestra di casa, lui guidava la colonna, affascinante nella sua divisa. Alzò gli occhi e la vide, un tuffo al cuore. Umago non era la sua città, lui era di stanza a Pola, proveniente dal Veneto. Ci sono distanze che l’amore non sia in grado di superare? Iniziò un intenso corteggiamento con viaggi in vaporetto Pola-Umago, Umago-Pola, come s’usava allora.

Qualche anno dopo nacquero Alessandra, nel 1945, e le sue sorelle ormai lontano dall’Istria.
La guardiamo raccontare. Il suo volto illuminato da un ampio sorriso comunica accoglienza. Alessandra Chinaglia, poetessa, psicologa, psicoterapista psicoanalitica, delegato europeo SIEPP(Società Italiana European Federation of Psychoanalytic Psychotherapy), oggi vive a Venezia dove i suoi genitori la portarono qualche anno dopo l’esodo. Ci abbraccia in Campo Santo Stefano, un piccolo mondo di amici e parenti intorno. La città della laguna è così, una rete di rapporti che il resto del mondo forse ha dimenticato. Si gira a piedi, è inevitabile guardarsi negli occhi. E sono solo alcune sensazioni di questo incontro con una conterranea, della costa occidentale dell’Istria.
“Mio padre era militare di professione, comandante di forti militari, a Pola, Castelnuovo d’Istria… Quando si sono conosciuti mia madre aveva le trecce bionde di una sedicenne, si prova tenerezza al solo pensiero. Si sono sposati dopo sette anni di corteggiamento, scegliendo, forse perché era di sabato, un 29 febbraio, non è curioso?”.

Lasciata Umago, vi fermaste a Venezia?

“Partimmo nel ‘46. Papà era stato destinato a Roma impegnato in una difficile opera di bonifica, lo sminamento lungo la linea gotica. I primi ricordi di bambina sono quelli di Frasso Sabina, dove la mia famiglia visse fino al ‘48. Ricordo il rottame di un tank tedesco, luogo dei miei primi giochi. Ma d’estate mi riportavano a Umago dalla nonna, gli uomini della famiglia erano già a Trieste, le donne ad Umago, così fino al ‘52. L’esodo era una prova di resistenza, di qua e di là. La nostra casa era affacciata sul mare davanti alla fabbrica Arrigoni, che lavorava il prodotto di grandi distese coltivate a pomodori. La spiaggia era a due passi, ho cominciato a nuotare ancora prima di imparare a camminare. Acqua, barca a vela, nella mia vita ho avuto modo di girare tutto il Mediterraneo… caro, antico mare,/quiete di sempre… È una delle poesie che amo di più, i miei figli la considerano un frammento essenziale di storia della mia vita”.

Ma non è solo questo?

“Il capodistriano Francesco Semi la lesse e decise di raccogliere i miei versi in un libro di poesie. Un grande momento”.
Ci allunga un’altra delle sue pubblicazioni. S’intitola “Il fico e la betulla” e questa è stata voluta dai suoi figli, Shaul e Eva, dalla prima scritta nel 1953 al 2003, cinquant’anni di versi che raccontano il suo cammino. Essenziali, incisive, scivolano come vita ad aprire l’anima, belle, da rileggere, musica.
“Papà vinse un concorso, aveva la possibilità di venire a Trieste, ma scelse Venezia dove prese servizio all’interno di possenti fortezze nelle quali perdersi, piene di richiami e di fantasie. Quando l’esodo divenne definitivo, le mie estati da Umago si spostarono a Trieste, dove a turno, noi tre sorelle, riempivamo le case dei parenti. Mia sorella Giuliana vi si trasferì per i suoi studi musciali. È diventata una famosa cantante lirica”.

L’estro artistico era di casa, solo una coincidenza le vostre attitudini?

“C’è un fatto curioso che amo citare: quando arrivavano a Frasso le lettere del nonno materno, Paolo Chitter di Umago, era una festa e non solo perché ci portavano l’aria familiare, ma anche perché erano scritte in rima, in regolari, ordinate terzine. Negli anni scoprimmo che c’era questa vena in famiglia, il cugino del nonno era il famoso poeta vernacolare istriano Tino de Gavardo, mazziniano, morto di tifo giovanissimo nella sua Capodistria. Da parte di mio padre ho poche notizie, rimase orfano giovanissimo e così si arruolò nell’esercito”.

Perché la poesia?

“È arrivata in modo molto naturale quand’ero bambina. Dopo l’esodo sono state pubblicate in Italia sulle riviste delle associazioni di Pola e Umago. Nel ‘70 la prima raccolta. La poesia ha sempre significato aria di famiglia, è un bisogno di mettere a posto le parole che salgono spontanee. All’inizio ci sono state le rime. A otto anni dedicai dei versi all’albero che mi accompagnerà per una vita, inizia così: Il mio fico è stanco/ perché ha lavorato tanto… In tutte le case ho sempre curato un albero di fico. È tenace, sa adattarsi”.

È questo il legame con l’istrianità? A un certo punto il desiderio di ritornare, per quali percorsi?

“La vita è spesso la capacità di adattarsi alle situazioni difficili. E in questo senso, la mia provenienza da un mondo istriano, segnato dalla storia, è stata fondamentale. Innamorata del primo marito, sono andata a vivere in Israele, dove ho conosciuto l’esperienza dei kibutz. Tra istriani ed ebrei non c’è tanta differenza, lasciare la terra, essere in un posto e pensare a un altro. È una parte strutturante della nostra vita. Riguarda anche gli affetti delle persone, mai conclusi. Ho lavorato per vent’anni nell’ospedale psichiatrico di Venezia, dopo aver studiato a Londra con Anna Freud. Il nostro era un metodo molto diverso rispetto a Basaglia. Avevamo un approccio psicoanalitico, un faro per tutta Italia, ma a un certo punto il vento arrivato da Trieste aveva portato grandi cambiamenti, così mi sono spostata all’Università di Padova dedicandomi alla docenza. Il mio secondo marito insegnava architettura, aveva diversi studenti provenienti dall’Istria. Capiva il mio desiderio di ritorno, così ci siamo messi a cercare e abbiamo trovato casa a Daila. Era il 1990, non certo un momento semplice per comprare, ma insieme eravamo forti, innamorati di quel mare che si spalancava davanti a questa casa del Cinquecento che abbiamo restaurato su suo progetto. Il tutto avveniva dopo anni in cui avevamo vissuto in America, in India, rifiutando di fermarci negli alberghi, cercando sempre una casa da abitare. Per me è fondamentale”.

Chi è stato a infonderti questo amore per la tua terra?

“Credo mia madre, era martellante, il fatto che fossi nata a Umago, unica delle tre figlie, mi rendeva spettatrice passiva dei suoi racconti, tanto che ci fu anche il tempo del rifiuto. Non accettavo le divisioni, di cui non conoscevo la radice, così mi misi a studiare dai libri di storia per constatare le tante omissioni, anche il fatto lapalissiano dell’alleanza tra fascismo e nazismo veniva sorvolato. Mi sono costruita una mia ragione di quanto successo fino a essere in grado di restituire ai miei figli un’Istria diversa, consapevole ma mondata di tanti inutili luoghi comuni. E poi è arrivata la casa e anche loro hanno sviluppato questo rapporto con la terra degli avi. Sono l’unica della famiglia a essere tornata. Mio marito è sepolto a Verteneglio. Al suo funerale c’è stata un’incredibile partecipazione, le donne sono venute a casa mia portando una torta, una delle cose più commoventi che io ricordi”.

Che rapporti hai sviluppato in Istria con la gente del posto?

“Devo dire che per me l’Istria non è un ritorno, io la vivo davvero. Uno dei primi incontri era stato con Fulvio Tomizza a Giurizzani, gentilissimo, preso dai suoi alberi, dalla campagna alla quale manifestava un amore profondo. Poi ho conosciuto Giuseppe Rota. Insieme siamo andati a una cerimonia dei Lions di Mestre dove ci avevano assegnato una medaglia, bellissima serata. Un suo lavoro teatrale venne portato al teatro Toniolo. Sono diventata amica del sindaco di Cittanova e di un architetto di Parenzo, allievo di mio marito, persona colta. E tanti altri amici. L’Istria è parte di me, con la sua ricchezza, come una rappresentazione interna di una piccola parte del mondo, multietnica e multiculturale, un posto quieto di grande movimento. Ciò che mi colpisce è la particolare dignità degli istriani che è assenza di servilismo, forse il suo valore più alto. Il contadino si rivolge al medico o all’avvocato con pari fierezza che è segno d’indipendenza. Forse è dovuto alla sua storia, all’antica relazione col mondo, tutti avevano in famiglia un marinaio che andava ad Hong Kong, il contatto con l’altrove era reale e non c’era chiusura. Il mare della gente che sceglie il mare, rende diversi, è così che mi sento”.

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