La storia delle terre del confine orientale si intreccia con quella di molte figure femminili, esempio di coraggio, di determinazione e dedizione. La memoria ci riporta a Norma Cossetto, la giovane trucidata in Istria dai titini, il 5 ottobre di 83 anni fa, che sarà ricordata in molte cerimonie su tutto il territorio nazionale. A Trieste in quella data si svolgerà la solenne commemorazione con la deposizione di corone d’alloro presso il monumento a lei dedicato, nella tradizionale cerimonia che vede la partecipazione di FederEsuli, delle Associazioni e delle autorità civili, religiose e militari. Un universo femminile che è passato attraverso l’esodo, che è rimasto nelle comunità abbandonate, spesso rappresentando l’unico pilastro su cui gravava tutto il peso della famiglia. Alle donne di questa storia l’autrice Valentina Motta ha dedicato due recenti opere: “Donne, eroine, martiri delle foibe. Storia al femminile sulla frontiera orientale (1943-1945)” e “1948 Il terrore. Prigioniere sotto Tito”, quest’ultimo dato alle stampe nel 2026. Due volumi che raccontano vicende di resilienza e capacità di non perdersi d’animo, nemmeno nell’inferno della prigionia, delle violenze, degli atti crudeltà cui sono state sottoposte. Donne di valore, la cui memoria e il ricordo sono stati troppo spesso dimenticati o addirittura cancellati volutamente dalla storia, perché ritenuti scomodi esempi di amor di patria e attaccamento alle proprie radici, principi che dovevano essere cancellati dal nuovo assetto di regime. Valentina Motta le ha volute invece ricordare, riportando alla luce testimonianze vive di quei giorni: grazie ad interviste ed immagini, molto spesso inedite, presenta al lettore uno spaccato di dolore vissuto in quegli anni, visto attraverso gli occhi di vere e proprie eroine. In particolare, il titolo più recente accende un faro sulla repressione del regime di Tito a guerra finita. Nel 1948 si inaugura infatti una stagione di epurazioni politiche con l’istituzione di veri e propri campi di prigionia, destinati a coloro i quali non erano d’accordo con i nuovi dettami politici o venivano segnalati perché facenti parte di una comunità divenuta scomoda. Nel libro si parla di quelle donne perseguitate, deportate e rinchiuse nei campi del sistema concentrazionario jugoslavo, come Goli Otok o Sveti Grgur: mogli, madri e figlie diventate “nemiche del popolo” perché legate ad una famiglia non assoggettata al nuovo equilibrio politico, sospettate di essere ideologicamente sbagliate o per semplici accuse arbitrarie. La ricostruzione documentale della scrittrice parla di suprusi, in un drammatico quadro di fame, lavori forzati, torture psicologiche ed isolamento. Un meccanismo spietato per colpire non soltanto il fisico, ma anche e soprattutto fiaccare la psiche, distruggendo i legami con la comunità e la propria identità.
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.







































