Silvio Delbello: «L’esodo è stato vissuto come un atto privato da ognuno di noi»

A colloquio con Silvio Delbello, per lunghi anni presidente dell’Unione degli Istriani-Libera provincia dell’Istria in Esilio e uomo chiave della storia dell’associazionismo giuliano-dalmata

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Silvio Delbello: «L’esodo è stato vissuto come un atto privato da ognuno di noi»
Silvio Delbello. Foto: ROSANNA TURCINOVICH GIURICIN

Silvio Delbello nato a Umago, presidente per lunghi anni dell’Unione degli Istriani-Libera provincia dell’Istria in Esilio, è un uomo chiave della storia dell’associazionismo giuliano-dalmato. In tanti anni di impegno diretto ha esplorato tutte le possibilità di mantenimento di una realtà, di crescita di una comunità, ma anche di un ritorno possibile nelle terre d’origine. A 70 anni dalla fondazione dell’associazione che l’ha visto presidente per ben 15 anni, quali le sue valutazioni? “Oggi – ci dice – ho tanto tempo per pensare”.

Si è focalizzato soprattutto sulla storia familiare raccontando, con i suoi fratelli e la sorella, una prima vicenda della famiglia, le atmosfere e il contesto di un’Istria d’altri tempi. Ma l’esplorazione è continuata nel tempo ed esce oggi un libro su “Orzàn di San Lorenzo di Daila”, un viaggio nei secoli scorsi, dentro all’Ottocento, per cogliere le radici di una storia sia personale che collettiva perché emblematica di una storia più ampia.
“Perché l’esodo – ci aveva detto in un’intervista di qualche anno fa –, nonostante fosse un fenomeno di massa, è stato vissuto come un atto privato da ognuno di noi, con diverse sensibilità e conseguenze. Pertanto, ciascuno lo elabora in modo molto personale. Ad esempio, nella mia famiglia, qualcuno non era mai tornato, fino a tempi recenti, a rivedere la propria casa. Io ho scelto di accompagnarli in questa esperienza ed è stato bellissimo. Mentre, anche tra i dirigenti delle associazioni, c’è chi non ha mai smesso di mantenere contatti con la propria comunità, vedi Arturo Vigini che ha pagato questa scelta, a Vigini è stata tolta la presidenza dell’Associazione delle Comunità istriane, eppure non è mai venuto meno al suo impegno di riportare i paesani a casa nella festa di San Giacomo. Insieme andammo, tra i primi col tricolore, anche a Pisino a omaggiare, con la bandiera italiana, i nostri morti. Ci accompagnavano Giovanni Radossi del Centro di ricerche storiche di Rovigno, TV Capodistria, la stampa. Poi ci spostammo a Parenzo, per ricordare i sepolti della foiba di Vines”.

Pillole di una storia più grande.
L’Unione degli Istriani – Libera Provincia dell’Istria in Esilio nasce nel 1954 dopo il ritorno di Trieste all’Italia e la contemporanea perdita anche dell’ultimo lembo d’Istria ceduta alla Jugoslavia col Memorandum di Londra. Ma nasce anche per l’effetto di diverse strategie politiche da avversare in quel momento, quali?
“Nasce da una profonda sofferenza, ma anche dal desiderio di un possibile riscatto: 70 anni or sono maturò l’idea, ma anche la convinzione, che per noi istriani tutto fosse perduto, la terra e la possibilità del ritorno! L’Unione degli Istriani nacque in quel frangente, direi proprio voluta intensamente per contrastare questi convincimenti e la consapevolezza che si sarebbe dovuto lasciar perdere poiché non c’era più nulla da fare. Tale atteggiamento fu alla base, allora e ora, di tutta l’attività e di tutte le iniziative dell’Unione degli Istriani che si attivò con forza anche per contrastare gli effetti del Trattato di Osimo. Una strada contro per cercare di stringere forte nel pugno la sabbia che il tempo tentava di far scivolare tra le dita”.

In che modo la politica triestina e nazionale ha influito sulla separazione del mondo dell’esodo in diverse associazioni?
“Le associazioni sono nate come espressione di diversi movimenti politici e quindi hanno seguito molteplici direzioni diversificando il loro impegno: l’ANVGD – Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia emanazione della Democrazia Cristiana; l’Associazione delle Comunità Istriane raccoglieva le formazioni politiche democratiche del CLN. Il nostro mondo rifletteva, in modo speculare, le divisioni della società di allora, ma anche le scelte di campo, da questo punto di vista eravamo lo specchio di una realtà composita che, nel nostro piccolo, aveva portato a una necessaria seppure pericolosa parcellizzazione. L’Unione degli Istriani era sorta in armonia con gli organismi esistenti e con la promessa sulla fiducia e collaborazione dei rappresentanti del Comitato di Liberazione dell’Istria, poi trasformatosi in Associazione delle Comunità Istriane. Per quanto riguarda il Memorandum di Londra, il CLN, pur condividendo l’opposizione alla ratifica, aveva dichiarato di ‘non potersi opporre perché il Comitato era un organismo dei partiti e quindi non poteva agire contro le loro direttive’. Pertanto, Lino Sardos Albertini, si adoperò anche in sede parlamentare romana per evitare la ratifica del Memorandum e votare invece una mozione di approvazione della politica del Governo”.
“Anche a seguito di questa esperienza decise di costituire l’Unione degli Istriani, associazione che ebbe modo di presiedere fino al 1963. Dopo essere stato presidente della Giunta Diocesana di Azione Cattolica, nel 1967 venne rieletto presidente dell’Unione degli istriani ricoprendo l’incarico sino al 1976. Furono numerosi gli interventi in campo nazionale e internazionale sul problema della Zona B, venne pubblicato anche il famoso comunicato della ‘speranza disattesa’ con cui l’Italia dichiarava che non avrebbe ceduto la Zona B. Sappiamo benissimo che l’esito fu l’esatto contrario! Purtroppo, lo dico con rammarico, gli interessi della politica nazionale e internazionale sono sempre stati più forti di noi: come non citare il condizionamento del PCI nei confronti del Governo, gli accordi di Brionitra Berlinguer e Tito del 1975 e gli accordi Usa-Jugoslavia, sono tutti episodi che hanno spostato l’ago della bilancia a nostro sfavore. A ciò si aggiunge la totale mancanza d’appoggio di alcune associazioni e dei partiti triestini che con il loro atteggiamento hanno assecondato, se non addirittura sollecitato, la cessione della Zona B facendo con ciò venir meno anche la solidarietà di chi intendeva aiutarci”.

Era il periodo in cui le famiglie ritornavano a trovare i parenti in Istria, a Fiume, a rivedere le proprie case: era un atto privato. Come veniva visto dall’associazione?
“Era una decisione privata e l’Unione degli Istriani la rispettava. Non era condiviso il ‘ritorno dell’osteria’ di quanti andavano in Istria per mangiare a buon prezzo e non perché amassero la nostra terra, sembrava quasi una mancanza di rispetto”.

Quali le grandi sfide politiche affrontate dall’associazione nel corso degli anni?
“Dopo la firma del Trattato di Osimo, la vita dell’Unione degli Istriani è stata caratterizzata dalla violenta contestazione dell’ingiustizia subita. Nel frattempo era diventato presidente Italo Gabrielli, che con passione esplorò tutte le possibili vie per impedire l’approvazione del Trattato e al quale non rimase altro che protestare assieme a tutti gli istriani che ebbero il coraggio di dire no alla cessione della propria terra. La presidenza Italo Gabrielli fu caratterizzata dalla violenta contestazione anti Osimo, materializzata anche con tazebao esposti alle finestre della nostra sede, con comunicati e altre iniziative per segnalare le negatività per Trieste del Trattato. Va anche segnalato il trattamento punitivo della Prefettura di Trieste, che tagliò l’aiuto economico all’associazione”.

C’è una frustrazione di fondo sulle mete mai raggiunte, vedi beni abbandonati, eppure il lavoro è stato importante. Perché, ci si chiede ancora oggi, non fu possibile raggiungere risultati soddisfacenti?
“Purtroppo oggi è facile, ma anche molto amaro dare una risposta: parliamo di mancanza di collaborazione e di concordia fra le organizzazioni degli esuli incapaci di individuare obiettivi comuni e giusti nonché armonizzare le iniziative da intraprendere. Va aggiunto che è pure mancato il coordinamento con le forze politiche. Della situazione ha approfittato Roma per sfuggire ai propri impegni. Noi più anziani dicevamo ‘per fortuna verranno i giovani’: sono arrivati e la litigiosità non ha fatto che aumentare”.

Perché a Trieste continua a essere difficile parlare di esodo?
“L’esodo è un argomento cardine per chi l’ha vissuto, pertanto si tratta di un mondo destinato a scomparirese i figli degli esuli non continueranno a parlarne. A Trieste spesso ciò non avviene e quindi diventa un tema consegnato all’oblìo, che cerchiamo di salvaguardare affidando la memoria al nostro grande Museo diffuso. Ecco a cosa mi riferisco. Le nostre ‘Case del Ricordo’: IRCI, Magazzino 26 (ex 18), CRP Padriciano, la Foiba di Basovizza, la Risiera di San Sabba, i villaggi costruiti per i profughi. Il futuro Museo Romano, di cui abbiamo appreso via stampa, rappresenta certamente un passo importante per la diffusione a livello nazionale della storia e della cultura delle nostre genti vittime dell’esodo, ma il ‘nostro unico Museo’ è a Trieste: è nato in via Torino e ora ha trovato collocazione definitiva in Porto Vecchio o Porto Vivo, come preferisco chiamarlo. Al Magazzino 26, custode dell’anima di ‘Magazzino 18’, si affiancano il CRP di Padriciano, ideato e realizzato dall’Unione degli Istriani, e il Centro di Documentazione presso la Foiba di Basovizza affidato alla Lega Nazionale. In sintesi un ‘museo diffuso’, che dobbiamo sostenere con forza a Trieste, ‘capitale dell’esodo’ che piaccia o no”.

San Pellegrino, il “peregrinus”, patrono di Umago, è lo “straniero su questa terra e alla ricerca del sacro”. Cosa ha significato per lei il ritorno ufficiale, l’inizio della collaborazione con la Comunità di Umago?
“Con l’avvento a Umago in tempi recenti di amministratori aperti e disponibili si riesce finalmente a realizzare iniziative che mirano alla conservazione delle tradizioni storiche, degli usi e costumi della nostra gente. Le differenze fra esuli e rimasti non possono essere cancellate, perché le due realtà hanno avuto percorsi diversi. Ciò non toglie che ci sia un minimo comune denominatore su cui lavorare insieme. Su questo delicato argomento, la Famiglia Umaghese ha interpellato l’intelligenza artificiale e le risposte di ChatGPT sono davvero interessanti e condivisibili: per brevità riporto di seguito la Conclusione di ChatGPT: ‘Il futuro dei rapporti tra gli esuli istriani e i loro discendenti e le comunità italiane in Istria dipenderà dalla volontà di entrambe le parti di impegnarsi in un dialogo costruttivo e di lavorare assieme per valorizzare il patrimonio culturale e storico condiviso. Con il sostegno delle istituzioni locali, nazionali ed europee, attraverso iniziative mirate, è possibile costruire un rapporto basato sulla comprensione reciproca, la cooperazione e il rispetto’. Il testo integrale della risposta di ChatGPT è riportato su Umago Viva, l’houseorgan della Famiglia umaghese attualmente in stampa…”.

Schengen doveva cancellare i confini, la politica ha spento gli iniziali entusiasmi, i controlli sono comunque solo formali. Più difficile superare i confini mentali, riusciremo mai a concepire questo mondo come un’unità, non sarebbe per tutti un ritorno a casa?
“I confini mentali sono personali e ogni individuo li crea o li cancella a seconda delle proprie convinzioni. I confini politici sono creati per dominare il territorio e la gente che vi dimora e hanno, purtroppo, la facoltà di imporre anche il tipo di relazione fra le popolazioni al di sopra del confine materiale. Mettere fine a questo confine è una necessità che il tempo ci regalerà, lentamente, troppo lentamente per noi che abbiamo atteso per troppo tempo risposte alle nostre sacrosante domande”.

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