Il bar di Trieste è lo stesso, in fondo a via Lazzaretto Vecchio, davanti alla tabella con la poesia di Umberto Saba dedicata a “Una via nella quale mi specchio…”, ad attenderci ci sono Gino Polo e Renzo Poli. Più tardi ci vedremo con Laura Sterni, presidente degli Azzurri di Trieste. Il primo ci ha fatto avere qualche settimana fa il libro dedicato a Bruno Bianchi, nato a Trieste da madre rovignese, morto nel 1966 a soli 22 anni nella tragedia aerea di Brema, città che stava raggiungendo con la squadra degli azzurri di nuoto di cui era capitano. Morirono tutti sessant’anni fa in quel terribile incidente, e questo libro, voluto dalla federazione triestina nuoto, li ricorda. Renzo Poli, già dirigente sportivo, ci ha portato i libri sulla piscina Bruno Bianchi, quella costruita dal Governo Militare Alleato – come scrive Massimo Gobessi nel suo “La piscina coperta delle rive 1950-2005. Dai primi progetti all’epilogo”.

I ricordi di Gino e gli aneddoti di Renzo, Trieste vista in un periodo molto delicato, dagli spalti della piscina che dopo la tragedia di Brema verrà intitolata al giovane campione, Bruno Bianchi. Trasferita nel 2005 sopra il Molo Settimo del porto della città, porta ancora lo stesso nome.
Strabiliante scoprire come la storia di questo polo natatorio, aderisca alla storia della città, degli arrivi e delle partenze, dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati e a quello, che non si può chiamare esodo, ma è senz’altro uno spostamento di genti, una migrazione interna dei veneti verso Trieste e il resto d’Italia. Tutto in quegli anni Cinquanta.
“Le famiglie – racconta Gino – soprattutto la domenica raggiungevano la piscina, per far divertire i ragazzi che imparavano a nuotare, per stare in un ambiente caldo, accogliente e con le docce a disposizione”.
Ma perché lasciaste il Veneto?
“Mio padre era una figura d’altri tempi, creata dall’economia del Ventennio, aveva la qualifica di perito agrimensore, al servizio dei grossi proprietari terrieri. Nel dopoguerra la mezzadria entrerà in crisi e molte famiglie lasceranno la campagna per le grandi città. Una delle principali mete fu Torino, la Fiat risucchiava montagne di manodopera, come un’idrovora, per cui i veneti come gli esuli giuliano-dalmati. Noi avevamo un parente a Trieste, falegname provetto che al cantiere si occupava di arredi navali. Ci ospitò e per noi iniziò una nuova vita. Ebbi modo di studiare ed entrai alle poste. Fu lì che incontrai Livia Rocco, madre di Bruno e Leone Bianchi. Era stata presa come inserviente senza un inquadramento preciso e allora mi impegnai per farla assumere perché sapevo delle sue difficoltà col marito, tornato dal campo di concentramento molto provato e seriamente malato. Le nostre famiglie legarono. Quando ci fu la disgrazia, tutti cercammo di aiutarli”.

Ricorda il funerale?
“E come no! Ancora oggi mi commuovo. La bara di Bruno venne portata a spalla dalla piscina sulle rive, lungo le vie della città e fino al cimitero, seguita da una folla immensa. In breve tempo furono le poste a organizzare una manifestazione per ricordarlo. Ogni due anni si raggiungeva una città diversa dove c’era una piscina coperta come la nostra, per una gara di nuoto. Ricordo il viaggio in Sicilia, si iscrissero 450 persone, che vennero a seguire le gare di figli e nipoti, parenti e conoscenti. E tra questi i genitori di Bruno”.
Perché il nuoto?
“Per Trieste una tradizione radicata. Prima ancora della Bianchi, c’era la piscina all’aperto ai Bagni Ausonia, si facevano gli allenamenti, i parenti e i soci giocavano a carte occupando vari spazi circostanti. Le famiglie amavano questa condivisione, si stava insieme, si socializzava. Non saprei se gli esuli frequentassero questo ambiente, forse non da subito, ma negli anni molti istriani, fiumani e dalmati hanno dato il loro contributo allo sport triestino”.

Livia partecipava alle vostre iniziative?
“Certamente, era un modo per tenere viva la memoria del figlio. Quando ci fu la tragedia di Brema, io e mia moglie sentimmo la notizia alla radio e vista l’amicizia con i Bianchi telefonammo subito. Fu terribile scoprire che non erano stati avvisati, seppero da noi cos’era successo, sento ancora i brividi. Ma allora esisteva ancora la solidarietà e ogni volta che era possibile, ci si riuniva coinvolgendo tutti i figli come una grande e unica famiglia. Livia era orgogliosa dei suoi figli, dei risultati di Bruno, degli studi di Leone, diventato capitano marittimo prima di perire anche lui tragicamente alla Siot, gli venne addosso un tubo pesantissimo e morì sul colpo… Una famiglia veramente sfortunata eppure coraggiosa. Livia l’ho accompagnata fino alla fine”.
Apriamo i libri che ci ha portato Renzo Poli, memoria di tutti gli incontri della pallanuoto triestina con le squadre di tutto il territorio, Fiume in particolare. Ma come si viveva la piscina negli anni Sessanta?
“Vi operavano la Triestina nuoto – ci risponde – e la Società Edera, ma poi c’erano le palestre per gli allenamenti della box, frequentate dai fratelli Benvenuti. Ogni tanto compariva anche Nino già avviato alla grande carriera. Con Bruno Bianchi si conoscevano, socializzarono anche ai Campionati mondiali perché venivano dalla stessa terra, uno di Isola d’Istria, l’altro cresciuto a Rovigno. La piscina di Trieste ha dato nomi importanti all’agonismo: Spangaro, Pangaro, Dapretto, Del Campo e Martinuzzi che arrivava da Pola”.

Eravate in tanti a usare la piscina sulle rive?
“Al mattino si allenavano le squadre dell’esercito, poi i bimbi piccoli e dalle 15 era aperta al pubblico, la domenica era zeppa. Nelle altre giornate, dopo le 15 si allenavano gli atleti delle società, dopo le 22 entravano i subacquei. Ci furono anche dirette televisive all’epoca che fecero clamore. Ma si deve a Novella Calligaris il successo e l’interesse nazionale per il nuoto, la prima fra le atlete e gli atleti italiani a vincere una medaglia olimpica nel nuoto e a stabilire un primato mondiale, negli 800 m stile libero”.
Oggi cosa resta?
Entriamo con la presidente degli Azzurri di nuoto, Laura Sterni, nella piscina Bianchi che ha sostituito quella storica. Ci accompagna al primo piano dove è stata allestita, attorno a un busto in bronzo, una mostra sui successi di Bruno Bianchi. Il medagliere, le sue foto, i ritagli di giornale. Trieste ricorda.
Ma quando hai iniziato a nuotare?
“A cinque anni, forse sei. Siamo tre sorelle, amavamo la montagna, lo sci, ma abitando in via Franca, la piscina era sotto casa e così la scelta fu quasi obbligata. E poi ebbi la fortuna di incontrare una istruttrice eccezionale, la Lalla Cecchi che aveva fatto le olimpiadi di Roma e Tokyo proprio con Bruno Bianchi. E poi ancora sono stata seguita da Franco del Campo col quale ho vinto molte gare. Eravamo la seconda squadra femminile in Italia”.
Fuori dall’ufficialità, hai preso parte in Sicilia a una prova eccezionale qualche anno fa?
“È stato bellissimo attraversare a nuoto lo stretto di Messina, dal continente alla Sicilia. L’ho fatto come prova per vedere se potevo includere nel programma anche i parkinsoniani. Certo, vista la mia difficoltà, ogni tanto mi appoggiavo all’imbarcazione, ma poi raggiungevo il gruppo. Ci fermavamo un attimo anche quando dalle imbarcazioni che ci seguivano, i giornalisti filmavano e ponevano domande per le loro interviste, era molto libero”.
Qualcosa di indimenticabile?
“Quell’immenso blu che si perdeva a vista d’occhio, profondo, incredibile, ma non minaccioso, affascinante, misterioso. Il gruppo era composto da una ventina di persone provenienti da tutta Italia, un’esperienza unica”.
Finito il sessantesimo, continuerai le tue ricerche su Bruno Bianchi?
“Ci sono i carteggi da analizzare e tanti momenti da ricostruire, con l’aiuto della famiglia, degli amici, attraverso le foto, i documenti, la sua breve vita ha lasciato una scia immensa che non si esaurisce mai”.
Sono in tanti a continuare a ricordarlo insieme a questa Trieste sorprendente, a volte assente, sorniona, poi subito ironica, che si risveglia e rinasce piena di suggestioni. Che ama i suoi figli e ne piange le disgrazie. Casa per chi cerca casa. A volte pensiamo non sia un caso che degli ottantamila esuli transitati da questa città, i tre quarti si siano sistemati qui definitivamente. Arturo Vigini, fondatore dell’IRCI diceva: “Perché dalla finestra vedo l’Istria e l’albero davanti al cimitero di Collalto”. Magari è così: e allora per quell’albero, il mare, per il Carso, perché rende forte chi ha bisogno di nuove radici, Trieste getta nuove ancore per assicurare la nave della vita.
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.







































