Mentre andiamo in stampa la cerimonia di Ronchi dei Legionari davanti al Monumento dedicato all’Impresa di Fiume si sarà appena conclusa, coinvolgendo come tutti gli anni il 12 settembre le autorità locali, i rappresentanti d’arme, le associazioni degli esuli, pubblico affezionato, correnti politiche, uomini di cultura, curiosi e turisti di passaggio. Il monumento si trova in posizione defilata, seppure lungo la strada che dall’aeroporto procede verso Monfalcone. L’Impresa prese l’avvio da questa località con la partenza dei legionari alla volta della città del Quarnero. La località che si chiamava Ronchi già in epoca medievale, dopo questo fatto, divenne dei Legionari, in omaggio all’Impresa.
I Legionari e lo stesso D’Annunzio partirono dall’abitato, come ben raccontato nel film “Fiume o Morte!”, che il Comune con un documento votato dal Consiglio, ha deciso di proiettare nel locale cinema visto che Ronchi nella vicenda narrata dal giovane regista fiumano Igor Bezinović, viene messa bene in evidenza. Cosa curiosa, la decisione veniva presa ben prima che il film si vedesse candidato all’Oscar, notizia di questi giorni.
Tra storia e leggenda
La storia – come ben sappiamo e non smettiamo di sottolineare – non è una scienza esatta, va continuamente rivalutata quando ci sono documenti e testimonianze che creano nuovi alvei per la sua riscrittura. Nel caso della Prima guerra mondiale, ancora molto resta da dire.
Tra storia e leggenda anche l’Impresa di Fiume si apre continuamente a commenti e riflessioni aggiuntive, partendo dall’analisi dell’epoca in cui essa avvenne. La domanda alla quale spesso si cerca di rispondere è perché D’Annunzio decise di sperimentare questa via per superare la frustrazione della “vittoria mutilata”. Ecco cosa ci lascia scritto di suo pugno:
”Avevo ripreso le armi dopo l’armistizio ingiusto. Solo col fiore dei combattenti, avevo cacciato dalla città del Carnaro la ladreria dei Serbi e l’insolenza degli Alleati. Nel luogo della città di traffico avevo fondato una città di vita, per riaccendervi i fuochi che s’erano estinti su gli altari della Patria, per risollevarvi le immagini della Vittoria e della Grandezza che era stati abbattuti nel fango pingue di Roma. Perché la città di vita non fosse disfatta nello spazio rituale, dove io avevo innalzato le sue torri e i sui fari, era necessario che il sangue fraterno fosse versato. Era necessario che tra l’Italia nuova e vecchia Italia fosse posto il delitto inespiabile, fosse scavata la fossa insuperabile. Era necessario testimoniare, con le ferite con i morti e con le rovine, che l’Italia nuova respingeva per essere ogni conciliazione e ogni contaminazione. Così volli e così feci. Questa tragedia volontà di sacrifizio mi vorrà sopra le generazioni che verranno. Il dramma del Carnaro non è se non il dramma di tutta la Patria”.
Come spiegare il tutto a dei ragazzi?
Come spiegare a dei ragazzi che cosa intendesse il poeta e perché considerava ancora da definire l’appartenenza di Fiume. Il tutto si riconduce al concetto della “vittoria mutilata” che diventa argomento di un manuale a firma di Adriano Ritossa, da molti anni coinvolto negli eventi dedicati a Gabriele D’Annunzio, già consigliere comunale a Monfalcone a cavallo di tre decenni (dal 1975 al 1993); per quindici anni consigliere regionale, componente di importanti commissioni e dell’Aiccre, poi consigliere comunale a Staranzano e a Grado.
Sulla copertina il titolo deborda: “mutilato a sua volta – spiega –, come la storia che intende narrare”. A chi è destinato e perché? “Ai giovani – risponde – nella sua essenzialità, pochi cenni all’inquadramento storico, immagini significative, alcuni concetti fissati con doverosa cura e poi, per concessione del Vittoriale degli Italiani, ultima dimora di D’Annunzio dove tutto parla di Fiume, anche l’elenco completo dei Legionari, provenienti da tutta Italia, ma molti proprio dalle città dell’attuale regione FVG. Un lungo elenco da scorrere e cercare di capire, una testimonianza di giovani che affrontavano e scrivevano la storia”.

Foto: RTG
Le risposte di Lucio Toth
Che cosa indica il titolo? “Vittoria mutilata, è un’espressione coniata da Gabriele D’Annunzio nel 1918 per descrivere il sentimento di profonda delusione e tradimento italiano dopo la Prima guerra mondiale, sostenendo che l’Italia, pur avendo combattuto e vinto al fianco degli Alleati, non avesse ricevuto i compensi territoriali promessi dal Patto di Londra, in particolare la città di Fiume e parti della Dalmazia. Questo sentimento alimentò il malcontento nazionalista e nazional-fascista, spianando la strada all’ascesa del fascismo e all’impresa di Fiume”.
Perché D’Annunzio volle scendere in campo per i dalmati e i Fiumani? È una domanda che non lascia indifferenti e alla quale anni fa volle dare una risposta il mai dimenticato senatore Lucio Toth a un suo tradizionale intervento durante l’annuale Raduno dei Dalmati con un titolo emblematico “D’Annunzio per noi”. Un legame che ha portato – sottolineava Toth – a cercare, a scavare e a mutare atteggiamento nei confronti di un personaggio controverso. Una considerazione più attuale che mai.
Gli aspetti misconosciuti
“Negli ultimi anni – rilevava nel suo intervento – si sono scoperti aspetti misconosciuti: i rapporti di D’Annunzio con la letteratura europea più avanzata dell’epoca, la modernità del suo linguaggio solo in apparenza arcaicizzante, nella realtà innovatore, l’intuizione – forse fatale – di portare in politica lo spettacolo, la teatralità di massa, la piazza che dialoga con un leader carismatico…
Oggi sappiamo molto degli equivoci che l’impresa fiumana generò in Europa. Fu vista come espressione di imperialismo frustrato di un giovane stato-nazione incapace di affermarsi a livello internazionale. Ma anche come tentativo di palingenesi sociale e politica, per le sue innovazioni nei rapporti tra capitale e lavoro. La “Carta del Carnaro” è una bozza di costituzione che anticipa tempi e diritti: suffragio universale, voto alle donne, assistenza pubblica, diritto di famiglia aperto e progressista…”.
Scelse Fiume per manifestare le proprie convinzioni e di Fiume si legge in ogni angolo del Vittoriale che diventa una vetrina di passione e idee.

Foto: RTG
I discorsi dal balcone
“Ma soprattutto – secondo Toth – si deve constatare che i problemi, allora sollevati nei discorsi dal balcone di Fiume, ci stanno ancora davanti a un secolo di distanza. Tanto cieco quest’uomo non era! Ma a noi di tutti questi aspetti complicati di una personalità controversa come poche, che ce ne importa? Una cosa infatti ci sorprende di lui: il suo amore per noi dalmati, fiumani, istriani. Condiviso da una minoranza di italiani che nelle varie generazioni hanno saputo capirci. Impresa difficile, occorre riconoscerlo. Ma nella quale lui è riuscito. Nel cogliere le passioni e la tenacia del nostro sentire politico e civile, anche al di là delle provenienze ideologiche. Un sentire che non si esauriva nelle estasi (o isterie) delle piazze e dei teatri, ma si confermava nella lotta quotidiana, fino al sacrificio supremo sui campi di battaglia, nei lager, nel gulag, negli esodi del 1920 e del 1943-54. Questo aveva capito di noi, della nostra sofferta italianità, che cercava le radici nell’antichità romana, nei Liberi Comuni medievali, nella fedeltà incondizionata a Venezia, dopo secoli di orgoglioso contrasto alla sua egemonia in Adriatico. I popoli forti sono duri nella lotta, ma fedeli e leali nelle alleanze. Fino al Risorgimento e alla 4° guerra d’indipendenza, quella scoppiata per noi già nell’agosto del 1914 e che costerà al popolo italiano centinaia di migliaia di morti e di mutilati. E qui viene fuori una delle accuse più gravi alla figura di Gabriele D’Annunzio: il suo interventismo”.
Ma perché Fiume? Si può azzardare una risposta: La frontiera giulia, Fiume in particolare, era il crogiuolo di culture e tendenze diverse e cosmopolite; un luogo quindi adatto come pochi a essere sorgente di cambiamenti epocali. Così lo percepiva D’Annunzio. Nella Fiume di D’Annunzio trovò il suo momento dirompente il binomio riscatto nazionale = riscatto sociale. Binomio pericoloso, come si vedrà, che sopravvive anche oggi nei Paesi ex-coloniali e nei Paesi emergenti. Ma era un binomio presente in tutto il pensiero europeo e americano dell’Ottocento.
Sentimenti tardo-risorgimentali
Indipendenza nazionale e democrazia sociale non erano una novità. In Italia le troviamo nel mazzinianesimo, nel radicalismo di sinistra, infine nel nazionalismo del primo Novecento. Furono questi sentimenti tardo-risorgimentali e insieme rivoluzionari che portarono molti movimenti politici a volere la conflagrazione mondiale del 1914, come fattore dirompente delle contraddizioni del capitalismo.
“D’Annunzio a Fiume li interpretò pienamente – affermava Toth –. E non fu un escamotage per uscire dalla noia esistenziale o dalla incombente impotenza creativa di un grande poeta. Ma la conclusione coerente di una vita tesa a un pensiero che si fa azione, come in tanti poeti-soldati del Risorgimento”.
Ed è quanto si cerca di indicare nel volume di Ritossa, concepito in pillole per catturare l’attenzione di chi legge senza approfondimenti, lasciati alla cultura e alla capacità di apprendimento di ciascun lettore, giovane o meno giovane.

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