La specchiera di Milena è stata spostata dall’esposizione sulla storia dell’esodo che per anni ha occupato diverse sale del Palazzo di via Torino nel centro di Trieste, nel gigantesco Magazzino 26, nuova destinazione gestita dall’IRCI. E così “la roba di Milena Tarabocchia”, un nome tra tanti di esuli che avevano affidato i propri averi ai magazzini del Porto Vecchio di Trieste, ha cambiato ancora una volta casa, dopo trafugamenti, incuria, incendi e ruspe al lavoro che hanno distrutto gran parte delle masserizie.
Milena, però, una donna volitiva e intelligente, ha contribuito a scrivere una storia che non muore. Una delle tante, eppure emblematica, che continua a riemergere dalle testimonianze di chi l’ha conosciuta. Colta e temeraria, discendente da una facoltosa famiglia di Lussinpiccolo, si rifugiò nel dopoguerra nella soffitta di conoscenti in quel di Muggia dove visse il poco tempo della sua condizione di esule, prima di rimanere vittima di un incidente che le costò la vita. L’amica di Muggia che l’aveva accolta e le era stata vicina, anni dopo nel Porto Vecchio scoprì casualmente i suoi mobili raccolti in un cubo, i famosi colli delle masserizie. Li avrebbe voluti riscattare, ma ciò non fu possibile. S’impose almeno di lasciare un segno, affidando questa storia a un testimone di quei tempi amari, suo figlio. Questa la loro vicenda.
… Milena era arrivata in questa soffitta nel dopoguerra, esule dalla terra istriana e quarnerina, ovvero da un’isola del Quarnero. Non avevo assistito all’arrivo, ma avevo avvertito tutta la tensione di quell’avvenimento annunciato dalla frenesia con cui mia madre aveva preparato quell’accoglienza. La soffitta apparteneva alla mia famiglia che l’aveva sistemata per una cugina che doveva sposarsi. Il matrimonio, andato a monte qualche mese prima dell’arrivo di Milena, aveva lasciato nella propria scia questo spazio trasformato in zona quasi abitabile. Non c’era l’acqua, che bisognava andare a prendere col secchio al pianoterra dove, in un angolo del magazzino, era stato ricavato anche lo spazio per un servizio igienico. Unico lusso, la corrente elettrica.
“Bene – aveva subito esclamato Milena al suo arrivo –, così non dovrò rinunciare a leggere qualche pagina prima di addormentarmi. Almeno una delle mie abitudini è salva!”.
L’aveva detto con una punta d’allegria nella voce, cercando di sdrammatizzare quella dimensione nuova per lei e per noi. La mamma l’aveva stretta forte, come fosse una ragazzina in cerca di consolazione, stampandole un bacio in fronte, da sorella maggiore, con fare protettivo.
Le avevo sorprese a sistemare le poche cose di Milena nella soffitta disadorna. Ero entrato con tutta l’esuberanza dei miei vent’anni, senza preoccuparmi del fatto che andavo a turbare un momento magico: le due donne, in quello spazio, cercavano di riannodare i fili di un’amicizia cercando di porla su quelle nuove basi che avrebbero caratterizzato per il futuro il loro rapporto.
Rimasi colpito dal sorriso di Milena, aperto, forse un po’ civettuolo, come di persona che è abituata a farsi corteggiare. Ma non c’era ambiguità in quest’atteggiamento, forse solo la voglia di piacere a chi le stava di fronte per un innato amore per il prossimo, non disgiunto da un’incredibile capacità di donarsi, senza riserve, a chi era pronto a starle a fianco, come avrei avuto modo di scoprire, conoscendola.
“Lui è Romano, il primogenito – disse mia madre, con un’espressione di trionfo stampata in volto, come solitamente accadeva quando doveva presentarmi a qualcuno –. Studia medicina. Pensa, avremo un medico in famiglia, il che ci fa sperare di poter vivere a lungo…”, e rise alla sua stessa battuta, mentre io e Milena continuavamo a sorridere senza trovare nulla di interessante da dirci…
Mia madre non immaginava certo di dovere ospitare Milena nella soffitta quando, da ragazza, aveva trascorso le vacanze nella ricca casa della famiglia Tarabocchia, sull’isola del Quarnero. Milena era nata da poco, la mamma era una sedicenne piena di entusiasmo e, all’epoca, già in età da marito. Si divertiva a portare a spasso quel batufolo per il parco della villa che arrivava fino alla spiaggia lambita da un mare pieno di profumi, che spesso la mamma ricordava con tanta nostalgia nella voce. “Sono stati i momenti più dolci della mia esistenza”, usava dire.
Si riferiva alla spensieratezza di quelle giornate trascorse nel fresco delle pinete, a prendere il tè sulla terrazza, o ad ascoltare la mamma di Milena, donna Ilaria, suonare il violino. Milena era cresciuta in quest’ambiente ovattato, ma pieno di stimoli. Il suo talento musicale s’era manifestato molto presto, per cui s’era provveduto a far arrivare dalla terraferma uno splendido pianoforte tutto per lei, uscito dal laboratorio del triestino Antonio Caffol e acquistato, qualche anno prima, da un ricco signore per il suo nipotino che aveva preso solo poche lezioni su quel magnifico strumento.
Milena era destinata a diventare un simbolo del futuro per la sua forza d’animo, l’estro, la capacità di uscire dalla banalità delle convenzioni. L’amore per il pianoforte era stato un autentico fuoco che continuava ad animarla, a farla vibrare ogni volta che ascoltava un’esecuzione senza sbavature, che amava commentare per farla sua. Ma in lei ardeva anche la passione per la pittura, nella quale riusciva già da ragazza a sublimare la forza del suo messaggio. Amava i ritratti, non quelli delle eteree figure femminili della sua famiglia. Girava con i fogli da disegno e il carboncino per ritrarre gli uomini al lavoro, gli strambi dei paesi circostanti, i pastori con le mani annerite dalla lanolina, le donne sfatte dalle tante gravidanze che si rinfrescavano i piedi nelle pozze d’acqua dopo una giornata trascorsa nelle doline a strappare la terra alle pietre e a metterla al riparo dal vento di bora e dalla pioggia che si portava verso il mare tutta la loro fatica.
Spesso la si vedeva costeggiare l’isola veleggiando con la barca che aveva fatto costruire in uno dei cantieri del paese passando giornate intere con i mastri, dando ordini, mettendo mano, con disinvoltura, alla “canavetta” che sostituiva i disegni e veniva discussa tra committente e proto.
Arrivava nascosta dentro a una strana tuta da lavoro, col berretto che completava quell’incredibile trasformazione. L’intenzione era di confondersi tra gli operai dello squero. Spesso la tradiva una ciocca bionda che spuntava da sotto il berretto, la carnagione delicata delle braccia che si scopriva tirando su le maniche fino al gomito e soprattutto quell’andatura così femminile che faceva spesso girare gli uomini che trattenevano a stento sguardi d’ammirazione. Sul viso minuto si spalancavano gli occhi, di un colore cangiante dall’azzurro al verde, dipendentemente dall’intensità della luce, dagli abiti che indossava, dalla profondità dello sguardo.
Fuori dallo squero era ammassato il legname che arrivava dalla Lika e dai monti Velebit: il rovere e l’olmo per il fasciame, il pino profumato per la coperta, il larice per l’albero. Milena aveva visto crescere di giorno in giorno quel piccolo gioiello, lo scafo prendeva forma sotto le mani esperte dei maestri, che si rifacevano a modelli precedenti, ma sperimentando sempre qualche nuovo particolare, delle migliorie che poi rivelavano tutta la loro importanza nel rapporto col mare, e, in un paio di mesi la “passera”, sei metri di lunghezza, cinque metri d’albero era stata varata nel mare azzurro dove spiccava con la sua bianca vela latina.
Il suo primo viaggio, quello di prova l’aveva fatto sotto costa e poi, via, verso il mare aperto, spinta dal maestrale o dal borino, verso l’orizzonte, verso quella linea che l’affascinava e la spaventava al tempo stesso per il richiamo, potente, che riusciva a esercitare sulla sua fantasia, sulla sua voglia di conoscenza, sul suo spirito d’avventura. La barca era stata sequestrata dai partigiani in tempo di guerra…
La prima volta che mi parlò della roba, diciannove colli, sistemati nel porto di Trieste la consolai dicendole che, trovata una sistemazione più degna, avrebbe potuto ritirare i mobili, i quadri, gli oggetti preziosi appartenuti alla sua famiglia, l’argenteria, i tappeti, i bauli con la biancheria e i vestiti. “Dopo, le dissi, lo farai dopo. Ora cerca di lottare per avere una casa tua, ce la farai”.
Ma lei continuava a ripetere. “Ho voluto caricare sulla barca le cose che pensavo mi sarebbero servite. Qualche armadio della mia stanza con la specchiera, un mobile della sala da pranzo, il tavolo e le sedie, i quadri appartenuti alla mia famiglia da quasi un secolo, alcuni mobiletti laccati che mi erano stati regalati da un amico capitano che faceva rotta per la lontana Cina”.
Quando Milena morì, cercai di rintracciare i suoi parenti, ma non vollero ritirare le masserizie, probabilmente non ne avevano bisogno o non lo consideravano necessario. Piansero la sua scomparsa.
Era andata a Trieste per fare incorniciare un quadro, uno di quelli che doveva esporre alla mostra che finalmente Trieste avrebbe accolto. Era scesa dall’autobus in piazza Oberdan mentre si scatenava il temporale. Indossava il soprabito e cercava di proteggersi con l’ombrello… La visibilità era minima, fu investita da una macchina. Pochi giorni dopo morì all’ospedale senza mai riprendere conoscenza.
La specchiera, ma anche altri oggetti, sono ancora custoditi con le altre masserizie nel Porto di Trieste al Magazzino 26, il suo nome è scritto a chiare lettere dietro i mobili, inconfondibile, racconta la sua vicenda.
Che fine fanno le cose che abbiamo amato? A volte rivivono nei ricordi, storie di un esodo spesso ignorato.
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