Succede che nel pomeriggio si alternino più visite del solito, soprattutto se piove e la giornata non procede, allora riesce a infilare un incontro dopo l’altro, non con leggerezza, no, cerca di curare tutto nei minimi particolari: l’apparizione, la conversazione, il congedo. Quando l’appuntamento si chiude, allora ride e si dà della vecchia pazza. Se c’è una cosa che funziona ancora – si consola – è la fantasia. Ma ha bisogno di spazio, di solitudine, di non rompere il ritmo delle giornate. Ne ha parlato con le amiche. Le hanno detto che questa è arteriosclerosi galoppante e che tra breve sarà tanto presa dai fantasmi da non riuscire a distinguere il vero dal falso. Si è anche spaventata un po’. Aveva deciso di puntare la sveglia per interrompere le visite immaginarie, per la paura di non rientrare nel suo tempo. Ma non ha fatto che disturbare la dolcezza degli incontri con il suono metallico, inopportuno, indiscreto che la metteva in imbarazzo di fronte agli ospiti. Quasi uno shock. Allora ha smesso. “Se devo perdermi, si diceva, meglio farlo laddove sto bene, tra le persone che amo”.
Da un po’ di tempo non riesce a riordinare le idee. Luciana e Mario la impegnano tutto il giorno e per lei, che non ha mai avuto ragazzi per casa, non è semplice. Vuole tanto bene alla nipote che assomiglia alla sua povera mamma e a suo fratello.
– Zia, a cosa stai pensando, ti ho chiesto se hai una penna. Zia, mi vuoi rispondere!
È sempre stata vivace, Luciana, sin da ragazzina. L’aveva conosciuta che aveva già compiuto dieci anni, era l’ultima di una serie di “mocciosi” avuti da suo fratello dalla donna che lo aveva convinto a rimanere in Istria quando lei e sua madre avevano deciso di andarsene. Il distacco era stato terribile dopo litigi a non finire. Due donne sole che affrontavano un’esperienza dura come l’esodo e lui che rimaneva per amore di una femmina.
Giorgio s’era impiegato nella bottega di un falegname. Guadagnava bene perché era bravo. “È un artista!”, lo lodava il suo datore di lavoro. Ancora alle prime armi aveva fabbricato i mobili della sua camera da letto e alcune mensole per la cucina. Aveva un carattere ribelle, non accettava di piegarsi alle imposizioni. “Perché me ne devo andare – continuava a ripetere – perché se ne vanno tutti? Questa è casa mia e da qui nessuno oserà cacciarmi”. Non era un comunista anche se aveva fatto il partigiano, semplicemente rifuggiva da ogni intruppamento. Anche durante la lotta era stato un solitario. Non si sapeva da chi prendesse gli ordini, agiva per conto suo, al momento giusto e nel posto giusto. Avevano tanta paura per lui, ma sapevano anche che il suo istinto, quasi animalesco, lo avrebbe aiutato in ogni situazione. Tornato a casa, s’era messo con una ragazza di una cittadina vicina, una slava corteggiata da molti suoi amici. Era stata quasi una sfida quel volerla conquistare a tutti i costi e lui, uomo d’azione, c’era riuscito. Al momento di partire aveva detto di no a quell’imposizione della storia, lo sconvolgeva piegarsi a un destino ingiusto dopo che aveva dato a piene mani per costruire un futuro. Sarebbe rimasto, la sua decisione era stata irrevocabile. La mamma, ormai aveva optato e aveva perso il lavoro. Era responsabile di un reparto della Fabbrica Tabacchi e in Italia le avrebbero offerto un posto analogo, non poteva certo rifiutare. Sapeva che avrebbe goduto di privilegi per il suo ruolo, la sua preparazione. La pensione non era lontana e doveva pensarci seriamente, la vita non le avrebbe offerto altre occasioni. Le discussioni con Giorgio finivano sempre in litigi. Lui e la mamma avevano caratteri forti, battaglieri, a differenza di lei che cedeva senza discutere, sempre pronta a sottomettersi alla loro volontà. Non si sentiva all’altezza di affrontarli, preferiva scomparire, eclissarsi nella sua timidezza. Quando partirono, lasciando Giorgio nella loro casa, la mamma giurò che non sarebbe mai più tornata. Invecchiando divenne più morbida, accondiscendente. Neanche Giorgio le aveva cercate nonostante s’informasse regolarmente presso amici, parenti e conoscenti, chiedeva di loro con molto tatto, con garbo e malcelato distacco per cui c’era sempre chi era pronto a raccontarlo magari mettendoci qualcosa di proprio per trasformare una questione familiare in un caso collettivo.
Ci sono voluti anni per arrivare al perdono, alla ricomposizione. Il ritorno in Istria per sistemare delle faccende patrimoniali: è stato allora che si sono rincontrati, davanti al palazzo del tribunale dove l’avvocato li aveva convocati. Giorgio, sempre fiero, orgoglioso, aveva ceduto trovandosi di fronte a quella madre diventata una vecchia signora con i capelli bianchi. La loro rabbia s’era sciolta, come per incanto, era bastato che si guardassero ancora una volta negli occhi. Non riusciva a credere a quel loro abbraccio. Quanti anni sprecati, pensava, scuotendo la testa e ripetendo “stupidi, stupidi, stupida cocciutaggine, benedetti istriani teste dure”.
A volte detestava il fratello perché aveva scelto la terra e l’amore. Lei avrebbe voluto Milan al suo fianco, ma non aveva avuto il coraggio di confidare questa passione a nessuno. In casa sarebbe scoppiato lo scandalo. Milan era arrivato in Istria durante la guerra per organizzare i partigiani. Non era più giovanissimo, alto, abbronzato, parlava con accento dalmata. L’avevo conosciuto in casa di una conoscente che dava ospitalità ai partigiani. Era andata a chiedere notizie di Giorgio. Milan non le aveva tolto gli occhi di dosso. Al momento dei saluti s’era offerto d’accompagnarla fino al lampione perché non facesse brutti incontri nel tratto di strada buia che separava la casa dal resto del mondo. In quei pochi momenti, avvolti dall’oscurità, si erano sentiti fuori da ogni contesto. Non esistevano più la guerra, né le differenze tra loro.
“Ci rivedremo?”, le aveva chiesto. Lei aveva risposto di sì in barba alla timidezza e a quella che sapeva già sarebbe stata la reazione della madre. Per la prima e unica volta mentì e tacque l’innamoramento, gli appuntamenti con Milan sempre più frequenti. Aveva vent’anni e lui era il primo uomo, in tutti i sensi.
Spesso, nei sogni a occhi aperti, è lei che va a trovarlo. Bussa alla porta della casa dove abitava, entra, come allora, dal retro, dopo aver saltato il muro di cinta e aver fatto, di corsa, il tratto di giardino che circonda la casa. Come un gatto tra i cespugli e i tronchi d’albero, con il cuore che batte all’impazzata e uno strano formicolio alle mani e al collo. Bussa, sale ed è già tra le sue braccia, ubriaca di futuro, disinibita, finalmente padrona di sé stessa per la forza che le viene dalla sua forza.
Un giorno le disse che era stato richiamato in Dalmazia dove doveva guidare un’importante azione, la guerra sarebbe finita subito dopo la sua partenza. Scrisse molte lettere convinto di trovarla al suo ritorno. Trovò Giorgio che gli diede la notizia della partenza, in modo distratto come si fa con uno sconosciuto o quasi.
Gli anni passavano. Corteggiatori ne aveva, anche buoni partiti, ma ogni rapporto finiva per asfissia visto il suo poco impegno, l’indifferenza dopo il periodo della conoscenza.
“Al tramonto – diceva sua madre – ognuno a casa sua”.
– Su, zia, tocca a noi.
Entrano nell’ufficio, Luciana ha bisogno del permesso di soggiorno. Una formalità, certo non glielo negheranno, lei che è figlia di ex cittadini italiani, sua nipote. La vede ugualmente in imbarazzo, inquieta.
– Perché ha scelto l’Italia – le chiede il funzionario.
– Perché sono italiana – risponde lei. Lui la guarda e poi scrive “Per motivi di guerra”, è il 1992.
Luciana esce contrariata. – C’era scritto che ho frequentato scuole italiane, c’era scritto che ho un padre italiano, serve a qualcosa il fatto che io mi sia dichiarata sempre italiana. Mi ha guardata come se fossi una bugiarda, perché ha dovuto scrivere una cosa che non ho detto?
– Avrai il permesso più in fretta – risponde la zia per consolarla.
– Non è vero, la trafila è uguale per tutti gli stranieri e qui io sono straniera, che ci faccio con la mia italianità, la iberno, la riservo per quando voglio passare il confine, per avere il piacere di sentirmi, ancora una volta straniera, anche lì dove sono nata?
– Colpa di tuo padre – l’ha detto senza pensarci un momento, non voleva farlo. Non sa come guardarla. Resta di stucco quando risponde.
– Hai ragione zia.
Non era così che la pensava suo fratello. Lui non aveva avuto dubbi. Ora voleva capire ciò che si agitava in questa testolina di giovane donna.
– Vuoi dire che non ti dispiace di aver lasciato la tua casa, la tua famiglia?
– Ma certo, credi forse che non abbia un cuore. Ma non si vive di zolle rosse, né di pietra e di mare. Voglio di più: poter parlare la mia lingua con chi mi pare, poter viaggiare, non dover contare i soldi per arrivare a fine del mese, bere un caffè ristretto, non dover consultare il vocabolario prima di andare dal medico, come fa papà. E poi, io lì non so più chi sono.
– Luciana, ma cosa stai dicendo? Non capisco. Perché?
– Credevo di appartenere a un piccolo popolo costretto dalla storia a rimanere al di là di un confine ma, nello stesso tempo, c’era il conforto di sapere, alle nostre spalle, un Paese grande che dava senso alla nostra identità. Erano solo fantasie, illusioni. Il piccolo popolo è un’invenzione della politica, il grande Paese non sa neanche chi siamo.
Ha parlato a raffica, senza fermarsi, con dolore. La zia ammira il suo coraggio, si rivede con la valigia in mano al momento della partenza. “Non ce la faccio, pensa, a passare questo calvario un’altra volta, dovevamo andare via tutti, allora”.
Sente nel cuore farsi ancora strada quel rancore assurdo alimentato con gli altri esuli durante gli incontri, i dibattiti.
Luciana è già tornata sorridente. Per lei la vita è un toro da prendere per le corna.
– A proposito di caffè, zia, entriamo a prenderne uno bello forte.
Gli uomini la guardano con ammirazione. Ha gli occhi splendidi di sua madre, i capelli scuri come il padre e anche il suo portamento fiero, è longilinea com’era la nonna. Giorgio gli anni l’hanno intristito, ma qualcosa di quella sua fierezza resiste ancora. Luciana seduta al piccolo tavolo del bar beve il caffè a piccoli sorsi come s’usa a casa sua dove si consuma come un rito. La guarda pensando a quanto tempo ci vorrà perché impari a tracannarlo in fretta, tra un impegno e l’altro.
Luciana e il suo fidanzato, Mario, sono laureati. Lui ha già lavorato in Italia presso uno studio dentistico. Lei certamente troverà qualcosa con la sua laurea in lettere.
“Sono ragazzi – pensa – hanno il futuro davanti”. Sa anche che non sarà facile. Tornano a casa in silenzio, ognuna rincorrendo fantasmi e sprazzi di futuro. L’appartamento è inondato di luce. Mario ha la mania di spalancare tutte le finestre fino a destarle una certa agitazione, sente profanato il suo mondo e vorrebbe ribellarsi, ma non ne ha la forza. In effetti, sta tergiversando curiosa di conoscere gli sviluppi di questa situazione assurda.
Mario ha preparato il pranzo. È goffo tra i fornelli, ma il risultato è ottimo.
Si ritrova a sera più stanca del solito, senza la forza di richiamare i suoi fantasmi per gli incontri quotidiani. Sente un profondo rimorso. Guai se si dileguassero, che cosa le rimarrebbe? La vita si svuoterebbe dell’unica cosa che è riuscita a costruire in questi anni: la dimensione onirica della sua esistenza, un sogno con pretese di realtà che la rende capace di amare, di soffrire, di esistere ancora. Non ha mai sopportato le attese, qualche volta capita che i suoi ospiti immaginari non arrivino con suo estremo disappunto. A dire il vero, prima di ogni incontro s’insinua il dolce e terribile tarlo del dubbio: “E se non venisse?”. I minuti si allungano e si dilatano, le mani cominciano a incontrarsi e a fondersi in gesti nervosi. Allora chiude gli occhi sperando di riaprirli su un’altra scena. Qualche volta funziona, altre volte no. Con questi ragazzi per casa ora è distratta da un sacco di cose e questi ritardi, e le attese, ormai non si contano. Da giorni non riesce ad addormentarsi come vorrebbe.
Con la testa leggermente sollevata da due cuscini fissa il buio che la circonda, ogni cosa, nella stanza è al solito posto, il letto, gli armadi, le sedie, gli specchi. Anche le ombre sono sempre le stesse. È lei che si sente strana: oggi ha rinviato un’altra volta il suo appuntamento con i fantasmi del passato e per la prima volta non ne è dispiaciuta.
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