La musica che ci racconta. Straordinario appuntamento alla Reggia di Venaria in occasione del Giorno del Ricordo 2026 con il pianista Giovanni Bellucci. L’interprete di fama internazionale, ha regalato al pubblico un concerto emblematico nel quale si riconosce anche il mondo giuliano-dalmata scomposto dalla storia, ma ancora palpitante. Un’esecuzione virtuosistica, ma anche una proposta filologica di rara bellezza, ha incantato il pubblico. Fiume – come ha ricordato Franco Papetti, presidente AFIM – ha voluto rendere omaggio a due nomi eccellenti nell’anniversario dalla loro scomparsa: Sergio Sablich, musicologo che con la sua sensibilità e grande competenza aveva saputo toccare le corde del giovane pianista Bellucci, con il quale s’era creata stima e condivisione. Sablich, scomparso nel 2005, operò a lungo in Piemonte negli anni Novanta dove fu direttore artistico dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Torino. Preparato, intransigente e rigoroso, sapeva riconoscere il talento e tributargli il giusto merito senza scendere a compromessi. Al concerto era presente la sorella Marina che vive a Firenze dove la famiglia fiumana s’era trasferita da Bolzano, prima tappa del loro esodo da Fiume.
Ricchezza nella diversità
La seconda dedica è stata quella a Paolo Santarcangeli, che a Torino aveva fondato nel 1965 la Cattedra di magiaristica. Scrittore e poeta, ma anche fine ricercatore e divulgatore della letteratura ungherese, scomparso nel 1995. Il suo emblematico carteggio con un altro poeta fiumano come Gino Brazzoduro è stato recentemente prodotto in cofanetto bilingue dall’AFIM con il titolo “Fiume città nuvola, polvere dei nostri pensieri” nell’ambito del progetto di ritorno culturale degli esuli. Un omaggio all’identità, al concetto di appartenenza di chi è stato costretto all’esilio. Erano presenti nella sala di Diana della Reggia di Venaria la figlia Anna Lea e i docenti che oggi continuano la sua preziosa opera, sempre all’Università di Torino, dove hanno rifondato il Dipartimento tanto caro al nostro autore.
Due fiumani esemplari, rappresentanti di quella cultura d’incontro e di scambi che bene definisce la città di Fiume e che il pianista Giovanni Bellucci, con un programma intelligente ha saputo sottolineare attraverso una scelta di repertorio che ben si sposava con la consapevolezza degli autori fiumani di appartenere a quel mondo mitteleuropeo sinonimo di ricchezza nella diversità.
Trama virtuosistica
Ecco che il riferimento all’Ungheria si palesa con Liszt, delle cui opere per pianoforte Bellucci è uno dei massimi esecutori. L’impervia trama virtuosistica diventa nella sua interpretazione un momento di sfida e cesello attraverso la capacità dell’interprete di proporre sempre nuovi spunti narrativi.
La scelta di eseguire Bach trascritto da Busoni rivela il rapporto con Trieste, dove Busoni aveva trascorso gran parte della sua infanzia in casa dei nonni materni, dai quali aveva appreso la lingua tedesca e la cultura austriaca. Riproporlo oggi significa svelare un amore profondo per la ricerca rivalutando sperimentazione e modernità.
Un’emozione senza tempo emerge con l’ascolto della Sonata “Al chiaro di luna” di Beethoven, restituita alla sua dimensione testuale originaria, lasciando il segno tanto negli esperti che vi leggono introspezione poetica che nei profani che colgono il potere evocativo della celebre composizione.
Al chiaro di luna…
Un brano che ha colpito i critici anche al recente concerto svoltosi a Ostia Antica dove questa interpretazione era attesa proprio perché introduce al lavoro monumentale che Giovanni Bellucci ha pubblicato in cofanetto dopo anni di lavoro per la Brilliant Classics. Ecco cosa ha scritto in quell’occasione il critico Teo Orlando: “Naturalmente il pubblico aspettava con ansia il pezzo più celebre della serata, ossia la Sonata op. 27 n. 2 di Ludwig van Beethoven, la celeberrima Mondschein (Al chiaro di luna). Tutti sapevano della ciclopica impresa discografica di Bellucci, che ha inciso di recente tutte le 32 Sonate e le 9 Sinfonie beethoveniane (nella trascrizione di Liszt).
E qui non si è smentito, accostandosi a Beethoven senza sdolcinamenti pseudoromantici e senza toni da pastello o da acquerello. L’Adagio sostenuto iniziale non è stato la solita melodia sognante: aveva quasi l’andamento di una marcia funebre spettrale, lenta, inesorabile, dove ogni terzina ribattuta pesava come un passo nel vuoto. Un’interpretazione che ha spogliato il brano dalle incrostazioni della tradizione per restituirgli la sua natura di “Fantasia” (infatti l’altro titolo della sonata è “Quasi una fantasia”). Il contrasto con il Presto agitato finale è stato violento, quasi brutale. Bellucci ha scatenato sugli arpeggi ascendenti con una maestria tecnica impressionante, trasformando il finale in una tempesta emotiva che prefigurava già il Romanticismo più autentico. Forse l’ultimo tempo era dedicato a una donna da Beethoven vanamente amata, ma la circostanza è per noi oggi pura esteriorità”.
Una stagione di sofferenze
Come non dargli ragione di fronte a una constatazione condivisa dal pubblico presente a Venaria Reale, che non ha lesinato commenti oltremodo positivi. A Beethoven è seguito Schumann che apre molteplici significati, non ultima la fuga da sé stesso, un esilio interiore pieno di richiami a una stagione di sofferenze del popolo istriano-fiumano-dalmata che oggi viene riconosciuta a livello nazionale e internazionale proprio col Giorno del Ricordo.
Anche i nostri Fiumani Brazzoduro-Santarcangeli amavano disquisire di musica e autori lanciandosi in lunghe riflessioni sul modo in cui i musicisti abbiano saputo anticipare tensioni e ripensamenti, mettere a confronto le culture, esprimere i dilemmi personali e sociali: “Ma poi c’è anche la consapevolezza, se vuoi intellettuale, dell’importanza di quella componente slava per la civiltà e la cultura europea – leggiamo nel carteggio dei due autori fiumani – un indispensabile apporto di quella Seele alla supremazia del Geist austrotedesco. Anima – Ordine; Sensibilità – Geometria; Pulsione – Struttura, ecc. Prendiamo il caso più evidente della musica: al termine del Geist c’è il silenzio di Webern; ma ascolta il boemo Mahler, il fiammeggiante Janacek e i simbolisti e futuristi russi (Blok-Esenin-Cvetaeva…). E Chopin? Questa folle meteora senza antecedenti né successori, irripetibile e ‘inspiegabile’ intromissione nelle dinastie della musica tedesca…”.
La storia si salda con la cultura
E proprio di Chopin, Bellucci ha scelto di interpretare “Souvenir de Paganini”, un momento di puro godimento in cui il virtuoso gioca con una materia delicata e coinvolgente come la reminiscenza del Carnevale di Venezia. Il pubblico ormai poteva seguire solo le sue mani volare sulla tastiera, il suo sforzo interpretativo che annunciava il pezzo successivo, ancora F. Liszt, con la Rapsodia Ungherese N. 12. Praticamente ha fatto vibrare corde già collaudate di un pubblico che riconosce melodie arcaiche e timbri strumentali del mondo a cui appartiene. Non è forse vero che Fiume è stata a lungo Corpus Separatum della Corona Ungherese? Ecco che la storia si salda con la cultura, anche e soprattutto quella musicale che ferma il tempo, lo restituisce puro, mondato dagli inutili orpelli per diventare ricordo eccelso.
Di G. Mahler/O. Singer, ha eseguito, dopo una breve pausa l’Adagietto dalla V Sinfonia nel quale s’insinua il ricordo delle scene del film “Morte a Venezia” del grande Visconti tratto dalla novella di Mann. Suoni cristallini, riferimenti a strumenti di un’orchestra immaginaria che cede variegati suoni al pianoforte. Pura magia, ma anche la consapevolezza del fatto che il suo pensiero, ‘’il mio tempo verrà”, sia indicativo di ciò che è stata l’esistenza per i nostri autori nella difficile posizione “di non essere compresi” nella giusta misura, da vivi.
Venti minuti di prova virtuosistica e di grande energia sono stati donati con S. Rachmaninov, Sonata N. 2, Op. 36 (Versione 1931). Un fiume in piena, la forza di una cascata nell’Allegro Agitato – Lento – Allegro Molto. E a chetare il grande slancio facendo vibrare altre corde condivise.
La musica supera le parole
J. Strauss Ii/E. Dohnányi, “Schatz-Walzer” (Dall’operetta “Lo Zingaro Barone”). L’Austria è qui, come lo è stata nelle terre dell’Adriatico orientale fino alla Prima guerra mondiale, gli omaggi all’Imperatore, i balli nelle platee dei teatri, le serate all’opera, i pomeriggi ai concerti, tutto riemerge su un prato di risorgiva che bagna l’erba, i fiori, si adagia e, subito dopo, zampilla.
Un concerto che ci assomiglia, figli di una terra di percorsi difficili, a volte tragici. Nel Giorno del Ricordo tutto ciò assume un significato pregnante, come ricordato a Venaria Reale dai rappresentanti istituzionali di Comune e Regione che hanno accolto la proposta dell’AFIM di onorare in questo luogo la ricorrenza del 10 Febbraio diventata legge nel 2004. Ci si è accorti che la musica supera le parole, definisce il dolore ma spalanca anche la speranza. L’emozione si rivela catartica nella ricerca di risposte e anche, magari, di consolazione per un torto che la storia ha commesso costringendo centinaia di migliaia di persone all’abbandono della propria terra e che ha come unica soluzione la dignità di un Ricordo pacato e convinto, demandato in questo caso, alla vera Arte, alla musica.
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