«Polvere nera». Quando la letteratura scende in miniera

Una tragedia dimenticata, una memoria familiare che riaffiora e la scrittura come atto di pietà civile: Rosella Soranzo racconta Arsia, la miniera e le vite spezzate in un romanzo breve che restituisce voce e dignità a una storia rimossa

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«Polvere nera». Quando la letteratura scende in miniera
I corridoi nel cuore della miniera. Foto Tanja Škopac

Un fatto ignorato dall’opinione pubblica nazionale, una foto di un nonno sulla parete di casa, la pietas per tante speranze disattese… “ridateci la nostra dignità”, gridano le voci della storia.

Rosella Soranzo firma un romanzo breve dedicato alla tragedia della Miniera di Arsia, che si intitola “Polvere nera”. 28 Febbraio 1940, suona la sirena, la paura è improvvisamente padrona, corrono mogli e figli verso l’entrata nei bui cunicoli, quanti sono i morti, quanti i feriti, perché il lavoro uccide?

Ogni volta che si parla di Arsia, le emozioni vengono a galla. L’hanno chiesto a più voci alla presentazione svoltasi nella libreria Dedalus di Trieste solo qualche settimana fa, per conoscere, per inquadrare una tua dimensione poco nota: perché questo libro edito da Lettere scarlatte, quali i tuoi legami con Arsia? Chiediamo all’autrice.

“Direi che è un legame in fieri, nel senso che, ascoltando una conferenza del Circolo Istria alla Casa della Musica con tanti partecipanti tra cui anche poeti e scrittori, sulla tragedia di Arsia del 28 febbraio 1940, la memoria mi ha riportato le parole della nonna: ‘Il nonno ha fatto tanti sacrifici per noi, lavorando anche in miniera’. È sorta quindi spontanea la necessità di sapere, di approfondire le mie origini, di conoscere qualcosa di più di Arsia, del paese dove il nonno abitava, un gruppo di case appartate in un luogo che al tempo si chiamava Bergotto. Ecco perché in fieri, perché sto ancora cercando”.

Da sinistra, l’editrice Mariangela Vella, l’attore Gualtiero Giorgini, l’autrice Rosella Soranzo e i due relatori, Rosanna Turcinovich e Rinaldo Racovaz. Foto Mariangela Vella

Un mondo sconosciuto

La scrittura come bisogno, consolazione, necessità. Perché?
“Perché la scrittura è un mezzo potente per superare i propri limiti, le proprie difficoltà, dandoci la possibilità attraverso i personaggi, veri o inventati, di curare l’anima e addolcire i nostri sentimenti in una continua riflessione di chi siamo e di come possiamo decidere di scegliere di fare dei piccoli ma significativi cambiamenti”.

Hai chiesto lumi a un personaggio come Rinaldo Racovaz, autore di importanti volumi e scritti su Arsia dove è nato ed è vissuto prima di trasferirsi a Trieste, che cosa avete esplorato insieme?
“Non ringrazierò mai abbastanza Rinaldo Racovaz per avermi introdotto in un mondo sconosciuto e affascinante come quello della miniera. Lui è un tecnico con la passione per i dettagli: ha saputo farmi avvicinare in modo semplice e coinvolgente a vicende difficili e poco note, accompagnando sempre le sue parole con tanto amore e rispetto per un paese, Arsia, che lui ha nel cuore”.

Che idea ti sei fatta di Arsia dopo averla visitata, è un simbolo, va interpretata?
“Sicuramente oggi è cambiata rispetto al periodo del suo massimo splendore: credo sia stata per l’epoca un centro all’avanguardia per la sua struttura e architettura e ancor oggi mantiene quel suo sguardo bucolico e un po’ nostalgico, che ci permette di intuire la forza dei suoi abitanti ma anche la sperimentazione e l’innovazione che la contraddistinguono. E’ stata pensata e realizzata da due nomi eccellenti, i triestini Guido Segre e Gustavo Pulitzer Finali negli anni Trenta. Nonostante il loro genio e la vicinanza al regime dovettero fuggire in America per salvarsi dal destino riservato agli ebrei in quegli anni. Finali era un architetto d’interni, si occupava di navi, cambiò i loro tratti barocchi in moderne realtà funzionali caratterizzate da linee essenziali”.

La storia di Giovanni

Giovanni è il personaggio del tuo libro, inventato naturalmente, ma ti sei comunque ispirata a qualcuno?
“Sì, Giovanni è un personaggio inventato, ma la sua dolcezza e determinazione mi sono state ispirate dalla figura di mio nonno, che ho molto amato e che ricordo sempre con tanto affetto, tanto che non dimentico che da bambina volevo sposare proprio lui”.

Anche nel libro Giovanni convolerà a giuste nozze con una bella ragazza del luogo. Cosa è diventato per te mentre scrivevi?
“È diventato il mio punto di riferimento. Ho realizzato quanto importante sia stata per me questa figura e mi dispiace non avere approfondito le molteplici vicende della sua vita alquanto movimentata. Mi piace ricordare che lui era sempre ‘annamurato’, come diceva lui, di mia nonna e questo è per me un prezioso insegnamento”.

Vite schiacciate dalla fatica

Indagando le dinamiche della vita in miniera che idea ti sei fatta della quotidianità di questi lavoratori?
“Penso abbiano avuto una vita durissima, fatta di grandi sacrifici per dare alla famiglia il minimo indispensabile per sopravvivere. L’Albonese non offriva grandi possibilità e bisognava adattarsi: chi aveva carattere e determinazione riusciva a sostenere le difficoltà, chi era caratterialmente più debole cercava conforto nel bere e si imbruttiva ancora di più. Il mio pensiero va anche alle donne rimaste vedove dopo l’immane tragedia: venivano assunte al posto degli uomini e con mansioni diverse, ma pagate di meno, perché la dirigenza sapeva che non avrebbero mai protestato e avrebbero stretto i denti per mantenere la numerosa prole. Potrei dire che erano vite schiacciate dalla fatica e dalla responsabilità”.

Gli incidenti sul lavoro continuano a essere una realtà anche oggi, la tragedia di Arsia diventa una bandiera: cosa si può fare per sensibilizzare la gente sulla necessità di maggiori misure di sicurezza?
“Sicuramente la tragedia di cui parliamo è dovuta allo sfruttamento massiccio della miniera accompagnato dall’inosservanza delle più elementari norme di sicurezza: a malincuore oggi, per certi versi, non è cambiato molto. Risparmiare – perché quasi sempre ci troviamo di fronte a una questione di costi – mettendo a repentaglio la vita delle persone è un delitto, forse bisognerebbe aumentare le campagne di prevenzione e intensificare i controlli nelle diverse realtà lavorative”.

Una terra bellissima

Arsia è una città costruita in un anno per le necessità della miniera Carlotta, eppure i suoi abitanti sono molto legati a questa realtà ‘industriale’. Tu come l’hai percepita?
“È una realtà industriale che comunque ha portato lavoro, unitamente alla possibilità di godere di attività extra lavorative con appartamenti confortevoli e arredati con gusto, la piscina, il campo di calcio, la scuola, l’ospedale e mi pare di ricordare che al tempo ci fosse anche il cinema, tutte innovazioni, mai lasciate al caso, che fanno da collante tra gli abitanti. Si può cogliere l’evoluzione della vita in loco visitando il Museo che si trova in un edificio della piazza principale che oltre alla storia della miniera, ha ricostruito anche l’arredamento di camere e cucine col profumo d’altri tempi”.

Perché l’Istria è un mondo che ti affascina?
“Perché è una terra bellissima, che porta dentro di sé l’odore del mare, il profumo della pineta, ha spiagge e coste ineguagliabili e mi ricorda il mio tempo di bambina”.

Hai scritto anche per i bambini per sostenere le battaglie dell’ospedale pediatrico, come è stata questa esperienza?
“La scrittura permette percorsi imprevisti e fantastici. Scrivere fiabe mi da la possibilità di prendere per mano la bambina che è in me per accompagnarla nel futuro, una sensazione meravigliosa soprattutto alla mia età. La cosa più incredibile è stata quella di scrivere fiabe pensate per i bambini ospedalizzati, ogni fiaba è stata per me un dono, perché mi ha dato l’opportunità di regalare un sorriso a chi, piccolino, ha già dovuto conoscere il lato difficile della vita”.

Un colpevole oblio

Il tuo primo libro a più mani è nato come una sfida a conclusione di un percorso di scrittura creativa presso l’Università della Terza età. Ora ripensandoci quanto è stato importante, formativo?
“È stato coinvolgente e molto divertente. Nato come una sfida tra amici che hanno descritto il tempo del coronavirus, a posteriori posso dire che è stata la scoperta di una nuova realtà, non solo per me, ma anche per Mariella, una delle amiche e autrici di quel testo”.

Le prossime presentazioni di “Polvere nera”?
“A gennaio ho in programma una presentazione a Sistiana, a Borgo San Mauro, dove sicuramente più di qualcuno è a conoscenza dei fatti di Arsia. Sarebbe un onore poter presentare il libro in Arsia. Mi piacerebbe avere molteplici possibilità per far conoscere a modo mio, in forma trasversale, i fatti di cui abbiamo parlato”.

Il quadro in copertina è di Rinaldo Racovaz, hai dichiarato di averlo voluto fortemente…
“È vero, ho voluto fortemente questo quadro, in primo luogo perché mi piace molto. Lo trovo molto interessante ed evocativo perché la santa Barbara di Rinaldo Racovaz racchiude tutta il mistero e la sofferenza di Arsia. Le sue leggere nuvole sembrano essere in antitesi con la polvere nera e la durezza della vita del minatore. Inoltre mi piaceva che Rinaldo Racovaz, che tanto ama la sua Arsia, fosse presente nel mio libro e di ciò lo ringrazio di cuore”.

Alla serata triestina, l’attore Gualtiero Giorgini ha reso l’atmosfera del libro leggendo alcuni passi significativi prima del coinvolgimento di vari ospiti in un susseguirsi di ricordi e considerazioni con la moderazione di Mariangela Vella per l’editore Le Lettere Scarlatte. Numerose le domande del numeroso pubblico, che ha dimostrato grande interesse nei confronti di una vicenda costretta per troppo tempo a un colpevole oblio della nazione che continua anche nel presente.

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