Patrizia Milinovich: Buon sangue non mente

Insegnante residente a Verona, nipote del celebre poeta fiumano Egidio, gestisce un proprio blog in Internet e scrive racconti e poesie

Buon sangue non mente. È il caso di dirlo per Patrizia Milinovich, insegnante residente a Verona, nipote del celebre poeta dialettale fiumano Egidio, che era suo zio. Patrizia – che lo definisce “un angolo in cui rifugiarmi dal mondo” – gestisce un suo blog, all’indirizzo www.patmil61.wordpress.com, ricco di bellissime poesie e racconti, ed Egidio Milinovich lo ricorda così:
“Zio Egidio era un poeta dialettale intelligente, profondo, ironico e divertente. Quando arrivava il tempo delle vacanze ero felice perché avrei ritrovato il mare e…lui. Nelle sere d’estate si sedeva al tavolo della cucina con l’immancabile pacchetto di sigarette e la bottiglia di vino nero a portata di mano. Piano, piano arrivavamo tutti: l’eco dei suoi racconti ci attirava come una forza misteriosa, bambini ed adulti indifferentemente; gli piaceva parlare, discutere, raccontare e lo sapeva fare in modo molto coinvolgente. Mi faceva ridere da non riuscire quasi più a respirare e piangere e riflettere con semplici racconti di vita. Le sue poesie erano scritte in un dialetto simpatico che io comprendevo anche se non ero nata lì, faceva parte delle mie radici. Erano semplici, eppure così intense! Divertenti, tristi, rabbiose, serie o comiche, mi piacevano tutte e anche quelle, per me allora incomprensibili, mi affascinavano. A lui ho fatto leggere il mio primo pensiero scritto: una cosa ingenua, da bambina, ricordo solo che parlava della mia cagnolina di allora. Lui lo lesse, mi guardò dritto negli occhi e mi disse: ‘Grazie’. Poi mi baciò sulla fronte e mi mandò a letto”.

Grande fan di Fabrizio de Andrè e di Alda Merini, quando l’abbiamo contattata via Facebook per chiederle il permesso di pubblicare sulle pagine di questa nostra rubrica un racconto in cui parla di suo padre, ci ha risposto così: “Mi sento onorata della vostra attenzione e proposta. Se considerate il mio semplice testo meritevole di essere letto, sarò felice di rileggerlo sulla Voce, e lo sarà certamente anche il mio papà”.

Egidio Milinovich

Ebbene, ecco il racconto.

Mio padre
L’età era bastarda: l’adolescenza non perdona e io ero felice di quella vacanza solo perché avrei rivisto il mare. Per il resto ero solo un ammasso di ribellione e di espressioni corrucciate. Quel giorno la tua proposta mi arrivò inaspettata e destabilizzante:
– Ti va una passeggiata?
Non era da te prendere certe iniziative. Forse, proprio per questo accettai e con finta aria di sufficienza indossai la mia migliore espressione del tipo “solo perché non ho altro di meglio da fare…”
– Dove andiamo?
Non mi rispondesti e ti avviasti verso l’uscita con una strana andatura vivace, quasi saltellante, che non ti conoscevo. Mi portasti lungo strade antiche, costeggiate da vecchi palazzi mal ridotti e il fascino di quelle atmosfere, polverose e ingrigite dal tempo, mi prese in uno strano moto dell’anima.
Mi portasti alla tua scuola e ti vidi salire i gradini di marmo con il passo esitante e gli occhi fissi.
Mi portasti alla tua vecchia casa e mi mostrasti i segni della guerra, il balcone con ancora i ganci dell’altalena che uno zio aveva fatto per te. E poi al “boschetto” dove ti rividi bambino agguerrito nei giochi e nelle sassaiole.
Allungammo il passo fino al porticciolo, con le barche dei pescatori adagiate in secca, colorate e scrostate dalle carezze del mare. Era lì che venivi a pescare e a chiacchierare con Frane, il pescatore che ti raccontava storie terribili di burrasche, di pesche favolose e di strani pesci. E sempre lì un giorno, il nonno decise che dovevi imparare a nuotare e ti buttò dalla barca. Mi scattasti delle foto e io mi sentivo felice.
Infine arrivammo alla spiaggia: una vecchia scalinata portava al mare, ma tu mi fermasti con un gesto della mano. Il sole stava iniziando a tramontare e il mare calmo e limpido strascicava la voce in una nenia serena. Ti vidi sorridere
– Che c’è, papà? – E mi raccontasti di come aspettavi questo momento: ogni giorno sapevi che sarebbe arrivato e con la pelle ancora bagnata dai giochi di una giornata, non ancora pago di tutto quel mare, agognavi di rientrarci mentre salivi la scalinata per tornare a casa. E ogni volta la riscendevi di corsa per andarlo ad abbracciare ancora, in quel momento solo per te, con gli amici che ti chiamavano, arrabbiati, perché li avresti fatti ritardare.
– Adesso c’è tempo, andiamo… –

Ci sedemmo su uno scoglio e rimanemmo lì, in silenzio. E capii che ero come te. Capii perché amavo tanto il mare. Conservo il ricordo di quella giornata come uno dei momenti più belli con te, papà.
***
“Mio padre – scrive Patrizia sul suo blog – è uno di quei 250mila che subito dopo la guerra abbandonarono le loro città per rimanere italiani. Conosco bene la loro storia: esuli in patria, senza più nulla se non la loro vita, costretti in campi profughi per anni, spesso rifiutati perché ritenuti fascisti che scappavano di fronte al nuovo regime. Conosco gli occhi lucidi di mio padre ogni volta che torna nella sua terra e ritrova le sue radici ed i suoi ricordi. E ricordo mio nonno che, ormai anziano, gli chiedeva di riportarlo a Fiume per l’ultima volta. Non mi piacciono e non mi interessano le strumentalizzazioni che ho trovato in quantità inquietante sui video di YouTube e su Internet in generale. Io conosco la storia di mio padre e di mio nonno che tutto era tranne che fascista. Conosco i racconti che mio padre mi ha fatto sulle persone scomparse in quel periodo e mai più ritornate”.
Di suo zio Patrizia dice ancora: “Credo sia anche merito suo se ho imparato ad amare la poesia. Non fece parte della mia vita con continuità: lo vedevo solo una volta l’anno, durante le vacanze estive e in qualche visita che ci fece in altri momenti, eppure conservo di lui un ricordo estremamente dolce e vivo. Un giorno mi chiamò com’era solito fare:
– Vieni un po’ qui, lenticchia… dimmi se ti piace –
E mi lesse questa sua poesia che era la mia preferita quand’ero bambina:

El gatisin
Un bel miceto griso
de raza picolina
ronfava queto queto
in mezo ala cusina.
La sera za calava,
mancava la parona;
dormindo el se insognava
de qualche roba bona.
Click-clack: la ariva drento,
la pogia la cofeta;
el gato come ‘l vento
ghe beca la panzeta.
La tira suso el cotolo
qualcosa ghe Xe in…zima
(inutile che zerco
el verso che fa rima).
Se sente tirar l’acqua
la torna e la fa ciaro,
contenta siora Pasqua:
“Vien qua, miceto caro,
vien, dai, indò ti son?”
con basi e con bocuze.
“Ah, là drio quel canton
de sora le papuze?
Per ti, mio corisin,
go qualche cossa in borsa:
un bic de polmonzin”
La core là de corsa:
“Ah, gato maledeto!
Vien fora, dame l’ lardo!”
El scampa soto el leto
“Ahimè, da qua…leopardo!
Ladron, ti me rovini
la zena del paron…
Madona! Sui piumini!
Bon Dio! Sul armeron…”
Se tombola la lampa
che stava sul comò,
el orologio a pendolo
de boto el casca zo.
La pupa ciude i oci
vizin del portafiori
e tanti strafanici
più un spargnac senza bori.
El salta dal tremò
su l’altro sinfonier,
e dopo sul borò
el spaca el cavalier
de porzelana pura…
“Oh Dio!…le coltrine,
sta perfida creatura:
stavolta xe la fine”
E lu ribalta, el sbrega,
Pasquina vol ciaparlo,
la ciolde una carega,
la ariva infin brincarlo.
“Son salva, per ‘sta sera!
Almeno ‘sto tochetin,
comprado a borsa nera:
guai se me sa el Pepin!
Saria la fin del gato
e mi?…Gesù Bambin,
va tanto el gato al lardo
che l’ofre un….svazetin!
***
Concludiamo pubblicando una breve ma toccante poesia di Patrizia tratta dal suo blog.

Radici
Ho radici immerse
nel dolore di un mare
troppo lontano.
S’avvolgono al rumore dei carri
alle masserizie accatastate in umida precarietà
ai silenziosi addii dal ponte di una nave.
Esuli senza terra
I ricordi tinti di sangue e lacrime
si fissano nello strazio
di un abbandono.

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