Una casa può stare dentro una valigia. Può stare in una fotografia, in una sedia, in un mobile, in un piccolo oggetto raccolto prima di chiudere per l’ultima volta una porta. Può sopravvivere lontano dalle stanze che per generazioni erano state casa, mentre tutto il resto sembra destinato a scomparire. È forse questo il primo sentimento che si prova entrando nel nuovo Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata, inaugurato martedì, 29 settembre, nel Magazzino 26 di Porto Vecchio a Trieste. Prima ancora di raccontare una civiltà, il Museo racconta una partenza. Lo fa attraverso le masserizie degli esuli, quegli oggetti quotidiani che hanno attraversato il confine insieme a una parte di coloro che, nel secondo dopoguerra, furono costretti ad abbandonare l’Istria, Fiume e la Dalmazia. È questa la parte del Museo in cui la tragedia dell’esodo si respira più forte. Qui non servono grandi ricostruzioni: sono gli oggetti a parlare. Un mondo domestico improvvisamente interrotto, una quotidianità spezzata, il passato di tante famiglie diventato patrimonio collettivo. Salvate dalla distruzione e dall’oblio dall’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata (Irci), le masserizie furono donate dalla Prefettura all’istituto nel 1988. Dopo essere state custodite nel Magazzino 26 e poi trasferite nel numero 18, sono tornate definitivamente nel 2021 negli spazi riallestiti del Magazzino 26. Ma la storia degli istriani, fiumani e dalmati non poteva essere raccontata soltanto dal suo epilogo. Ed è questa la seconda anima del Museo: un percorso che attraversa la storia dell’Istria dalla preistoria fino ai giorni nostri, attraverso pannelli, immagini e documenti. Una storia lunga, fatta di popolazioni, culture, trasformazioni e protagonisti, nella quale trova spazio anche la musica. Non è stata casuale, in questo senso, la presenza all’inaugurazione di Adua Rigotti Smareglia, nipote del compositore polesano Antonio Smareglia. La sua presenza ha riportato nel Museo anche la voce di quella ricca stagione culturale che ebbe nell’Istria uno dei suoi luoghi di espressione. All’inaugurazione, nella Sala Luttazzi, la vicesindaca di Trieste, Serena Tonel, ha ricordato come quelle vicende appartengano profondamente alla storia della città. “Sono storie che appartengono a ogni triestino, sono storie delle nostre famiglie, della nostra comunità, della nostra identità”, ha detto, ricordando anche l’assessore Giorgio Rossi, che aveva lavorato con l’Irci alla realizzazione del Museo e che non ha potuto assistere al suo completamento. Il Museo compie così un viaggio al contrario: parte dalle cose che gli esuli lasciarono dietro di sé e arriva alle radici di una civiltà. Parte dal silenzio delle case vuote e restituisce voce alle persone che quelle case le avevano abitate. Perché dietro ogni oggetto non c’è soltanto una storia perduta, ma una vita intera. Il Museo è visitabile fino al 31 marzo da mercoledì a domenica, dalle 10 alle 17; dal primo aprile all’11 ottobre, dalle 10 alle 18.

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