Michael/Michele Bula e le vetrine del negozio…

A colloquio con un esule a Melbourne, pronipote della Bella Ebrea, che a Fiume gestiva un emporio molto noto

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Michael/Michele Bula e le vetrine del negozio…
Michele Bula. Foto Rosanna Turcinovich Giuricin

È un notaio con la passione per l’arte e l’amore per le proprie radici. Michael/Michele Bula è anche il pronipote della Bella Ebrea, che a Fiume gestiva un emporio molto noto, diventato quasi un’istituzione, una tappa obbligata per i ragazzi che andavano ad ammirare le ampie vetrine piene di giocattoli, un punto di ritrovo per molti fiumani che sostavano per un saluto.

“Nel mio studio ho una foto di Giovanni Palatucci in famiglia, frequentava la casa dei Neumann, i parenti da parte di mia madre”. Una preziosa testimonianza che si aggiunge a tante altre sul Questore di Fiume, Giusto tra le Nazioni e che ci sorprende perché arriva inaspettata, creando una sottile, ma profonda emozione, il piacere della scoperta. Dopo questa intervista, rientrato in Australia, Michael Bula, ha accettato ben volentieri di farci pervenire le foto che documentano questa sua asserzione e pongono la vicenda in luogo – la loro casa – e in un tempo ben determinato, l’estate del 1940. Ci sono strade che spesso sembrano impercorribili fino al momento in cui le persone aprono le porte, il loro desiderio di comunicare, come in questo caso. Ma chi è il nostro interlocutore?

Palatucci con Netty, la bella ebrea (seduta) con le figlie Alice e Rosa Neumann. Foto Album di famiglia

Il padre architetto

Michael ama l’arte, il teatro in particolare – ha avuto modo di calcare la scena – e dipinge. Come notaio ha potuto operare per il bene della comunità: è a capo di diverse associazioni sia in Australia che a livello internazionale: a lui si deve un documento che ha riscritto i rapporti notarili tra Australia e Italia. A Padova, a metà settembre, ha partecipato a un congresso di notai presso l’Università per approfondire le conoscenze in ambito notarile, ma anche per portare l’esperienza australiana e internazionale. Lo incontriamo nella sede dell’AFIM a Padova in una pausa dei suoi impegni, e racconta…

“Mio padre, Alessandro Bula, di professione architetto si è laureato a Zagabria alla fine degli anni Trenta. Poteva scegliere Trieste o Milano, decise che Zagabria fosse congeniale alle sue aspettative. Ma venne la guerra e ognuno cercò di salvarsi… il dopo fu anche più difficile, i sopravvissuti affrontarono l’esodo. I miei partirono per l’Australia il 7 marzo 1951 a bordo della ‘Ugolino Vivaldi’, una nave ospedale convertita in nave passeggeri. Ci misero 35 giorni, attraversando il Canale di Suez, per giungere a destinazione. Mia madre ventenne, mio padre quasi trentenne. L’Italia era in condizioni pessime, a Fiume avevano perso tutto”.

Anche il negozio della nonna materna, che avrà un epilogo interessante, insperato, ma mai abbandonato.

I soprusi e il senso di giustizia

La città che ha accolto la famiglia?
“Melbourne, dove sono cresciuto e ho frequentato la scuola primaria e l’università”.

Che cosa rappresentava per lei Fiume?
“Fiume per me era ed è l’identità. A casa si parla da sempre il dialetto fiumano. Da piccolo per me l’italiano era il dialetto. Quando ho iniziato a frequentare la scuola mi sono trovato in difficoltà, mi sentivo diverso anche perché, paradossalmente, l’Australia, formata da genti provenienti da tutto il mondo, non era morbida con chi non si adeguava uniformandosi. Oggi la multiculturalità è riconosciuta, ma è frutto di un lungo percorso di presa di coscienza. Conobbi per la prima volta Fiume quando avevo vent’anni. Per avere il visto, feci lunghe file al consolato jugoslavo. Era il 1979, ricordo questa strana atmosfera: i miei parenti mi dicevano di non parlare, perché c’erano le spie. Mi fecero conoscere i luoghi di provenienza della mia famiglia, senza commentare, ma si intuiva tutto”.

Perché ha scelto giurisprudenza?
“Per un senso di giustizia. I miei sono stati protagonisti di un grande sopruso, così come tutti i Fiumani, Istriani e Dalmati che hanno dovuto abbandonare ogni cosa. Diciamo che mi ha mosso un senso di identità e di rivalsa, dovevo tentare di fare qualcosa”.

Risultato?
“Dopo venticinque anni di battaglie legali siamo riusciti a riavere parte delle nostre proprietà per un cavillo, la definizione di apolidi degli intestatari dei beni confiscati. Il processo si è concluso quest’estate, è stata una grande vittoria per tutta la mia famiglia. Mi sono state restituite quattro delle tredici vetrine del negozio della mia bisnonna, la Bella Ebrea. Lo spazio chiaramente era molto ampio, oggi è un Spa nel cuore della città”.

La stima di Palatucci

Michael Bula con Franco Papetti, Nevio Corich, Claudia Matcovich e Federico Corich all’incontro tra AFIM e CAI Fiume. Foto Rosanna Turcinovich Giuricin

Questa vicenda personale l’ha fatta crescere anche nella sua professione, ha cercato di raggiungere risultati anche a livello generale…
“Nel 2022 venni confermato per la terza volta nel ruolo di presidente della Camera dei notai dello stato di Melbourne. È stato in questa veste che ho potuto interpellare Roma per un accordo di collaborazione notarile. Ricordo la riunione presso l’Unione internazionale del Notariato: presi la parola rivolgendomi in italiano ai colleghi, splendida sensazione. Il cerchio si stava chiudendo, ricordo il silenzio in sala quando dissi: siamo esuli e qui, con questo accordo italo-australiano, si materializza un aspetto epocale”.

Esattamente di cosa si tratta?
“È un accordo in materia di reciprocità – si ricollega al trattato di Canberra del 1967 – che non si riusciva ad applicare per manchevolezze del Diritto privato internazionale. Gli articoli che riguardano le successioni sono un disastro. La legislazione australiana segue il Common Law inglese, in Italia si basa sul diritto civile. Ho unito due visioni e ne sono orgoglioso. Al pranzo dopo la sessione, mi hanno coperto di domande, i colleghi hanno voluto che spiegassi il nostro esilio, chiaramente un argomento che pochi conoscono per i lunghi silenzi sulla vicenda. Più facile raccontare la storia della mia famiglia, in quanto ebrea. Ma come far capire che Federico Neumann, fratello della nonna, dannunziano, è morto in un campo di concentramento, con moglie e figlia? Sono vicende che continuano a fare male. Le donne della mia famiglia erano note per il loro spirito di carità. Erano un riferimento in città, come hanno testimoniato i fiumani che ho avuto modo di incontrare. Ecco perché Palatucci le stimava”.

«Comprendere ciò che siamo»

Chi le ha raccontato la storia di questa amicizia?
“È stata mia madre, che oltre tutto mi ha lasciato queste due foto in eredità”.

La Fiumanità resiste in Australia?
“I cosiddetti Circoli si stanno spegnendo e anche i fogli d’informazione che mantenevano il contatto tra le generazioni che per prime giunsero in Australia. Anche i giornali importanti, come il Globo, raramente si occupano di noi”.

Che cosa ne pensano le sue figlie di questa vicenda?
“Conoscono la storia di famiglia, citano Fiume con disinvoltura e cercano di comprendere ciò che siamo. Olivia, una delle mie figlie, ha vinto recentemente un concorso con un testo sui nonni e il loro lungo cammino da Fiume all’Australia. Sono consapevoli di avere radici profonde in Europa. L’altra figlia, Heidi, è ora a Parigi per un master e ne sono molto fiero. Le ho portate a Fiume, hanno conosciuto Gianna Mazzieri-Sanković e l’avvocato Oscar Skerbec. Heidi ama la storia e continua a esplorare queste sue radici così particolari”.

La «mularia» fiumana

Non hanno seguito le sue orme in campo universitario?
“Parzialmente. Io ho studiato legge, ma mi sono laureato anche in letteratura francese e italiana, ed è questa parte di me che probabilmente hanno colto in maniera forte. Parlano benissimo la lingua francese”.

I suoi autori preferiti?
“Il libro preferito è senz’altro ‘Cristo si è fermato ad Eboli’ e non solo per le mie radici ebraiche. Levi è un grandissimo autore. Amo moltissimo anche Goldoni e le sue opere dialettali, tanto da aver partecipato ad alcuni spettacoli ispirati alle sue commedie, anche nel ruolo del Dottor Balanzone, esperienza straordinaria rivolgermi al pubblico nel dialetto veneziano, una soddisfazione immensa. Questi spettacoli sono stati l’occasione per incontrare nuovi amici. Frequento l’ambiente francese, ma anche la ‘mularia’ fiumana. I Marceglia, per esempio, che vivono come me a Melbourne o la famiglia Viti. Bruno è mio amico e anche loro sono una parte della Fiume trasferita in Australia”.

Ci permetta una domanda di rito. Cosa è rimasto in famiglia della cucina fiumana?
“Mia madre era molto brava in cucina, ma le leccornìe erano opera di mio padre Alessandro. Quando voleva stupirci, portava in tavola una jota favolosa, o i crostoli o l’oresgnaza con le noci o lo strudel di ricotta e ciliegie. Non abbiamo mai mangiato ‘australiano’”.

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