E, immancabilmente, succedeva che iniziassero a cantare. Una comunità fatta di amici, parenti, conoscenti, nell’immediato dopoguerra, s’era spostata di qualche decina di chilometri per sottrarsi al nuovo regime jugoslavo: esuli a Trieste da Isola d’Istria avevano perso ogni cosa ma non il desiderio di ricomporre un mondo, lontano dai luoghi di provenienza. Il canto era un collante, a volte un modo di stare insieme senza parole, perché qualsiasi ragionamento su ciò che era successo pesava come un macigno, faceva male.
“Quelle canzoni istriane, parte della loro cultura antica, erano il segno di una resilienza che ha caratterizzato la vita delle nostre genti”. Ad affermarlo è Rossana Poletti, di famiglia di Isola d’Istria, ma anche con elementi piranesi, nella leggenda le due città rivali distese sulla riva del Golfo di Pirano. Ricche di storia, di miti e leggende, dove ancora oggi è difficile ritornare.
«Whitehead inedito»
“È più facile farlo per lavoro, per un concerto o uno spettacolo di operetta”, racconta la Poletti che ricopre da lungo tempo un ruolo particolare a Trieste: è il direttore dell’Associazione Internazionale dell’Operetta FVG, responsabile del Festival che ciclicamente riemerge. In occasione della ricorrenza di San Vito, in collaborazione con l’Associazione dei Fiumani italiani nel mondo, porterà il 13 giugno, ore 18.45, alla Comunità degli Italiani di Fiume Whitehead inedito: recital per voci e pianoforte dal musical “Sound of music” (Tutti insieme appassionatamente) sulla vicenda della famiglia Von Trapp.
“C’è una storia, anzi, ci sono più storie, che accomunano le genti dell’Adriatico Orientale. Si parlano i medesimi dialetti di matrice veneta, a simboleggiare una millenaria appartenenza alla sfera culturale ed economica della Serenissima. La stessa Trieste, pur vivendo sempre all’interno di un vincolo d’interesse con l’Austria, proprio per non essere fagocitata dalla più potente Venezia, ebbe sempre un cuore che batteva nel ‘verso’ delle città affacciate sul mare. Con la caduta della repubblica veneta, l’Austria-Ungheria tenne tutte queste terre sotto la sua ala protettiva, facendone strumenti di crescita economica per l’impero. Trieste e Fiume in particolare con l’istituzione dei Porti Franchi, le stazioni turistiche di Lussino e Abbazia più tardi, per guarire i ricchi dalle malattie respiratorie, la tubercolosi mieteva senza pietà le persone di ogni ceto sociale. Inevitabilmente questo mondo fu permeato dalla cultura che Vienna profondeva nelle province dell’impero. Ancora una volta la musica rappresentò un punto di contatto e unificazione forte delle tante genti, lingue e culture che vivevano sotto lo stesso governo. Si pensi a Suppè (1819-1895), Francesco Ezechiele Ermenegildo, nato a Spalato, studiò musica a Zara, finì nella capitale austriaca, dove per mantenersi insegnava l’italiano e divenne il padre della piccola lirica viennese, dopo aver composto ben 30 operette con il nome di Franz Von Suppè”.
L’arte come casa
L’arte come casa, è questo che ha condizionato tanta parte della storia adriatica, tormentata da continui cambi di “bandiera”. Trieste, Fiume, Pola, ma anche Zara e Spalato, nonché l’inespugnabile Ragusa, centri nevralgici di una cultura di contatti…
“Perdersi negli archivi storici di queste località, significa comprendere le divisioni imposte dalla storia più recente, ma anche i legami che la cultura ha creato e che risultano più forti di ogni condizionamento politico o nazionale. L’ho potuto constatare durante una ricerca approfondita sul Festival dell’Operetta di Abbazia, che mi ha impegnata qualche anno fa, era il 2013. All’inizio alquanto difficile per il fatto che molto materiale è andato distrutto in un incendio alla fine degli anni Ottanta. Ma ciò che rimane ha permesso di scrivere una nuova pagina di storia che si aggiunge a quella riguardante il Festival Internazionale triestino: i due eventi in realtà hanno una correlazione. Inizierà ad Abbazia e si svilupperà successivamente a Trieste”.
Il bel mondo ad Abbazia
Perché questa ricerca?
“L’occasione era un anniversario del festival dell’Operetta a Trieste. La ricerca è stata possibile grazie alla collaborazione tra l’Associazione Internazionale dell’Operetta di Trieste e il Museo Croato del Turismo di Abbazia, per la realizzazione di una mostra che venne ospitata nello splendido Padiglione d’Arte Juraj Šporer posto in un giardino in riva al mare. Fondamentale la collaborazione con l’Archivio di Stato di Fiume, e qui fu possibile sfogliare i giornali dell’epoca e i documenti ancora esistenti. A metà degli anni Trenta, ben coscienti delle preferenze musicali del pubblico cosmopolita di Abbazia e delle tante persone che venivano da Trieste, Fiume, dall’Istria e dai dintorni per assistere agli spettacoli del Teatro all’aperto. Meno di vent’anni prima si era conclusa una guerra orribile, l’Austria aveva visto dissolversi il suo Impero ed era alla ricerca di una sua identità perduta. Ma l’allure e il fascino che quella realtà aveva profuso negli anni splendidi della sua grandezza non si era ancora dissolto. Ad Abbazia arrivava ancora il bel mondo dall’Austria e dall’Ungheria e quei paesi ‘fornivano’ compositori ed artisti di grande valore e fortuna: Franz Lehár, Imre Kálmán, Paul Abraham. Non fu quindi difficile proporre un grande festival d’Operetta, che non avesse niente da invidiare a quello più antico di Bad Ischl, nel salisburghese”.
Un mondo fantasmagorico
Il fascismo dettava le leggi, eppure il Festival resistette per qualche anno. Come fu possibile?
“Grazie a un approccio ‘diplomatico’ con quel manipolo di burocrati e compiacenti professionisti che ruotavano attorno al mondo di Alessandro Pavolini, il colto ministro alla cultura del Governo Mussolini, che più tardi si dimostrerà di una ferocia inaudita, tanto da finire a piazzale Loreto. Ma soprattutto Abbazia era lontana da Roma, ed erano i tempi in cui, nell’altrettanto distante Trieste, il comico e attore Angelo Cecchelin passava i suoi guai per manifestare il dissenso alla politica nazionale. Ad Abbazia, in questo clima, per quattro anni, Barbieri e Gigante, proposero al grande pubblico le ultime composizioni di grandi autori austriaci, che ancora spopolavano tra gli appassionati della piccola lirica”.
L’operetta era da sempre nelle corde delle genti adriatiche.
“È un genere che affascina e che si avvicina al quotidiano, con romanze che dopo le prime rappresentazioni entravano immediatamente nel quotidiano delle famiglie che le cantavano in varie occasioni, mescolate ai motivi popolari, più o meno coscienti della commistione di generi, ma legati a questo mondo fantasmagorico che è quello dell’operetta”.
Divertimento e riflessione
E oggi?
“Come per tutta la cultura, si fatica a trattenere la tradizione, spesso si preferisce l’effimero. Eppure, ogni volta che riusciamo a proporre spettacoli d’operetta, la gente arriva, il pubblico che ci segue è veramente numeroso. Anche perché è una vetrina per chiunque ci segua a teatro o nelle sale concerto, di una storia che non è mai scomparsa veramente, c’è qualcosa che la nostra percezione della realtà ha trattenuto nel tempo, questa voglia di sciogliere nella musica, nelle coreografie, nella bellezza del teatro, delle voci, delle note, le nostre amarezze, le tensioni. Sono convinta che l’operetta riesca a regalare un tempo di felicità che non è solo divertimento, ma anche riflessione su un mondo adriatico-continentale al quale apparteniamo, che ci ha plasmati. È parte della nostra identità, un mantra, una preghiera laica che è memoria delle nostre famiglie. Ecco perché la gente arriva e ci ringrazia a fine serata per lo sforzo che facciamo per mantenere ancora in vita questo genere”.
Ma le canzoni popolari si cantano ancora?
“Sempre meno, i canti dopo cena si sono stemperati con gli anni. I nostri vecchi sono andati avanti e noi ci siamo adattati ad altre dinamiche ma quando capita di poterlo fare, cantare insieme è un enorme piacere. Durante le prove dei nostri spettacoli cantiamo tutti, ed è gioia pura. Il nostro cantante di punta e regista dei nostri spettacoli, Andrea Binetti, ha radici buiesi, Maria Postogna è di Muggia, e così via. L’appartenenza è un filo rosso che determina le nostre scelte”.
I prossimi appuntamenti
E quest’estate, l’operetta ci aiuterà a superare i mesi caldi con gioia?
“A giugno saremo a Fiume con il musical, un altro genere che spesso proponiamo. Racconteremo la vicenda di von Trapp, genero di Whitehead che emigrò in America dove la sua famiglia si fece conoscere proprio attraverso il canto. A Trieste ci saranno due appuntamenti: Ballo al Savoy e Bajadera, tutte e due ripescate da quel festival di Abbazia che fu d’ispirazione a quello triestino.”
Questa scia lunga d’interesse è dovuta anche al fatto che ad Abbazia il festival non si spense per mancanza di interesse ma per l’intervento della politica, fu “stroncato” e sappiamo che gli amori non consumati non muoiono mai…
“Potrebbe essere una chiave di lettura. Ad un certo punto Roma si accorse di Abbazia per il grande successo che la manifestazione continuava a registrare. Si accorse soprattutto che gli autori come Lehar, Strauss, Kalman non erano italiani e questo era contrario alla politica del regime. Imposero di mettere in scena operette italiane e da Abbazia risposero che erano ‘brutte’. Il Festival si spense. La cultura subiva condizionamenti assurdi, ma comprensibili per l’aria che si respirava in quei momenti. Ho una foto del Castello di San Giusto degli anni in cui l’operetta riprese a Trieste: quindicimila spettatori, stipati in ogni dove. Oggi le misure di sicurezza non ce lo permetterebbero, ma il nostro presidente storico, il compianto Danilo Soli, lo ricordava spesso. Uomo colto sapeva che l’operetta avrebbe vissuto altri momenti di gloria”.
Dopo gli spettacoli, scendendo da san Giusto lungo via della Cattedrale la gente si concentra sul dissesto dei cubetti di porfido che la rendono così affascinante e, spesso, si sente canticchiare le romanze della serata. Reminiscenze, voglia che il passato continui a cullarci.
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