Una giornata piovosa ci conduce a Momiano a parlare di calore, di lavoro, di storia locale dell’Istria de una volta…. Alla Comunità degli Italiani è in programma la proiezione del documentario di Nicola Pittarello “L’oro di Venezia, la tutela dei boschi istriani al tempo della Serenissima”. Protagonista dell’incontro nella sala maggiore della Comunità degli Italiani è il prof. Pio Baissero, il quale ha fornito la consulenza scientifica per la realizzazione del filmato che è stato proiettato anche negli USA con successo. “Parenti e amici d’Oltreoceano mi hanno fatto sapere che mi avevano visto nel documentario”.
Di famiglia istriana, ma nato a Cormons, Baissero attualmente vive a Gorizia. È stato docente di diritto ed economia in Istituti Tecnici e successivamente all’Università di Udine. Appassionato di storia, con particolare riguardo a quella adriatica, dal 1990 dirige l’Accademia Europeista dell’FVG.
La cura dei boschi
“È emozionante affrontare questo argomento in un territorio in cui è cresciuto l’interesse di Venezia per il legno istriano, una particolare specie di quercia lacustre, resistente alle insidie degli elementi, preziosa per l’Arsenale della Serenissima”, ha detto Baissero, salutato in questa occasione dalla presidente della CI, Arijana Brajko Gall e dai rappresentanti del Circolo Istria, promotore dell’iniziativa insieme alla Comunità, il presidente Ezio Giuricin e il vice Daniele Kovačić. Quest’ultimo anche moderatore della serata. Il pubblico, tra cui storici e scrittori, aveva avuto modo di incontrare Pio Baissero in precedenti occasioni, durante la presentazione dei suoi numerosi libri dedicati al territorio.

L’altra sua casa è l’Archivio di Stato di Venezia dove “si trovano documenti cinquecenteschi di grandissimo interesse per la storia dell’Istria. Raccontano nei particolari, ad esempio, di come la Serenissima avesse a cuore la cura del bosco della Val de Montona: proprio così definita dagli Atti del Consiglio dei Dieci! Vi si possono anche leggere gli incredibili aggettivi usati per descrivere quella foresta: bela, dileta, cara… Voleva dire che la Repubblica manifestava un grande amore per quel bosco, ovviamente un amore non disinteressato, dato che era in grado di fornire un legno di grande pregio per la costruzione di galee e galeoni in Arsenale, nel sestiere Casteo di Venezia”. Accanto ai suoi interventi nel filmato, anche quelli di Kristjan Knez, storico di Capodistria e di alcuni colleghi veneti.
Quasi fuori dalla storia…
La sensazione nel seguire la proiezione è quella di un grande territorio, quasi fuori dalla storia, che ha servito con grande dedizione la politica economica di Venezia, assicurando all’interno di paesaggi mozzafiato, la crescita di boschi di straordinaria bellezza ed importanza, il cui taglio, dissennato prima, ma poi mirato, assicurava all’Arsenale un lavoro costante e bene organizzato. Dalle montagne del Cadore, il legname correva lungo i corsi d’acqua, per essere fermato, imbrigliato e restituito al suo cammino da chiuse possenti. A districare le centinaia di migliaia di tronchi, la sapienza e la destrezza di uomini preparati e capaci: colpisce la difficoltà e la fatica di braccia forti e allenate. Il materiale arrivava alle segherie per essere lavorato, ricomposto in robuste chiatte e portato a destinazione.
Diverso tragitto per i tronchi selezionati nel Bosco di Montona, per la loro specificità. Venivano addomesticati nel corso della crescita del tronco, determinando la curvatura delle piante con l’uso di funi potenti. La vicinanza del fiume Quieto e soprattutto della sua foce che mette in collegamento il bosco col mare, suggeriva un diverso trasporto, direttamente sulle navi caricate nel giusto modo per approdare in Arsenale, pronte all’uso.
Il calore della condivisione
Storia affascinante che ha determinato la ricchezza del territorio in epoca medievale, l’opulenza delle località che si affacciavano sul Quieto, vedi appunto Montona, ma anche Portole, Grisignana, Piemonte, Visinada, perle di una realtà giunta intatta fino alla Seconda guerra mondiale e poi irrimediabilmente compromessa. Altri spunti? La presenza del tartufo nel Bosco di Montona, che appartiene alla storia più recente, mentre anticamente era considerato mangime per i maiali. Scorrono le immagini su territori di rara bellezza che la vicenda del legno riunisce e racconta. Dopo la proiezione le domande di Daniele Kovačić innescano il dibattito.
“Il legno – spiega Baissero – nel passato e in parte ancora oggi, assicurava il riscaldamento nelle case, diventando simbolo del focolare che raccoglie e rappresenta la famiglia, il calore della condivisione. Basti pensare al Natale, al ciocco che ardeva la notte della vigilia mantenendo pragmatismo e religione ben connessi”.
L’utilità del calore unito al misticismo della combustione nella quale venivano lette le predizioni per l’anno entrante. Non a caso i giorni della festa venivano chiamati “del magico”. Chi non santifica le feste è superstizione che abbia buttato via la propria fatica, era la credenza dei luoghi, dalla Serenissima ad oggi. A Natale, impone la tradizione, è importante il riposo della terra che non va smossa “per non fare male al Signore”. Nel caminetto il ciocco arde e nella fiamma crepitano i pensieri mentre si scioglie il canto, una serie di motivi popolari che sono diventati un riferimento culturale del territorio.

L’impronta secolare di Venezia
“Cose che ho sentito raccontare dalla nonna che era di Montona”, racconta ancora Baissero che qui si sente a casa, ogni volta un ritorno convinto perché parlano le radici che sono forti e profonde. Qualcuno azzarda che avere avuto legami col territorio ha condizionato le sue scelte di ricerca e impegno scientifico. “È possibile, è probabile”… Non è forse vero che siamo il risultato di tutto ciò che ci lasciamo alle spalle?
Con una famiglia che proviene da Montona, non solo il bosco, ma anche i leoni marciani e i cippi che segnavano i confini della foresta, fanno parte della sua storia personale. “Buie e ancor più Montona, dove affondano le mie radici, hanno l’impronta secolare di Venezia: a Montona le pietre parlano con una decina di Leoni marciani e altre antiche testimonianze tuttora presenti. Dai racconti sentiti in famiglia si definiva una viuzza di quella cittadina come Rialto, tanto per dire quanto profondo fosse il legame della piccola città istriana con Venezia e la sua storia”.
Nell’Istria interna, quella agricola, non c’erano ovviamente batane sulle banchine, né reti da pesca o odori di salsedine. Ma si sapeva bene come, ad esempio, gran parte del lavoro forestale – e non solo forestale – fosse destinato ai carigadori, cioè ai porticcioli della Bastia e di Porto Quieto per il trasporto a Venezia. Dunque il mare costituiva la via principale e privilegiata attraverso la quale tutto doveva transitare. Un esempio? Una località rurale minuscola come Castagna, sulle colline sopra la Valle del Quieto, forniva un gran numero di ‘batelanti’ ovvero di marinai dei burci da fiume e da mar: un mestiere che quelle genti esercitavano facendo contemporaneamente il lavoro di contadino, allevatore o apicoltore. Mare e terra si confondevano, la lontananza era relativa”.
Fonte di ispirazione
Il bosco di Montona non è solo fonte d’ispirazione, è legato anche a vicende personali…
“Per me la storia forestale – soprattutto quella antica – è una notevole fonte di ispirazione. Sicuramente è un argomento molto complesso, che si presta a diverse interpretazioni, anche se credo che, in ultima istanza, la ragione del fascino che emana un bosco sia molto semplice. L’ho scritto, tra l’altro, nel romanzo ‘Galia’ e, ancor prima nel saggio ‘Il legno di San Marco, dai boschi dell’Istria a Venezia’ o nel volume realizzato col Circolo Istria ‘Dall’Istria a Lepanto passando per Venezia’. In queste pubblicazioni sostengo che, lavorando molto duro, come si faceva nel Cinquecento e nel Seicento, la foresta di Montona, pur di non grandi dimensioni, riusciva non solo a fornire pregiate qualità di legno, ma anche a riprodursi, a non scomparire ma, anzi, a migliorare. I proprietari dei terreni dove crescevano gli alberi, e tra questi anche i miei avi, non erano tuttavia felici in quanto obbligati a una rigida osservanza delle leggi che tutelavano il bosco, rispondendo penalmente di ogni cosa, anche della più piccola infrazione o danno alle piante”.
Che cos’è stata l’Istria in famiglia negli anni della sua formazione?
“Dell’Istria, e delle sue travagliate vicende, sentivo parlare spesso a casa; per me – che non ero un “nativo” istriano ma figlio di nativi – sembrava un mondo quasi immaginario, una sintesi di posti magici, di ricordi ed episodi a volte piacevoli, a volte spaventosi se vogliamo. Credo che il tutto trascendesse, tra l’altro, le epoche più recenti. Delle quali, tuttavia, la forza del ricordo, la nostalgia delle case abbandonate, trovava sempre, come una lava sotterranea, il modo di salire in superficie. Alla tristezza per quei fatti poteva seguire la spensieratezza, persino l’umorismo di altri. Da mia nonna, tanto per dirne una, sentivo parlare di episodi esilaranti accaduti sul treno della “Parenzana”. Il bello era sentire raccontare tante piccole storie di minuscole stazioni ferroviarie e di passeggeri di tutte le classi sociali che stavano molte ore in treno per il tragitto, tutto sommato breve, da Parenzo a Trieste: per la nonna era come se fossero il presente. Ma erano passati solo, si fa per dire, 80 anni…”.

Come ha vissuto e vive i ritorni?
“Era soprattutto mia madre a volermi portare ogni anno in Istria, per fare poi lo stesso mesto itinerario: la visita ai defunti nei cimiteri di Buie e Montona e poi la visita ai “vivi”, cioè ai pochi rimasti. Un itinerario struggente anche perché fatto in novembre, con giornate corte e spesso piovose. A me non piaceva molto quel clima “commemorativo”, ma percepivo sensazioni difficili da descrivere. Oggi ci sono i contatti con le Comunità, la presentazione dei libri, tutta un’altra storia”.
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