«L’Istria dei pescatori», una splendida storia di mare

Un volume nato intorno a un tavolo, «durante i nostri pranzi per assaggiare piatti noti, ma anche a suggerire nuovi abbinamenti, in modo scientifico, ma anche basandosi sull’esperienza che ha spesso nel palato un alleato vincente»

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«L’Istria dei pescatori», una splendida storia di mare
Il folto pubblico nella sala comunale. In prima fila anche l’ex presidente del Circolo istria, Livio Dorigo. Foto: EZIO GIURICIN

Da una parte la costa rocciosa dell’Istria, di fronte, in un’immagine speculare, la laguna di Marano, uno stesso mare, ma con dinamiche complementari, dalla sponda est il pesce risale l’Adriatico, nella laguna si riproduce per ridare nuova linfa e ricchezza all’antico Golfo di Venezia, così da sempre, da quando ne esiste memoria. Lo sanno gli uomini, lo testimoniano i cicli della natura, il moltiplicarsi dei pesci è una dinamica nota. A chi si chiede se l’Adriatico è un mare morto, Giuliano Orel, il decano dei biologi di cui andiamo a narrare in questo articolo, risponde: è vivo, vivo più che mai e in continua evoluzione.

Questa splendida storia il prof. Giuliano Orel e i suoi discepoli, professionisti affermati, Nicola Bettoso, Aurelio Zentilin e Diego Borme la raccontano nel volume edito dal Circolo Istria di Trieste, “L’Istria dei pescatori”.

Ed è stato proprio Aurelio Zentilin a volere che il volume dopo Trieste e Venezia, fosse presentato anche a Marano Lagunare, centro ittico tra Grado e Lignano, sede della gloriosa fabbrica Maruzzella ormai dismessa, sede attiva del commercio dei bivalvi, approdo di pescherecci e pescatori, punto di riferimento per la commercializzazione del pesce dell’Adriatico e tanto altro.

Per chi non conosce la località, conviene che il primo incontro sia con la Riserva naturale con delle stazioni di osservazione della fauna e della flora del territorio, come a Monfalcone e a Grado, come nella zona Palù alla periferia di Rovigno. Medesime situazioni.

I pescatori rovignesi
L’incontro si svolge nella sala comunale – con gli auspici del sindaco Mauro Popesso, i saluti dell’assessore alla Cultura Giovanni Olivero e del presidente del Circolo Istria, Ezio Giuricin e tanti ospiti dalle varie località adriatica, studiosi di Venezia e Ancona, nonché un pubblico folto e preparato, perché il mare è casa per chi ci lavora, per chi ne segue le dinamiche, per chi lo vive, per chi lo racconta.

Tra il pubblico anche i discendenti degli esuli che nel dopoguerra raggiunsero Marano per continuare la propria attività di pescatori. Un esempio? Ci sono i figli di Albino Troian di Isola che solo qualche anno dopo aver raggiunto Marano da esule, ne divenne sindaco. Era in gamba, un innovatore, capace di scelte importanti.

Tra il pubblico anche i fratelli Graziano (oggi parlamentare) e Francesco Pizzimenti che da ragazzi, avevano seguito il padre consulente del conservificio inviato regolarmente in Spagna d’inverno e a Rovigno nella bella stagione per aiutare a evolvere la produzione in loco. Così i due ragazzi ebbero modo di vivere per sette anni consecutivi, lunghissime vacanze rovignesi. Per loro, sentire i locali parlare nel dialetto istrioto non era una novità, lo stesso idioma era di casa anche a Marano dove molti pescatori rovignesi erano arrivati con l’esodo portando le loro tradizioni, il loro modo di ragionare, di esprimersi, di cantare, confondendosi con i locali: le due località erano una la continuazione dell’altra.

Gli autori del volume “L’Istria dei pescatori”. Da sinistra: Aurelio Zentilin, Rosanna Turcinovich, Giuliano Orel, Nicola Bettoso e Diego Borme.
Foto: EZIO GIURICIN

In mare a ognuno la propria dimensione
“Noi con loro siamo cresciuti – raccontano – e finché l’età della ragione non ci ha fatto riflettere sulla storia, per noi erano semplicemente parte di un tutto, una Marano-Rovigno complementari. A dire il vero anche dopo averne preso coscienza, sono rimasti immutati nel nostro immaginario sia personale che in quello collettivo. Non campi profughi per loro, ma soltanto un mare da condividere, senza nessuna tensione”.

La ragione è anche un’altra. La risposta arriva da un pescatore in sala.

“Gli istriani sapevano pescare in mare aperto, i maranesi lo facevano in laguna. Ecco perché non c’era conflitto, il mare offriva a ognuno una dimensione confacente alle capacità intrinseche”.

Ne parlano con emozione, con gli occhi lucidi perché i molti che sono andati avanti hanno lasciato questa memoria carica di solidarietà reale, vissuta in prima persona, trasformata in ricchezza per tutti. Ecco perché la sala era gremita di pubblico, ecco perché le testimonianze si susseguivano in un insperato crescendo.

La linea Maruzzella
È stato Aurelio Zentilin, che a Marano ha fatto da vero padrone di casa, a raccogliere dalla viva voce di Albino Troian la sua storia dell’esodo: “Vedi, noi, ancora a Isola, si aveva dei contratti con la famiglia Mazzola, perciò eravamo a conoscenza della loro attività. La ditta aveva un ufficio a Trieste, ma mia mamma, donna intraprendente, è venuta a Marano, ha parlato con Mazzola che ci ha aperto le porte”… Il resto è storia. Mazzola si occupava di pesce in scatola sin dal 1918, era partito da Genova con la sua attività. Poi – racconta sempre Zentilin – comprò il conservificio di Marano e nel dopoguerra venne creata la linea Maruzzella (nel 1958). Per la famiglia Troian non ci fu il passaggio nei campi profughi, per loro venne trovato un appartamento e le loro barche entrarono a far parte della flotta che a Marano operava per il conservificio.

Come si pescava? Con la sacaleva, “vale a dire sardine, sardoni e suri”.

L’assessore Giovanni Olivero con Aurelio Zentilin (seduto).
Foto: EZIO GIURICIN

La chiavetta apriscatole
A Mazzola si deve anche l’invenzione della chiavetta apriscatole che tutte le industrie conserviere adottarono nel tempo. Un oggetto che Aurelio mostra con orgoglio perché è frutto dell’ingegno locale, diffuso dappertutto. A testimonianza dello sviluppo raggiunto. Una chiavetta brevettata di cui conserva gelosamente il documento attestante. Lo ascoltiamo argomentare questo fatto con l’orgoglio di chi, come nel suo caso, terminata l’università, raggiunto il titolo di biologo, ha fatto ritorno al suo mare per continuare ad evolvere una storia di cui è protagonista e profondo ammiratore. L’orgoglio delle proprie origini, l’amore per un luogo che diventa identità forte, condivisa, inclusiva.

Non sorprende scoprire storie dell’esodo in questa terra di mare, la laguna si allarga verso la terraferma e la terraferma entra dentro al mare, un’interazione piena di richiami e di bellezza. Anche di fatica e di sacrifici, ma con un orgoglio che ci fa pensare ai Venier di Rovigno, agli Spitz e agli Ossich di Salvore e Daila e a tutti quei pescatori che non si sono mai arresi ai condizionamenti della storia, rimanendo sé stessi.

Un esperanto senza tempo
“Sono uscito molto volte a pesca con la gente del posto, racconta il biologo Diego Borme (nipote di Antonio Borme, lo storico e indimenticato presidente dell’Unione Italiana) e quando ci si trova la notte in mare, al largo, le voci s’intersecano, le radio a bordo captano segnali diversi, diversi idiomi, eppure ci si intende, perché quello del mare è un esperanto senza tempo, nato in modo spontaneo tra chi affronta le medesime fatiche e combatte con gli stessi elementi”.

Ma tutto cambia, le industrie si sono andate lentamente spegnendo, non le tradizioni. Come quella dei “brodetti” o “boreti”, il nome muta da luogo a luogo ed è lievemente diversa anche la ricetta, come ci insegna Aurelio Zentilin: dal fondo con l’aglio o con la cipolla, con l’aggiunta di aceto o di cognac (brandy in alternativa), dall’uso del pesce leggermente fritto o di quello crudo, tutti incredibilmente saporiti e nati per usare il cosiddetto “pesce povero”, ciò che rimaneva dalla scrematura di quello adatto alla vendita. Una prova di abilità in cucina perché nell’equilibrio delle dosi si sprigiona il massimo del sapore. Abbinati a polenta gialla in Istria, o polenta bianca in laguna, ma per tutti il medesimo piacere della condivisione attorno al desco.

Il glossario dei pesci
Al volume è stato abbinato anche un glossario con i nomi delle singole varietà di pesci lungo l’Adriatico. Una chicca, l’incredibile lavoro di anni che Diego Borme ha voluto mettere a disposizione di questo progetto che riscuote successo ovunque venga presentato, un glossario col nome dei pesci in latino, in lingua italiana e croata e con le varianti dialettali, incredibilmente interessanti e poliedriche, ogni zona un nome diverso.

E come spiega Giuliano Orel, nonostante sia un mondo di mare, i nomi prendono spunto dalla vita sulla terraferma: pescecane, pescegatto, colombo… e così via. Affascinante scorrere i lunghi elenchi di giochi linguistici immaginando il certosino lavoro di Borme di raccolta dei lemmi.

Il volume “L’Istria dei pescatori” è nato intorno a un tavolo – racconta ancora Nicola Bettoso, coordinatore del progetto editoriale – durante i nostri pranzi per assaggiare piatti noti, ma anche a suggerire nuovi abbinamenti, in modo scientifico, ma anche basandosi sull’esperienza che ha spesso nel palato un alleato vincente”.

E così, anche questo incontro a Marano era destinato a terminare intorno al desco, spaghetti allo scoglio naturalmente e soprattutto, dulcis in fundo, canti di mare con la chitarra di Geremia della dinastia dei marinai che oggi accompagnano i turisti a conoscere la laguna, navigando lungo i canali e fermandosi ad assaporare le atmosfere dei “casoni”. Alla fine, medesime tradizioni, medesimo spirito di genti che il mare unisce.

Il biologo Giuliano Orel.
Foto: EZIO GIURICIN

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