Niagara Falls, Cascate del Niagara, era il 2000. Duecento presenze da tutto il mondo. Eravamo partiti (con Stefano De Franceschi, giornalista di TV Capodistria anche nel ruolo di operatore di ripresa) per il grande Raduno dei giuliano-dalmati di tutto il mondo. E sono trascorsi 25 anni.
Il nostro intento era di intervistare i presidenti dei Comitati e Club giuliano-dalmati provenienti perlopiù dagli USA, dall’Argentina, città diverse, Sudafrica, Australia, Europa naturalmente. Uno dopo l’altro, su uno sfondo di carta da parati improponibile, di un finto broccato, mascherata dalle tante bandiere nella sala del convegno che avrebbe visto tutti uniti a immaginare strategie per il futuro.
Quale futuro? I pensieri altalenanti tra entusiasmo e tristezza. Raccoglievamo testimonianze con lo slancio di bambini persuasi. Oggi sappiamo che abbiamo fermato comunque, anche nelle immagini, un momento importante ragionando sul fatto che la comunità degli esuli sparsi nel mondo avrebbe avuto bisogno di strumenti modernissimi, all’avanguardia, di alta qualità per imporre la propria presenza nel mondo e nelle proprie famiglie.
Cinema, teatro, letteratura, imprese economiche, il progetto da immaginare doveva essere ambizioso, non fermarsi alle piccole cose, uscire dagli schemi imposti dalla prassi in decenni di silenzi. Solo quattro anni dopo sarebbe arrivata in Italia la Legge sul Giorno del Ricordo: lo spirito a Niagara era quello giusto. Ma nel tempo esaurì quella splendida carica iniziale.

Foto: PER GENTILE CONCESSIONE DEL CLUB GIULIANO-DALMATA DI TORONTO
Come il nostro Roberto…
L’associazionismo ha bisogno di spinte importanti non di mera sopravvivenza. L’abbiamo imparato col tempo. Ma allora eravamo come il nostro Roberto.
“Quando con mia madre andai a Roma per i documenti necessari per emigrare in Sudafrica – ci raccontò Roberto Opeka di Johannesburg –, ascoltai in religioso silenzio le parole dei vari funzionari. Ero solo un ragazzino e non avevo proferito parola; controllato, disciplinato, buonissimo mi avrebbe definito la mamma. Quando la giornata faticosissima si concluse, guardai mia madre dritto negli occhi e lei capì che volevo farle una domanda: ma quanti giorni ci vorranno per raggiungere il Sudafrica in corriera? Uscì dalle mie labbra quasi sottovoce, su un volto incredibilmente serio. Lei rise, di un riso liberatorio, come se all’improvviso la pesantezza di quel momento potesse dileguarsi per la richiesta assurda di un ragazzino preoccupato. Mi strinse e mi spiegò che avremmo fatto il viaggio in aereo. Sospirai, c’era una soluzione!”.
Incontrammo a Toronto qualche giorno prima il Comitato organizzatore al completo che ci accolse con Edo Cernecca, Wanda Stefani, Bruno Bocci, Loredana Semenzin, Guido Braini, Laura Barzelatto, Gino Bubola, Luisa Grisonich, Carlo Milessa, Marina Cotic, Konrad Eisenbichler, Franco Reia, Roberto Braini.
Insalatone, donuts e hot dog
Raggiunto il luogo del Raduno a Niagara pranzammo con la famiglia Reia quasi al completo, Oriella ci fece conoscere la Cesar salad, quando ancora la moda delle insalatone non era scoppiata nella lontana Trieste; vi sarebbe arrivata qualche anno dopo. Con il pollo a pezzetti tuffato nella verdura fresca, i minuscoli crostini di pane e la salsa pronta che dava al tutto un sapore uniforme e lievemente dolce. Ci piacque, ma non come la compagnia che era quanto di più istriano si potesse immaginare. Parlavano tutti insieme dando consigli e convincendo gli altri di aver fatto la migliore scelta possibile nel lungo menù proposto dal ristorante. E poi i commenti sui sapori, il vino, anche sull’acqua. Sorrisi e battibecchi, tutto nella norma, tutto nello stile di casa che si materializzava in un luogo lontano che all’improvviso non lo era più. Quando le realtà si compattano e si sovrappongono, anche le distanze scompaiono. Avevamo trovato l’altra metà della mela ed eravamo felici.
“L’estate per me è sempre stata sinonimo di Trieste – raccontava Luisa Grisonich, giovane promessa dell’associazionismo –. Passavo le mie giornate a prendere i bagni a Sistiana, le mie serate a una sagra o un’osmizza sul Carso, qualche weekend fora (dall’altra parte del confine, sulla costa istriana, intendeva) a Umago, o nelle diverse località del litorale… ed ero sempre in compagnia di amici. Quest’anno, invece, per vari motivi, principalmente per il Raduno mondiale, mi trovo qui, a Toronto. Invece che a Sistiana e prendo il sole nel mio giardino. Al posto di andare alle sagre sul Carso, forse vado a prendere un caffè in centro. Mi si spezzava il cuore al pensiero di non andare a Trieste e pensavo di passare un’estate orrenda, noiosa, a casa. Però non è stato così. Visto che non potevo andare a Trieste, Trieste è venuta da me. Tre cari amici, anche loro Istriani di seconda generazione, sono venuti a trovarmi. Ho riscoperto Toronto tramite loro, l’ho rivista attraverso i loro occhi… vivendo le loro nuove esperienze, ordinando dei donuts nel drive-thru, mangiando un gustoso hot dog comprato a uno stand per strada, guardando una partita di baseball.

Foto: PER GENTILE CONCESSIONE DEL CLUB GIULIANO-DALMATA DI TORONTO
Nuovi ricordi e amicizie
“Questa breve esperienza mi ha fatto capire una cosa. Forse non c’è bisogno di visitare sempre un posto per capirlo bene. Forse bisogna stabilire e mantenere rapporti con amici con cui si può essere nostalgici, ma con i quali puoi anche fare nuove esperienze. L’Istria è ancora viva nei cuori degli esuli sparsi un po’ dappertutto nel mondo… e specialmente qui, in Canada. Mi auguro che questo Raduno 2000 alle Cascate del Niagara serva a ricordare i vecchi tempi, a ritrovare le vecchie conoscenze, ma anche a far nascere nuovi ricordi e nuove amicizie”.
E così è stato, la sua previsione s’è rivelata calzante con l’esperienza che avremmo fatto negli anni. Il Canada una seconda casa, in una geografia di conoscenze importanti, la ricomposizione.
Gustammo la passeggiata lungo la via panoramica che costeggia l’orrido di roccia e acqua, riflettendo: i miti sono duri a morire come la bellezza di Marilyn Monroe, la voce di Elvis Presley, la linea inconfondibile di una Cadillac, il fascino delle Cascate del Niagara dove trascorrere la luna di miele, peccato venga trasformata in un luna park.
Le «Triestine Girls»
Nell’albergo che ospitava il raduno, centinaia di persone gioiose: c’era Gianfranco Cresciani dall’Australia, già un’autorità, con alle spalle scritti e incarichi politici governativi. Marisa Bianchettin della schiera dei giovani, proveniente da Cordoba, Argentina, elegante e piena di entusiasmo. La sua conoscenza dell’associazionismo era passata anche dallo stage dei giovani che la casa madre di Trieste organizza ogni anno per riportare in Friuli Venezia Giulia i discendenti dei giuliani nel Mondo. Tra le decine di partecipanti qualcuno, ritornando a casa, mantiene un rapporto con i comitati in loco, laddove ci sono presidenti illuminati. Marisa era ormai una promessa, una garanzia di una futura attività importante. E così è stato.
Ci fu anche una delle ultime apparizioni in gruppo delle “Triestine Girls”, le giovani triestine oramai avanti con l’età, che negli anni Cinquanta, al tempo del Governo militare alleato, erano andate spose ai soldati americani di stanza a Trieste. Con loro erano partite verso l’America senza perdersi di vista, avevano creato una propria associazione, guidata da una energica e vivace triestina, Luisa Spitler, che incontrammo. La sua allegria ci è rimasta dentro. Le donne a volte hanno un mosaico di bellezza, con tasselli che andrebbero raccontati o semplicemente ammirati col sorriso sulle labbra.

Foto: PER GENTILE CONCESSIONE DEL CLUB GIULIANO-DALMATA DI TORONTO
Tante porte aperte
Avevamo sentito Antonio Perini, i fratelli Rismondo, Roberto Cimoroni, Genny Galovich, Mario Zanini…e tanti altri. Fu difficile rientrare in Europa. L’irrazionalità è bellezza, un po’ follia un po’ sogno, ci rende unici. Quell’incontro aveva lasciate aperte troppe porte, troppi mondi da esplorare, ragioni da capire, sapevamo di dover ritornare.
In questo mondo lontano la spiegazione sulla nostra provenienza si ferma spesso a Venezia, punto di riferimento e cardine di una cultura, di una storia, di una realtà economica che per noi nei secoli è stata nutrimento reale e dell’anima, ma che oggi finisce sul muro pietoso di un turismo che procede secondo compartimenti stagni e da lì non si muove più.
Nella hall dell’albergo si scattò una foto dei “giovani” partecipanti al Raduno: una decina, più o meno, non eravamo proprio tutti raccolti in quel momento e disponibili per la foto. Ma il fatto è significativo. Consola che almeno la metà siano sempre rimasti nell’associazionismo, tra alti e bassi, a volte compresi a volte no, a volte arrabbiati, delusi, ma forse mai sconfitti. La verità è altrove, in ciò che ognuno di noi, intimamente, sente di dover realizzare per continuare a testimoniare una realtà, fatta di storia, cultura, tradizioni, che vivrà in noi finché ci saremo.
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