“L’amico Gianfranco ha pubblicato un nuovo romanzo e parla di Fiume”: la voce è quella del presidente dell’Associazione Fiumani italiani nel Mondo, Franco Papetti che firma anche la prefazione del libro “La voglia di farcela” (Futura libri) romanzo di Gianfranco Ricci.
In copertina – avverte l’editore – la quercia multisecolare della Val d’Orcia: con rami protratti al di là del tempo. Il libro sintetizza lo stato d’animo delle decine di personaggi (adulti e ragazzi) che fra il 1940 e il 1961 hanno dato anima al Casentino, all’Italia e al mondo internazionale, muovendosi come fabbricanti di futuro. Fra i tanti ragazzi cresce Vittorio, nato a Fiume, portato via dai genitori costretti a scappare dalla città che amavano.
“Lo diceva già Euripide: ‘Non c’è dolore più grande della perdita della terra natia’”, scrive nella prefazione Franco Papetti. Ed è quindi comprensibile il desiderio di ricomporre un’identità frammentata, messa alla prova.
Vittorio, il personaggio del romanzo è nato sulle rive del Quarnero, figlio di un bibbienese, Paolo, recatosi a Fiume per il servizio militare e lì sposatosi con una fiumana, Anna Trevisan. La famiglia di Vittorio dopo aver subito il periodo bellico con il terrore dei continui bombardamenti sarà poi costretta a scappare da Fiume quando la città diventerà jugoslava per tornare a Bibbiena e poter ricominciare una nuova vita nella città casentinese”.
Fiume era una città allegra
Gianfranco lo rincorriamo tra un suo impegno e l’altro e poi, il racconto: che cos’era Fiume per la sua famiglia quando lei era ragazzo?
Rispondo estrapolando dal libro una riflessione del mio babbo: Fiume era accogliente, internazionale, multietnica, vitale. Discreta la secolare convivenza tra diverse etnie. Città allegra fino a quando è diventata triste, costringendoci a mille rimedi per non finire tra le grinfie di persone che non ci volevano più bene. Per mia madre invece, Fiume erano gli studi fatti sulla cultura e l’arte d’Italia. Anche imparando a memoria le poesie di Carducci, Pascoli… Le piacevano le rime del triestino Umberto Saba e di Aldo Palazzeschi. E poi la storia del Risorgimento. Adoravo la mia Fiume, diceva spesso, ed era entusiasta quando leggeva che fosse considerata la Perla del Carnaro, o le notizie sulle teste coronate nella bella Abbazia. S’era impegnata molto a scuola per ottenere il Diploma di computista commerciale per trovare lavoro in fretta. A Fiume si diceva che ci fosse spazio per le donne che volevano conquistare uno stipendio, a casa qualche lira in più avrebbe fatto comodo. Così trovò lavoro alla Manifattura dove incontrò mio padre con il quale si vantava di avere sempre tenuto bene i registri dei dipendenti. Poi dovettero andarsene.
Il desiderio di informare
A che punto ha capito che avrebbe scelto il giornalismo come percorso professionale?
La voglia di raccontare l’avevo fin da “citto” (da piccolo), per dirla con gergo casentinese. Uscivo di casa e, scorrazzando per il paese, molto ospitale, incontravo decine di persone, ascoltavo le chiacchiere sulle ultime faccende e le riportavo in famiglia. Al Liceo Classico e all’Università di Perugia ho cominciato ad annusare l’aria di qualche redazione e l’istinto s’è trasformato in desiderio d’informare.
I suoi primi articoli su cosa vertevano?
Nelle piccole redazioni di provincia ti insegnano a… mettere il becco sugli argomenti più disparati: bianca, sport, vita sociale, notizie da pescare all’ospedale, dai carabinieri e dalla polizia. Gli specializzati in qualcosa erano un lusso economicamente non tollerabile. Io poi ero… tollerabilissimo perché per parecchio tempo ho lavoricchiato a zero lire.
Quali argomenti riuscivano a mettere in moto la sua curiosità?
Frequentavo Giurisprudenza: molte materie l’ho approfondite frequentando, da cronistello, aule di giustizia e processi. Alcuni di grande rilievo. Pensavo che, se non avessi trovato un contratto nei giornali, la mia soluzione B poteva essere la magistratura. Alla lunga… piano piano, è affiorata la soluzione A.
Una tragedia… infoibata
Lasciare il luogo di nascita è sempre difficile. Profonda è la diversità tra la sua esperienza e quella della mamma. Da figlio cresciuto altrove, come considerava le vicende materne?
La mamma ha patito parecchio l’obbligato distacco dalla terra che amava moltissimo. Però cercava di parlarne il meno possibile: non voleva travolgere gli altri coi suoi sentimenti intimi.
Quando ha cominciato a capire che l’esodo andava raccontato, non dimenticato?
Anche il babbo, pur fiumano solo per servizio militare e matrimonio, ha sentito forte il legame con la città abbandonata scappando. Di fronte al silenzio della politica italiana, ogni tanto diceva: “Vedrai… la disperazione di quasi 350mila italiani, non potrà essere nascosta per sempre”. M’aveva convinto! Purtroppo lui è morto prima del 2004. Spero che il ricordo se lo sia goduto almeno da lassù.
Il Giorno del Ricordo ha “svegliato” l’Italia: lei come ha vissuto questa attenzione per la storia del confine orientale?
Finalmente, ho pensato, fine delle ipocrisie e dei tatticismi politici che avevano “infoibato” una terribile, gigantesca tragedia. Un pizzico di giustizia per i troppi ingiustamente vessati, moralmente uccisi.
Due modi di raccontare la realtà
Oggi si ragiona spesso su una generazione di giovani che, con la rivoluzione digitale, ha cambiato il rapporto col mondo. Cosa significa raccontare loro l’esperienza dei padri?
Giorni fa ero all’affollato incontro cittadino che ha ben rammentato le angustie dei nati dalle parti di Fiume. Una delle relazioni affidata al mio amico Franco Papetti, Presidente dei fiumani italiani nel mondo. L’ampio salone gremitissimo. Tanti numerosi gli studenti. Convocati. Coinvolti? Interessati? Alcuni, non pochissimi, intenti a fruzzicare nei cellulari. Altri – numero ridotto – catturati dal Dio Morfeo. Però almeno il 50% – orecchie dritte – ha preso appunti. Segno che le esperienze dei padri un po’ li ha toccati. E con quelli il “ricordo” potrà “veleggiare”. E per noi “agé” si moltiplica la speranza che non prevalga mai più l’affossamento delle memorie subìto dal nostro Paese.
Cosa le manca delle realtà di quand’era ragazzo, dei rapporti sociali, delle esplorazioni di luoghi e persone?
Per Fiume, la memoria più interiorizzata mi fa balenare in modo confuso l’eco dei bombardamenti e dei rifugi. Dal Casentino in poi tutto parecchio bello: amici, solidarietà diffusa, gente animata da tanta voglia di farcela.
Giornalismo e scrittura letteraria, due modi di raccontare la realtà.
Da cronista ho cercato, e cerco, di rispettare verità. Almeno quella possibile. E di rispettare la dignità delle persone. Da scrittore posso, senza offendere, mettere in scena anche fantasie, auspici, difficili ipotesi.
L’informazione giornalistica ha ancora il fascino del dialogo col pubblico?
Certo, non con quelli che s’accontentano d’ingurgitare la “jungla” che striscia senza controllo sui social.
Il fascino dell’impossibile
Come immagina un ritorno a Fiume, con la sua famiglia?
Sognare nostalgie e antichi desideri? Il fascino dell’impossibile. Comunque finché loro sono stati vivi, un paio di capatine s’erano fatte. Li ho visti mentre tentavano di nascondere le lacrimucce.
Durante la presentazione del libro, Franco Papetti ha ringraziato Gianfranco Ricci “per aver ricordato nel suo romanzo ambientato nella bellissima cittadina di Bibbiena anche gli avvenimenti che hanno travolto la sua famiglia come quella delle migliaia di fiumani costretti a lasciare Fiume per non rinunciare al proprio sentimento di italianità e libertà che li ha portati a ricominciare con coraggio la propria vita in Italia e nel mondo, lontani dalla loro amata terra. Questo aiuta a comprendere, o meglio cercare di comprendere, una pagina della nostra storia nazionale per molti anni, troppi, caduta nell’oblio e di ripagare, almeno in parte, la discutibile accoglienza, e ostilità che fu riservata ai profughi giuliani da molti italiani tanto da farli sentire stranieri in patria”.
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