Ci eravamo ripromessi di continuare il racconto riguardante la sua famiglia: Dalmazia, Capodistria, Trieste, questo il territorio di riferimento dei Sardos Albertini, ma con gli occhi rivolti al mondo. Ci aveva incuriosito il fatto narrato dall’avv. Paolo Sardos Albertini, anche presidente della Lega Nazionale di Trieste, sull’idea del nonno di portare a Capodistria un’edizione straordinaria – perché unica nel suo genere – dell’Esposizione Universale. Praticamente da Parigi all’Istria. Ecco perché l’intervista parte proprio da questo evento: quando si evoca l’esposizione universale si pensa immediatamente a Parigi. Che significato ebbe invece l’esposizione di Capodistria?
“Nei ricordi della mia famiglia quell’evento veniva ricordato soprattutto come una manifestazione dell’italianità di Capodistria. Non saprei dire oggi con precisione quali fossero tutti i contenuti espositivi, ma certamente il clima culturale era quello. Mio nonno, Bortolo, era podestà per il Partito Liberale Nazionale, convinto irredentista e profondamente legato all’identità italiana della città”.
Con lei si è parlato spesso del concetto di identità. Come si sente di definirlo, visto che muta nel corso del tempo ed è espressione del periodo storico che stiamo vivendo?
“Quando rifletto sulla storia della Lega Nazionale, ed è successo recentemente dovendo scrivere la prefazione ad un libro, mi convinco sempre di più che i suoi valori fondamentali siano quattro: identità, nazione, Italia e libertà. Di questi quattro elementi, la libertà è il filo conduttore. Il nostro modo di intendere la patria è profondamente diverso dal nazionalismo etnico fondato sul sangue o sul territorio. Mi riconosco molto nell’affermazione di Giovanni Paolo II secondo cui il patriottismo costituisce la migliore antitesi al nazionalismo (Giovanni Paolo II nel volume ‘Memoria e identità’, 2005, nel quale il pontefice distingue esplicitamente patriottismo e nazionalismo, nda). Per noi la patria coincide anzitutto con una comunità di cultura e di civiltà. Ma cultura e libertà sono inseparabili: una cultura che non sia libera non è una vera cultura”.
In che senso?
“Il patriottismo, come lo intendiamo noi, è legato alla cultura, alla civiltà e alla libertà. Una cultura non libera non è vera cultura. Se si pretende di imporre una cultura attraverso un’ideologia, quella cultura perde la sua autenticità. La libertà è la condizione indispensabile perché una comunità possa sviluppare pienamente la propria identità”.
Spesso si pensa che essere aperti alle idee degli altri possa indebolire la propria identità?
“Al contrario. Si riesce a dialogare davvero con idee diverse soltanto quando si possiede una solida identità personale. Se non si sa chi si è, si rischia di essere trascinati da qualsiasi corrente. Quando invece si è maturi nella propria identità, il confronto diventa una ricchezza”.

Quanto conta la famiglia nella trasmissione di questi valori?
“Conta moltissimo. Ho tredici nipoti e considero il rapporto con loro una parte importante della mia vita. Credo che uno dei compiti fondamentali dei nonni sia proprio quello di trasmettere memoria e identità. Il primo luogo in cui nasce il sentimento di appartenenza è la famiglia. Vengono spesso a trovarci affermando simpaticamente: il nonno racconta, la nonna indaga”.
I suoi nipoti sentono ancora un legame con Capodistria e con la storia familiare?
“Sì, in modo molto naturale. Non vivono questa appartenenza come qualcosa di problematico. Fa parte della loro storia familiare, come altre componenti della loro identità. Sanno di avere radici a Capodistria, in Dalmazia e in altre parti d’Italia. È un patrimonio che vivono con serenità. La famiglia di mia madre proveniva da Selve (Silba). I Marin erano una delle principali famiglie italiane dell’isola. Mio nonno era molto legato alla sua terra e alla sua barca. Tuttavia, a causa delle tensioni politiche dell’epoca, la situazione divenne sempre più difficile. Nel 1935 decise di trasferirsi a Capodistria, dove trovò lavoro presso il Consorzio dell’Acquedotto. Per la famiglia fu un cambiamento straordinario. Mia madre e le sue sorelle si innamorarono immediatamente di Capodistria. Lì conobbero quella libertà che in precedenza avevano vissuto in modo molto più limitato”.
Nei racconti familiari che immagine emerge di Capodistria?
“L’immagine di una città elegante, aperta, colta. Una città con un grande respiro culturale. Mio padre e mio zio ne parlavano sempre con entusiasmo. Mio zio Mario, in particolare, era profondamente legato a Capodistria e avrebbe voluto trascorrervi tutta la vita”.
Dopo la guerra continuò questo legame?
“Sì, anche se in forme diverse. Per molti anni mio zio non volle più tornare, ma quando finalmente vi ritornò rimase profondamente colpito. Capodistria era cambiata, naturalmente, ma conservava ancora qualcosa della sua identità storica. Era come se sotto la superficie continuasse a vivere una memoria profonda”.
Lei si è sempre sentito triestino?
“Ho vissuto molto bene a Trieste, ma per lungo tempo mi sono sentito diverso dai triestini. La svolta arrivò dopo alcuni anni trascorsi a Lugano. Tornando a Trieste, nell’85, mi sono innamorato della città, del mare, del Carso, della sua storia e soprattutto del carattere dei triestini: apparentemente sembrano distaccati, perfino indifferenti. Ma nei momenti decisivi della storia hanno sempre saputo dimostrare grande generosità e grande amore per la propria città. Questa è una qualità che ho imparato ad apprezzare profondamente”.
Quando, agli inizi degli anni Novanta, assunse la guida della Federazione degli Esuli, quali obiettivi si pose?
“Avevo tre obiettivi principali. Il primo era riportare al centro dell’attenzione l’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Il secondo era favorire il ritorno degli italiani nei territori d’origine, almeno attraverso una presenza culturale e umana. Il terzo, più ambizioso, era contribuire a ricostruire un rapporto concreto con quelle terre. In questo contesto si inserisce la battaglia per la restituzione delle proprietà. Ero convinto che il riconoscimento del diritto di proprietà fosse una questione fondamentale. Non si trattava soltanto di un problema economico. La restituzione delle case avrebbe significato il riconoscimento di una verità storica e giuridica. Molti non compresero questa battaglia. Alcuni ritenevano che parlare di proprietà distogliesse l’attenzione dall’esodo. Io pensavo esattamente il contrario: il recupero dei diritti avrebbe rafforzato la memoria storica e il legame con quei territori”.
Come giudica il comportamento della politica italiana su questi temi?
“Nel corso degli anni ho conosciuto molti uomini politici ai quali ho sottoposto la nostra questione, ovvero il lungo contenzioso relativo ai beni abbandonati dagli esuli italiani nei territori passati alla Jugoslavia dopo la Seconda guerra mondiale. Devo dire che, tra tutti, Gianni De Michelis fu uno dei più lucidi. Comprendeva il significato politico della presenza italiana nell’Adriatico orientale e riconosceva il valore della nostra testimonianza. Con lui si sviluppò un rapporto di grande collaborazione. Ricordo ancora la chiarezza con cui affrontava questioni molto complesse, dalla tutela delle minoranze italiane ai rapporti con Slovenia e Croazia. Anche Susanna Agnelli ebbe un ruolo importante in alcuni passaggi diplomatici particolarmente delicati riguardanti i rapporti tra Italia, Slovenia e Croazia. Naturalmente non tutte le occasioni furono sfruttate fino in fondo”.
Perché la questione dei beni abbandonati non è mai stata risolta?
“Credo siano intervenute molte ragioni politiche. In alcuni momenti si arrivò molto vicini a una soluzione, ma poi prevalsero altre priorità. Rimane il fatto che quella questione non riguardava soltanto il patrimonio materiale, bensì il riconoscimento di diritti che non avrebbero dovuto essere dimenticati”.
Dopo tanti anni, quale insegnamento trae dalla sua esperienza?
“Che l’identità non può essere costruita sul risentimento o sulla nostalgia. La nostalgia guarda al passato; la speranza guarda al futuro. Conservare la memoria è importante, ma soltanto se serve a costruire qualcosa. È questo il senso più profondo della nostra esperienza: mantenere vive le radici senza rinunciare al dialogo e all’apertura verso gli altri”.
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